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Mario Luzi, disegno (dettaglio) di Paola Imposimato

Un ricordo personale di Luzi

22 Marzo 2016/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Mario Luzi è morto il 28 febbraio del 2005. Allora scrissi una paginetta per il sito della mia scuola, che vi ripropongo. Spiego quali siano stati i miei rapporti con il poeta e soprattutto i motivi che mi hanno suggerito di defilarmi, fra i tanti che si annoveravano fra i suoi discepoli.

(L’opera scelta come copertina – cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa – è un disegno di Paola Imposimato)

(Clicca qui per tornare alla “home page” con tutti i materiali su Luzi)

Questa mattina suggerivo ai miei alunni di recuperare un giornale per raccogliere gli articoli sulla morte di Mario Luzi, autore che presto tratteremo. E ne approfittavo per spiegare loro che cosa si intende, in ambito giornalistico, per “coccodrillo” (in gergo, l’articolo di commemorazione di un personaggio famoso, spesso preparato molto prima della sua morte).

Personalmente, non sopporto la retorica di queste commemorazioni, né voglio illudermi di sentirmi chiamato in causa, in modo diretto, in questa particolare circostanza. Sì, è vero, mi sono occupato di Mario Luzi con diversi studi, a partire dalla mia tesi di laurea, l’ho incontrato in varie occasioni, l’ho intervistato, sono stato a casa sua più volte, ho persino parlato di lui, in sua presenza, in una conferenza compresa nel ciclo di un convegno organizzato nella sua Firenze, ed altro ancora. Avrei avuto, insomma, tutte le carte in regola, anche come direttore di una rivista di poesia contemporanea e in qualità, non solo di studioso, ma di poeta, per avvicinarlo in questi anni e coltivare così un rapporto. Che cosa mi ha inibito, allora? Non solo una personale ritrosia, dovuta a motivi caratteriali, ma soprattutto il preciso senso di una distanza invalicabile. Distanza ambivalente, che riconosce la grandezza di un maestro e, nello stesso tempo, la differenza di orientamento che intuivo su vari fronti: sensazione, quest’ultima, che vale per quel che vale. Più di tutto questo, però, ha rappresentato per me un freno determinante la percezione dell’aura che circondava il poeta fiorentino; ma qui occorre spiegarsi bene. Luzi è sempre stato famoso per la “carovana”, più o meno pronta a rinnovarsi, che lo ha seguito nel suo viaggio nel Novecento, e non voglio alimentare pettegolezzi inutili: c’è già un famoso epigramma di Pasolini a raccogliere il veleno possibile. Per me non è questo il punto, tanto più che saremmo fermi a considerazioni che sbirciano maldestramente su zone private, che pure contano per quel che contano. Luzi è, inoltre, nato subito sotto il segno della Letteratura con la L maiuscola, ed è stato congelato dentro questa immagine istituzionale, da scrittore chiuso nella sua torre d’avorio e mai troppo compromesso con le battaglie dell’epoca (specie all’altezza della Seconda Guerra Mondiale e delle tensioni civili che ha alimentato), da letterato accademico “schifiltoso” (per dirla alla Mengaldo), da perenne candidato ufficiale delle patrie lettere per il Nobel, da poeta della cristianità incaricato dal Papa per la via Crucis, infine da Senatore a vita. Questo profilo, notiamo en passant, lo innalza di fatto al rango di degno successore di Montale, al di là di tutti i giudizi letterari sui due poeti. Ciò spiega la speculazione editoriale e accademica che da decenni, e in modo crescente, ha isolato Luzi dentro questa icona. A troppi dottorandi universitari e docenti di terza categoria poteva venir comoda una pubblicazione sul Nostro Maggiore Poeta… Eppure, ecco il punto, personalmente ho avuto la sensazione precisa che Mario Luzi, per quanto fosse ben lieto del ruolo che incarnava persino con una certa naturalezza, fosse anche consapevole di tutto e si lasciasse usare non tanto per vanità, ma per reale distacco, per autentica capacità di prendersi con leggerezza, godendo con semplicità di ogni avventura: uno scarto decisivo, insomma, che gli permetteva di sollevare la testa dalla folla che lo circondava per lasciar sprizzare il suo sguardo curioso e persino un po’ impertinente (specie dentro quelle vesti curiali!) dall’alto dei suoi novant’anni, ben al di sopra delle celebrazioni e dei pettegolezzi. Ecco, è stata la percezione di questo sguardo a suggerirmi di stare a distanza, per coglierla meglio, paradossalmente, la luce della sua pupilla, così mobile, nell’instancabile inseguimento di un bagliore di verità, anche dentro la storia, anzi, persino nel fitto della cronaca. O ferma, se si vuole, sull’essenziale, sulle sue metamorfosi spiazzanti, sull’essere che esiste nel divenire, come ci ha mirabilmente insegnato.

Vorrei dunque gettare nel bla bla di adesso non un’ulteriore finta lacrimuccia, ma una precisa immagine, quella di un novantenne capace di insegnare ai più giovani il segreto stesso della giovinezza. Il resto, è un gioco che non sorprenderà i più: molti lo celebreranno e, lasciandosi trascinare dalla foga, lo additeranno ore rotundo come il maggior poeta del Novecento; prestissimo invece si solleveranno le voci rimaste represse in questi anni e qualche giovane proverà a ridimensionarlo, avvantaggiato da certe zone effettivamente ardue della sua opera e soprattutto dagli eccessi (ma quanto motivati!) dei suoi ultimi libri.

Servirà tempo, invece, per capire il senso completo della sua opera, che avrà certo la forza di parlarci ancora e, forse, troverà persino la sua dimensione più vera proprio quando l’aura del poeta si sarà dissolta e l’eco della sua voce sarà assorbita totalmente dalla voce, silenziosa, dei versi.

 

Tags: LUZI, MONTALE, PASOLINI, POESIA CONTEMPORANEA
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