Dall’esilio di Dante al nostro disagio
Chiudo con questa terza parte il mio ragionamento intorno al nostro rapporto con “Dante, l’insuperabile”. Si ragiona sull’esilio o, meglio, sulla nuova forma di esilio che contraddistingue il poeta di oggi.
Seguire Dante su sentieri di capra, perso ogni potere. Essere rinnegati dai propri concittadini, per i quali ci si era spesi. Andare al fondo della solitudine, sfilacciando i rapporti familiari fino alla dissoluzione.
Ma anche no. Perché se sei parte della giuria di un premio, è ovvio che molti vorranno rientrare nelle tue grazie. Perché se dirigi una rivista, è ovvio che manterrai svariati e proficui contatti. Perché se sei il responsabile di un festival, è ovvio che troverai una collocazione editoriale di prim’ordine. Perché se lavori alla Rai, è ovvio che il tuo nome circolerà come moneta corrente. Perché se controlli una collana editoriale, è ovvio che verrai seguito e riverito da uno stuolo di aspiranti scrittori. E così via. E, così, via. Surfando sulla palude.
Non si capisce, in effetti, il motivo per cui rinunciare alle delizie dei buffet e degli apericena, se l’alternativa è il pane salato ottenuto quasi con umiliazione.
L’esilio non ha attrattive. E infatti Dante non l’ha scelto: gli è stato imposto.
Per noi privilegiati occidentali del terzo millennio l’esilio è un mito (pensiamo a Foscolo), talvolta esile, ma utile a nobilitare le opportunità personali perseguite con cognizione di causa. Al più, sarà una condizione esistenziale.
L’esilio non andrebbe esibito. Non è più tempo di maledettismi; i mantelli romantici sono passati di moda. L’abito logoro della solitudine va tenuto pulito e indossato con dignità. Il poeta cammina inosservato.
Ma su questo non c’è bisogno di aggiungere altre parole a quanto già spiegato da Brodskij nel suo discorso intitolato, appunto, Dall’esilio, da rileggere per intero, a partire dal rovesciamento dell’idea classica di esilio (il poeta allontanato dalla civiltà per una terra primitiva e inospitale: oggi l’esilio si consuma nella democrazia). Rammentiamo qui almeno un paio di passaggi:
[…] se c’è qualcosa di buono nell’esilio è che insegna l’umiltà. […] Essere sperduti in mezzo al genere umano, nella folla – folla? -, tra miliardi di individui; diventare un ago in quel proverbiale pagliaio – ma un ago che qualcuno va cercando -, questo è l’esilio, in sostanza. Ammaina la tua vanità, dice l’esilio, non sei che un granello di sabbia nel deserto. Non ti confrontare con gli altri uomini di penna, ma con l’infinità umana: la quale è amara e triste più o meno quanto quella non umana. È questo che deve suggerirti le parole, non già la tua invidia, non già la tua ambizione.
[…] perché un’altra verità, a proposito della condizione che chiamiamo esilio, è che essa imprime un’enorme accelerazione al volo – o alla deriva – che già per motivi professionali ci porta verso l’isolamento, verso una prospettiva assoluta: verso la condizione in cui tutto quel che resta a un uomo è lui stesso e la sua lingua, senza più nessuno o nulla in mezzo.
L’esilio ti porta da un giorno all’altro là dove normalmente occorrerebbe una vita per arrivare. […] Forse una metafora può venire a proposito: la condizione di uno scrittore in esilio somiglia a quella di un cane o di un uomo catapultato nello spazio dentro una capsula (somiglia di più a quella di un cane, naturalmente, perché nessuno si preoccuperà mai di recuperarti). E la tua capsula è il tuo linguaggio. Per chiudere la metafora, occorre aggiungere che il passeggero non tarda molto a scoprire che la capsula non gravita verso la Terra, bensì verso l’esterno, nello spazio.
Avete letto? Bene. Ora rileggete. E poi rileggete ancora. Quindi, diamoci appuntamento su Marte.
Poi, ovviamente, non essendo un cacatoa al Circolo polare, il poeta in esilio soffrirà e combatterà la mancanza di significato (“La democrazia in cui ha messo piede gli assicura l’incolumità fisica ma gli toglie ogni significato sociale. E la mancanza di significato è qualcosa che uno scrittore, esule o no, non può accettare”: sempre mastro Brodskij). Ma quando tutto fila liscio, quando manca questo disagio tra l’autore e la sua epoca e tra l’autore e la sua opera, dovrebbe scattare un allarme. Sottinteso: per chi vive la letteratura in una dimensione assoluta. Chi cerca il plauso e la pecunia non ha che da obbedire alle logiche del mondo.
Mi spiegava Franco Acquaviva che anche nel teatro i maestri invitano a stare all’erta, rispetto a un eccesso di confidenza. Quando, calato il sipario, ci si sente a proprio agio e si pensa che tutto sia andato bene, si è a un passo dalla fine. Anche se poi la fine dell’arte può diventare l’inizio del mestiere e magari del successo.
Due dunque sono le strade per l’inferno: la prima, consiste nel non realizzare i propri desideri; la seconda, nel realizzarli.
In mezzo, la via dell’esilio.

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Ciao Andrea,
riprendo la metafora di Brodskij del cane lanciato nello spazio con cautela e rispetto. È un’immagine potente, persino brutale, e proprio per questo — credo — andrebbe abitata fino in fondo, senza attenuarla strada facendo. Il cane nella capsula non torna, non comunica, non viene recuperato: non è una figura dell’isolamento sociale, ma dell’irreversibilità. Quando però dalla capsula si scivola verso l’“esilio nella democrazia”, qualcosa si sfoca. L’immagine resta radicale, la condizione descritta molto meno. Insegnare, pubblicare, circolare, essere letti: tutto questo non è la Terra, certo, ma non è nemmeno il vuoto cosmico. Diciamolo con un sorriso: vincere un Nobel da una capsula lanciata nello spazio è piuttosto difficile. Con le dovute differenze, suona un po’ come quando una bellissima donna dello spettacolo afferma che la bellezza non conta: forse è vero, ma detto da lì suona diverso.
In una mia piccola raccolta di poesie ho provato a formulare un esperimento mentale che, almeno per me, non è meno radicale. Mi chiedo: se naufragassi su un’isola deserta, con cibo, rifugio e tempo, sapendo che non sarei mai più ritrovato, continuerei a scrivere poesie? Non diari, non racconti: poesie. Se si prende sul serio la domanda, lì non resta che verificare se quella forma — la poesia — resista quando non c’è un pubblico.
A ben vedere, non ci sono grandi differenze tra la capsula di Brodskij e la mia isola. In entrambi i casi non c’è ritorno e non c’è un pubblico garantito. Forse l’unica differenza è che sull’isola, volendo, si potrebbero seppellire i testi o affidarli alle correnti: quarant’anni di poesie lasciate al caso. Ma questo non cambia la sostanza dell’esperimento; semmai la chiarisce. “Salvare” il proprio lavoro, pur nell’improbabilità che venga letto un giorno, è cosa diversa dalla certezza matematica che qualunque cosa tu scriva non verrà mai letta — realmente — da nessuno. È questo che accadrebbe nella capsula.
Ciò che Brodskij sembra suggerire è che, una volta rimasti soli con il proprio linguaggio, non resti che scrivere. Ma qui si apre una domanda forse più scomoda: siamo sicuri che Brodskij, senza la prospettiva di un pubblico americano o di una memoria russa, avrebbe mantenuto quella disciplina ferrea della forma? O la forma stessa è il primo buffet a cui si rinuncia quando si è davvero senza lettori?
Massimiliano
Ciao Max,
riflessioni sacrosante e di buon senso. Facciamo la tara alle esagerazioni, certo. Ma forse quando si scrive, si scrive davvero e profondamente disperando dell’ascolto: come dalla capsula, come dall’isola. Poi, per qualcuno, c’è incidente del salvataggio, il paradosso della fama.
Tento di trovare un punto intermedio, di capire le ragioni dell’esagerazione, il fondamento reale del paradosso.