In assenza di spettatori. Quattro chiacchiere con Franco Acquaviva
Ripartiamo dall’esselunga, caro Franco. Raccontavi della necessità di luoghi di incontro per sprigionare le forze telluriche della passione letteraria e dell’idea che anche i nostri non-luoghi postmoderni diventino una frontiera di conquista. Forse persino sui social (azzardo troppo?) si possono costruire piccoli ecosistemi in cui alberga un po’ di autenticità.
Tu stesso però avanzi un dubbio capitale fin dall’inizio del discorso: forse più che luoghi mancano persone disponibili all’incontro, giacché poi anche l’angolo di un parcheggio si trasforma in paradiso. Io ho avuto la ventura di essermi predisposto una giovinezza ricca di confronti letterari (di confronti umani ogni giovinezza è ricca di per sé quasi sempre) e tendo a pensare che, a una certa età, sia fatale il diradarsi delle occasioni, l’incamminarsi su percorsi sempre più individualizzati, solitari… Una volta rimproveravo alcuni “vecchi” scrittori di mancanza di generosità, ora invece capisco meglio questo destino. Dunque, secondo te, come l’amore è nulla senza la gioventù (secondo i versi di Sereni), così le esperienze letterarie restano fondate, radicate, determinate dagli incontri giovanili? O esiste (come pur spero) una giovinezza interiore, una generosità magari più discreta ma sempre zampillante anche da adulti e persino da anziani? Chiedo per un amico.
Ah, “chiedo per un amico”, mi regala un sorriso e introduce il tema della delicatezza di certi argomenti, ma la domanda è interessante per me. Non sono i luoghi a mancare; nel senso che il luogo è dove si è quando accade qualcosa; se non accade qualcosa, il luogo non c’è; non si tratta di qualcosa di fisico: quanti teatri, biblioteche, musei, luoghi di aggregazione cosiddetti vengono progettati magari nel più piccolo dettaglio senza che si tenga conto del dettaglio decisivo, e cioè l’individuazione di chi quel posto lo abiterà, e sarà in grado di farlo veleggiare, scricchiolare, di metterlo alla prova, sperimentandone le possibilità fino allo stremo, rivoltandolo, riempiendolo, svuotandolo, occupandolo con tutte le forze?
Un esempio in questo senso sono alcuni centri sociali: nascono come richiesta “dal basso”, come destinazione naturale di una spinta alla socializzazione di certe pratiche culturali o artistiche. Il luogo lo si trova in questo caso occupandolo, appunto, perché la necessità è più forte della legalità di superficie (stiamo parlando poi, nei risultati più felici, di capannoni industriali dismessi magari da decenni, non certo di palazzine di valore in centro storico…).
Ma aldilà di questo io parlo di quella spinta appunto che proviene dal condividere con altri che sono in ricerca i risultati delle proprie di ricerche, o di pensieri o di prese di posizione critica; tutto quello insomma che da certi racconti arbasiniani viene fuori con grande naturalezza degli anni ‘50: decennio ridicolo secondo Pasolini (cito a memoria), o “i deserti anni ‘50”, prima della motorizzazione e del turismo di massa, secondo Arbasino. Dove era buono anche il tavolino fuori del caffè o la trattoria da poco prezzo. Per questo dicevo: l’equivalente di quegli spazi relativamente liberi oggi dov’è? Le trattorie tipiche reinterpretate secondo la “visione” (sic!) dello chef di grido nel quartiere popolare che fu? O non piuttosto i luoghi del terzo paesaggio urbanistico, cioè dove non si esercita in pieno il controllo commerciale dello spazio? E paradossalmente non potrebbe essere che i luoghi di relativa libertà si trovano proprio nel mezzo degli spazi a più forte valenza commerciale? Luoghi residuali pur nel centro della cattedrale del commercio? Chiaro, la mia è anche una provocazione, bisognerebbe verificarla praticamente giorno per giorno.
Riguardo alla questione che poni verso la fine: io ho avuto una giovinezza (i vent’anni!) più solitaria, impegnata nella dura conquista dell’arte in un piccolo gruppo di teatro, armato fino ai denti di disciplina e dedizione e capacità di lavoro (le 12 ore al dì), ma inizialmente privo di risorse e riconoscimenti, solo dotato di una sede (il luogo!) messa a disposizione dall’allora amministrazione comunale bolognese con una lungimiranza che oggi appare del tutto aliena, quasi incomprensibile. Quindi può essere che sconti ora quella passata solitudine, anche se di anni ne sono passati molti, e nel frattempo i confronti non sono mancati. Credo che la prima vecchiaia possa essere un analogo della prima giovinezza (nel senso della freschezza degli impulsi intellettuali e creativi, ma con maggiore saggezza – si spera – ed esperienza e senso del gioco disinteressato)? Ipotesi da verificare…
Non avrei fretta di verificare l’ipotesi. L’amico che chiedeva resterà in attesa. Indugerei semmai sul mistero che trasforma il posto in un luogo. Che cosa accende la luce? Qual è la scintilla che attiva l’incontro? Parlando di letteratura, paradossalmente più i poeti si pestano i piedi o si infittiscono le presentazioni e più cresce il desiderio di spazio e di aria fresca. Anche se, magari, all’angolo del palco, sulla soglia della sala, due tra i tanti arrivano davvero a parlarsi… Metti uno come te, un samurai del teatro che si ritira in provincia e osa riaprire una scena e portare avanti, anno dopo anno, una stagione, nella terra che fu di capre e scalpellini e adesso è di operai e rubinettai. Che cosa hai costruito: un piccolo giardino di Armida? Un’oasi per i pochi che sanno cercare anche in provincia sorgenti d’acqua buona (anzi: d’acqua viva…)? Sai che te lo chiedo con ammirazione, perché un pubblico in qualche modo l’hai costruito e hai saputo portare in un paese di lago, che nel lago nemmeno può specchiarsi, spettacoli di qualità notevole. Da poeta, io stesso so bene che non sono i numeri o il successo mediatico a sancire il valore di un’opera, e tuttavia è difficile sostare sul margine tra ciò che è privato e ciò che vorrebbe diventare, se non una profezia, una proposta che trova senso nel rapporto con il contesto. Non è che a un certo punto uno deve decidere, per il suo stesso equilibrio, se vivere in una condizione solitaria la propria passione oppure imboccare consapevolmente la via della sfida alla storia, ovvero il tentativo di ottenere una forma di successo? Forse la via di mezzo impedisce di perseguire fino in fondo la propria arte. Non so se mi sono spiegato – io mi sono capito. E so anche di chiederti la quadratura del cerchio, perché interrogarsi sull’innesco della scintilla è un po’ come cercare l’algoritmo dell’innamoramento. Ma oltre al lavoro, la capacità di convocare altri, il desiderio, la resilienza, la cura, che serve? Che cosa precede lo spettacolo? Non mi interessa dell’applauso scrosciante o della sala vuota, mi interrogo e ti interrogo sul senso di quella dedizione che espone a quel rischio. Forse si può diventare poeti migliori smettendo di pubblicare. Forse si può diventare attori migliori smettendo di recitare…
Una gran parte del teatro che ho amato (e da cui provengo, e che tuttora in qualche modo pratico) ha sempre messo in atto una forma di autonomia dallo spettatore, che molti osservatori e critici hanno spesso tacciato di “misticismo”. Lo spettatore non è indispensabile se non nel momento del contatto, quando cioè lo spettacolo deve uscire dalle sue stanze e andare a incontrare lo straniero. Lo spettacolo come incontro di stranieri: forse nessuno parla la lingua dell’altro, ma c’è qualcosa che può comunque passare, ed è una specie di essenza. Terminato il momento dell’incontro, ciascuno torna alla propria tribù, lo spettatore forse con una nostalgia o una domanda o un dubbio o uno shock culturale, l’attore con nient’altro che la pienezza di una resa d’arte riuscita (se è andata bene) oppure, se è andata male, con la dedizione al lavoro, in vista di un miglioramento da attuare non in direzione del pubblico, ma dell’opera. A proposito poi degli applausi, Peter Brook diceva, vado a memoria, che nelle ovazioni, nel battimani esagerato, il pubblico in realtà applaude se stesso. Mi capita spesso di andare a teatro e sentire che certi eccessi di gradimento non sono altro che il riconoscimento di ciò che ci si aspettava di vedere, e dunque un applauso alla propria aspettativa realizzata. Ma il paragone con la letteratura che fai alla fine non è del tutto corretto: l’equivalente del non pubblicare per il poeta, per l’attore non è il non recitare, ma recitare senza pubblico. È possibile? Certo. Grotowski, con il suo gruppo di lavoro, lo ha fatto per più di vent’anni. È teatro? Ci si sono spaccati la testa in tanti. O è altro? Una forma di yoga, di preghiera, di meditazione psico-fisica? Per Grotowski era il luogo di un lavoro su se stessi che affondava nelle origini di ciascuno, verso cui si procedeva attraverso una pratica performativa svolta quotidianamente, dalla mattina alla sera, in un luogo appartato, in assenza di spettatori.
Solo questo è il motivo per cui credo ho/abbiamo resistito qui, essendo abituati alla irrilevanza non degli spettatori, ma di quella superfetazione del gradimento che si chiama successo.
Su che cosa accenda la luce dell’incontro, poi, non so. Forse quando non lo cerchi.
Ma un posto diventa un luogo quando chi lo abita, anche temporaneamente, smette di trincerarsi dietro le convenienze, le piccole ipocrisie, le apparenze, lo status sociale, il censo, lo stipendio, il conto in banca, la macchina bella ecc. Può succedere nella vita quotidiana, e anche a teatro. Se l’attore si dà, senza effettuare calcoli sul gradimento o meno della propria performance, se sinceramente sta dove deve stare senza nascondersi, può toccare nello spettatore corde che spingono quest’ultimo ad aderire senza calcoli, quasi senza filtri, a quello che vede e che sente. Senza che ciò risulti una forma di alienazione da sé, perché in questo processo lo spettatore vede parti di sé, del suo viluppo psico-biografico, riflesse nel, o richiamate dal, lavoro dell’attore.
Un’ultima nota: nel tuo primo intervento parlavi dei social, dove forse è possibile costruire piccoli ecosistemi in cui “alberga un po’ di autenticità”. Ma il mezzo è il messaggio, come ben saprai; a mezzo inautentico, che messaggio può corrispondere? Può essere autentico un luogo virtuale? Popolato da milioni di “persone” (anzi di “profili”, e già questo la dice lunga…) che si danno sulla voce per sentire di esistere? Qualsiasi discussione su Fb, a me sembra, degenera nel giro di poche repliche o si spegne. È come provare a parlare, o peggio cercare di creare un incontro (!), in una discoteca dove mandano musica techno, con la differenza che almeno in discoteca ci sono i corpi! Direi che la discriminante perché si creino le condizioni per un incontro è questa: la presenza dei corpi e di un ambiente protetto (la scrittura di un intervento come questo, qui, in questo ambiente protetto, è corpo).
Dici (e trascrivo al presente): “un lavoro su se stessi che affonda nelle origini di ciascuno, verso cui si procede attraverso una pratica performativa svolta quotidianamente, dalla mattina alla sera, in un luogo appartato, in assenza di spettatori”. Mi pare possa andar bene anche per la scrittura. C’è però chi dimentica l’aspetto di arte, di tecnica, di conoscenza del lavoro altrui e dell’inquadramento storico di questa pratica – e quindi dimentica la lettura. Siamo ancora a una forma di preclusione all’incontro. Quanto ai social, non sono di opinione contraria. So che hanno per forza un effetto distorcente: non si dialoga in modo intimo attraverso un megafono. Forse però possono diventare segnali, indizi, indicatori per vere occasioni di incontro, nella realtà dei corpi. Forse si può “salire sul palco dei social” e comportarsi come se il pubblico non ci fosse; sapendo che se c’è è comunque ‘straniero’, per dirlo con parole tue. Poi lì non vivi la relazione e te ne torni alla tua disciplina.
Hai sottolineato però che l’incontro con il pubblico resta fondamentale, in termini che nulla hanno a che spartire con il successo. Non è dunque questione di quantità, ma di qualità. C’è quel lettore che giustifica il lavoro e la sua esposizione; magari persino un lettore “a venire”. Occorre dunque continuare a “crescere invisibili”, per esprimersi in sintonia con il titolo del tuo ultimo libro (Crescite invisibili, Kolibris 2025), perché la gratificazione è intrinseca alla crescita, a questo tendersi verso l’altro, anche qualora mancasse. Tuttavia occorre depurarsi da ogni compiacimento e perseguire una disciplina talmente radicale che sovrappone la figura del massimo esperto a quella del principiante.
Ok. Non mi avvilupperei ulteriormente in questi ragionamenti. Piuttosto, levami una curiosità. Se tu potessi incontrare qualcuno, chi inviteresti nel tuo salotto, o all’esselunga? Fammi al massimo tre nomi suddivisi in questi ambiti: autori viventi, autori di qualsiasi epoca, personalità di qualsivoglia ambito umano.
D’accordo, sento tante domande tue, e ti sono grato, perché sono stimoli. Provo a rispondere a quest’ultima, e poi te la vorrei fare io una domanda.
Intanto, non parlerei di salotto, preferisco il più neutro “luogo”, contrapposto all’arci noto “non luogo”. E l’esselunga, in quella mia provocazione, è un non luogo che diventa luogo, ma ce ne potrebbero essere altri, chissà.
Gli autori viventi, se parliamo di letteratura: mi piacerebbe riprendere i contatti con Antonio Moresco: il suo ultimo libro, Canto del buio e della luce, mi ha molto colpito. Di qualsiasi epoca, inviterei Rimbaud, per vedere che combina e per sentirlo parlare; di qualsivoglia ambito umano, un filosofo come Aurobindo, per sentirlo parlare della Grande Evoluzione della Coscienza Umana, e magari meditarci insieme.
Domanda a te: che cosa ti ha smosso quel mio articolo per spingerti a invitarmi a entrare nel “tuo” luogo?
A dire il vero, quell’articolo è stato solo un innesco, perché ha pizzicato una questione per me sempre cruciale: l’esistenza di un’officina-atelier, di un agone per il confronto letterario. La letteratura in sé è un campo di relazione oltre il tempo e lo spazio, per cui la vita dell’individuo smette di essere una questione personale e si apre, direi si affida, alla lingua, al pensiero creativo, al cosmo. Quindi anche quando il poeta è solo e separato in realtà è in relazione. Ma, almeno a sprazzi, per non cadere nel solipsismo, per non soffocare nell’abbraccio dei propri fantasmi (o dell’angelo rilkiano), l’attrito con la storia, la realtà, gli altri, si fa impellente. Forse la mia biografia stessa è una pulsazione costante tra momenti di ritiro e momenti di esplorazione, direi quasi di affondo, verso gli altri. Sono una stella variabile? Sono un animale aggressivo che però necessita di stagioni di letargo?
Ma, come dicevo, quell’articolo è stata una felice concomitanza: anche a distanza, anche nei periodi di silenzio, ci sono persone che stimo e che seguo. È un po’ come nell’amicizia: a differenza dell’innamoramento, quando non si può fare a meno della persona amata e si vuole trascorrere tutto il tempo con lei, virtualmente anche quando si è separati, con gli amici il tempo non è una linea, ma una collana di istanti. Ci si incontra magari dopo molti mesi o persino anni: basta una breve verifica per capire se si è sempre gli stessi, se la vita non ha radicalmente cambiato qualcuno, e si riprende il discorso lì dove era stato interrotto.
Tuttavia, è pur vero che sul sentiero che congiunge la tua casa e quella dell’amico non bisogna lasciar crescere troppa erba. Era tempo di cogliere l’occasione.
Tanto più che nel precedente incontro mi hai lasciato in dono il tuo libro, che nel frattempo ho letto. Non sentivi che ti stavo ascoltando?
A proposito del tuo libro. Parlami di una delle mie poesie preferite: Nome e cognome. (Cito almeno la strofa di chiusura: “Al nome hai poi aderito, ma al cognome / ti sei sottoposto come a sorgente / d’acqua viva, infranto non visto e Franco”). E, da qui, spiegami chi è quel Franco Acquaviva che arriva, dal teatro, alla poesia.

Sentivo che avevamo ripreso un dialogo, che per un po’ si era interrotto, e la sensazione precisa di questa ripresa è arrivata proprio in quell’incontro all’esselunga, da cui, poi, il testo. Si può dire che ci stavamo ascoltando a vicenda? tu leggendo il mio libro, io col riandare al nostro incontro e amplificarlo come fosse il modello di qualcosa di là da venire? (ma senza le velleità rivoluzionarie che mi ha voluto attribuire il titolo scelto da Pangea).
L’attrito con la realtà, gli altri, la storia, come dici giustamente tu, per me è quotidiano, anche se la mia vita è forse più ritirata della tua, che devi misurarti ogni giorno con la scuola; io con che cosa mi misuro ogni giorno? Con la disciplina, di scrittura, di teatrante, che mai mi ha abbandonato dai tempi dell’apprendistato da “samurai”, con una giornata strutturata, e con la lettura. Non mi ricordo in quale film visto di recente a un personaggio viene rimproverato che non esce mai di casa e lui dice, ma gli unici con cui mi va di parlare sono i morti, e si riferisce al rapporto quotidiano con i libri, con le voci di chi li ha scritti. Si può essere soli, ma non isolati, in contatto con qualcosa che ci trascende e che non ci protegge dalla realtà, anzi ce la mostra nelle sue componenti essenziali, depurate dal rumore, mi viene da dire, e non solo attraverso i libri, ma anche con la scrittura e con la pratica della meditazione, per esempio.
Per quanto riguarda la poesia che citi (grazie del tuo apprezzamento): non saprei cosa dirti, è nata, come la maggior parte delle altre, in un periodo in cui tutte le mattine alle 5 e mezzo mi alzavo dal letto e andavo in giardino a guardare il cielo, poi mi mettevo a scrivere. Quell’ora, quella contemplazione, funzionavano come una lente, uno spazio mentale e fisico di messa a fuoco, di raccoglimento, da cui quasi quotidianamente sgorgavano materiali. Il mio nome contiene sorgente e lealtà: con l’una non sempre sento di essere connesso, con l’altra lo sono da sempre e del tutto, fin quasi fuori dal limite del senso di autoconservazione. Forse quella poesia nasce da una riflessione su questi due poli magnetici.
Dal teatro alla poesia? Vorrei dire dalla poesia al teatro alla poesia, perché tutto parte dal sentimento di attrazione per la poesia, scrivevo cose a 14-15 anni. E fino ai 20 anni ho scritto per me, senza mai confrontarmi con altri; poi il teatro mi ha rapito, ma la poesia carsicamente è continuata, e leggevo, pur senza scrivere. Dovevo fare delle esperienze e il teatro me le offriva. La scrittura è riemersa dopo il mio trasferimento qui sul lago, venendo da Bologna. Dapprima solo per il teatro, poi ho riguadagnato terreno con la poesia. Ma ora mi fermerei qui, non credo sia molto interessante continuare su questo; non so se ho risposto alla tua richiesta, però.
Sì, certo, mi hai risposto. E che bello sarebbe poter, ogni tanto, cambiarsi di vita con qualcun altro (ma incontrarsi e scambiarsi esperienze è anche questo: abbeverarsi all’altrui fonte). Quel tempo continuo al mattino di contemplazione e di scrittura è una benedizione che ti invidio, così come tu sperimenteresti, forse, l’impatto quotidiano con un mondo di ragazzi da tirar su e che mi impone una doppia vita già nella quotidianità: la mattina e il primo pomeriggio per la scuola, la sera e i momenti rubati alla notte per la letteratura. Prima il servizio agli altri, poi il ritorno a sé. Mi viene da pensare, però, che in effetti io trovo, da sempre, più propizi la fine della giornata o addirittura le ore notturne per la riflessione e la scrittura. Non so perché la stanchezza del corpo, i conti chiusi con la quotidianità, la sedimentazione delle impressioni e delle esperienze sono la brace migliore per attizzare, nella mia testa, la fiamma del pensiero poetico.
Ma prima di uscire da questo sentiero virtuale che abbiamo percorso per non lasciar crescere troppe erbacce, vorrei approfittare ancora della tua esperienza. Indicami dieci titoli di opere teatrali che non dovrebbero mancare nei miei scaffali…
Ah, sono lusingato dalla tua fiducia in me. Io ho una cultura drammaturgica irregolare, totalmente irregolare, ho letto con più metodo i saggi di teatrologia e storia del teatro e antropologia teatrale che la drammaturgia, mai affrontata in maniera un minimo ordinata e, magari, per epoche. Comunque, provo a dirti i primi che mi vengono in mente, e che magari avrai anche già letto: non so, un autore come Antonio Tarantino te lo consiglierei tutto (però è introvabile, era edito da Ubulibri che ha chiuso); a me piace anche il teatro di Moresco (ma so che tu con Moresco non hai un gran feeling); stranieri, ma del passato: Bulgakov, L’isola purpurea e La cabala dei bigotti; Buchner La morte di Danton e Woyzeck; La trilogia della villeggiatura di Goldoni; di Bernhard Il teatrante o Il presidente; di Testori La monaca di Monza; Ibsen, Un nemico del popolo; Molière, Don Giovanni e Tartufo; Stefano Massini; L’istruttoria di Peter Weiss; Gogol, L’ispettore generale; John Gay, L’opera del mendicante; Jarry, Ubu re, e per ora mi fermo qui. Ma mi accorgo che non ho citato l’obbligatorio Samuel Beckett, e gli inglesi più recenti come Mark Ravenhill e Sarah Kane…
Per quanto riguarda i tempi della giornata, per me è l’opposto, preferisco la mattina, mi piacerebbe potermi alzare alle 4 come fanno certi monaci, ma per ora non ci sono ancora riuscito. In un certo senso io ti invidio il rapporto con gli studenti, quando mi capita col teatro (sabato per esempio farò un workshop) lo trovo molto interessante, imparo molto dai giovani, ma non è un lavoro costante. Per me poi la fonte della scrittura, soprattutto in prosa, per la poesia è un po’ diverso, è la memoria, ho ricordi nitidissimi di molte cose dalla prima infanzia in qua, si tratta di trattare, manipolare, trasformare questi materiali grezzi (il semplice ricordo è puro aneddoto, non è sufficiente); è un lavoro che sto facendo con la scrittura narrativa…

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