Il poeta Amedeo Giacomini

Amedeo Giacomini

Dieci anni fa, il 23 gennaio 2006, morì il poeta Amedeo Giacomini. Ebbi modo di conoscerlo di persona durante un evento letterario. Mi piace ricordarlo proponendo qui un saggio che scrissi a suo tempo: venne pubblicato sulla rivista “Hebenon”, era addirittura il 2000…

Un canto fatto di nulla. Lettura della poesia di Giacomini [1]

 

Sbegas sul mûr,
chistu si faseve di frus:
un sorêli cui pêi,
doi sèrclis, un baston…
Al ere peciât in che volte,
ma lu é ance cumò
ch’i vin imparât
ch’a si è líbars par sielte,
no par veretât.
E alore, frut, se fâ?…
– Finíssile, luvin dal mont,
tae il cordon, bútiti-jú!… –
MA DOLà?…

[Scarabocchi sul muro, / questo facevamo da ragazzi: / un sole con i peli, / due cerchi, un bastone… / Allora era peccato, / ma si pecca anche adesso / che abbiamo imparato / che si è liberi per scelta / e non in verità. / E allora, ragazzo, che fare?… / – Smettila, umbilico del mondo, / taglia il cordone, buttati giù!… / MA DOVE?]

Con questi versi si apre l’Antologia privata di Amedeo Giacomini, che raccoglie un’ampia selezione delle sue poesie in friulano: quasi a invitare il lettore a compiere un balzo sui flutti della memoria verso alcuni dei motivi essenziali della sua poesia: squarci di esperienze fra povertà e solitudine, la ricerca del proprio ruolo nell’incedere del tempo, il senso del peccato, il tormento della coscienza morsa da una disperazione aspra e concreta come la terra, il Friuli, che emergerà con riferimenti storici e contestuali espliciti.
Eppure Giacomini, nato a Varmo nel 1940, non esordì come poeta dialettale, ma con una prova narrativa pubblicata da Rizzoli (nel 1968), cui fecero seguito poesie in italiano e il trattatello L’arte dell’andar per uccelli con vischio (Scheiwiller 1969). «Al friulano – spiega lo stesso scrittore – mi detti relativamente tardi (1977), ma fu quasi una folgorazione. A spingermi collaborarono il terremoto (per noi friulani una guerra!) e un’esigenza di “verità” rispetto all’Io nostrano che spesso naufragava in illusioni edeniche (se non addirittura retoriche) dalle quali non aveva saputo pienamente liberarsi neppure il primo Pasolini. Ne venne un dettato quasi diaristico, legato al presente, espresso in una lingua che non s’appigliava alle rispettose bellurie della cosiddetta Koinè, piena d’arcaismi e di venetismi, una lingua corrotta insomma come quella dei miei compagni di strada e d’osteria, “bassa” rispetto alla masturbante purezza di chi (magari soltanto in poesia) vedeva il Friuli come la soglia di un paradiso. Era ciò che cercavo, perché convenzionalmente “basso” era il mondo che volevo esprimere e che coinvolgeva (con palese o nascosto intellettualismo) il mio Io lirico. Da Tiare pesante in poi (dalla mia prima plaquette stampata in sordina) in poesia non potei più scrivere che in friulano, usare quella langue fortemente contrastata in patria, ma che ancora oggi mi distingue». È dunque duplice la spinta che conduce Giacomini al dialetto: esistenziale e ideologica. E il timbro di questa duplicità rappresenta uno dei tratti distintivi dell’autore, dalla natura poetica ibrida, in cui l’adesione alla lingua del suo paese si contamina con una lucida ricerca “letteraria”, tentando il difficile connubio fra cultura orale e cultura libresca.
Si può considerare emblematico il fatto che il suo primo libro di versi fu prefato da David Maria Turoldo, mentre ora l’antologia autoallestita reca la puntuale e ampia analisi introduttiva di un giovane poeta friulano, Gian Mario Villalta, anch’egli scrittore sia in lingua sia in dialetto: quasi a delineare, se non una linea regionale, almeno un’esile ma resistente filo che ricuce fra loro autori di generazioni diverse entro il solco della tradizione novecentesca (ma anche idealmente espandibile, sia al passato, se si considera la dedica di una poesia a Eusebio Stella, «poeta erotico del ‘600 friulano», sia oltre i confini nazionali, per esempio con l’omaggio a Marina Cvetaeva, sentita da Giacomini «sorella-sorellastra»: «Ci siamo trovati su un lago senza rive / là dove tutto era permissività: / ci siamo buttati giù, tu da una corda, / io, serpe, dalla mia viltà»). L’accostamento non sembri puramente dato dall’occasionalità dei rapporti: ci sono precise tematiche ed espressioni di Giacomini che rimandano alla poesia di Turoldo. Si pensi, in particolare, al tema del nichilismo, che per chi è di formazione cattolica diventa il problema della relazione fra la divinità e il nulla: anche nei versi di Giacomini, il nulla appare come il mare che circonda l’essere.
In qualche modo, poi, Tiare pesante rappresenta la cellula generativa di tutto l’universo poetico che in seguito si verrà a sviluppare.

Paîs… paîs riciatât tal grin di une frutine,
paîs di tiare cialde, di âghis nêris,
a plômp, sot un ornâr
(la tiare di Gildo, i ciâmps di Turo)

[Paese… paese trovato nel grembo d’una fanciulla, / paese di terra calda, d’acque nere, / a piombo, sotto un ontano / (la terra di Gildo, i campi di Arturo)]

C’è una malinconica cantabilità in questa raccolta, che solo alla fine farà emergere l’io lirico, per ora indistinto sullo sfondo di una coralità implicita, anzi, cercata:

Lin, paîs di marum,
dinsi la man su la puarte,
lin-víe…
Bessôi si scomense un mônt

[Andiamo, paese d’amarezza, / diamoci la mano sulla porta, / andiamo… / Da soli si comincia un mondo].

Anche quando pare prevalgano temi e inflessioni “tradizionali”, e talvolta di origine antica, come all’inizio di Prin Lied (titolo peraltro emblematico per il richiamo sempre più consueto nell’autore, di raccolta in raccolta, a determinati generi letterari), troppo calcato nel ripiegamento memorialistico, all’improvviso il poeta si riscatta, per esempio con l’esplodere della sensualità sapida e innocente che, qui come altrove, rompe ogni sentore di maniera:

[…]
frus za malissiôs…
(Milie di Gento ‘a cambiave di sàbide
la so sole mudante;
di domenie, stânt atêns,
‘a i si viodeve la parússule…
Ciacarà di pêi cun sió fi
‘a ere une blesteme, forsi un insest…)
Vué come jeir, tal mió paîs,
jessi al è chistu:
dolorôse malissie e nuje,
e lâ-víe par vê un doman,
par che la vite no sedi robade
e baste, ma ch’a sedi pan
e ciâr par fâ ledan…

[… ragazzi già maliziosi… / (Emilia di Gento cambiava di sabato / la sua sola mutanda; / la domenica, stando attenti, / le si vedeva la fichina… / Parlare di peli con suo figlio / era una bestemmia, forse un incesto…) / Oggi, come ieri, nel mio paese, / essere è questo: / dolorosa malizia e basta, / e andarsene per vare un domani, / perché la vita non sia sempre rubata, / ma che sia pane / e carne per far letame…].

Si tratta della dialettica insita nella duplice natura di questa poesia, dotta e insieme sanguigna e umorale, pronta ad applicarsi a temi e generi fiduciosa nel fatto che, durante il processo della scrittura, interverrà la radice esistenziale che sta all’origine del «palese o nascosto intellettualismo» di cui si diceva. Il poeta assume infatti fin troppo consapevolmente i panni del cantore di una terra e di una gente, spaziando dalla favola (Flabute) alla preghiera, dal rapporto di coppia al confronto con l’altro (l’«jo e tè» che scandisce diverse poesie giustapposte). «Signore, / mi dolgono stasera i miei paesi…»: da questo dolore d’appartenenza cercata, ma mai serenamente data per destino di poesia, scaturisce il dramma personale.
Non si può risolvere la costitutiva ambivalenza della poesia di Giacomini e stabilire se si tratti di bozzetti realistici o brani trepidanti d’esperienza, narcisismo oscillante fra l’io e il noi o smantellamento delle pastoie della poesia novecentesca per via non letteraria:

Jessi bessôi dopo vîncj ains,
jo e tè, di bessôi,
ognun cul so dûr drenti,
cul so desert glassât…
Jo, peraule muarte,
quânt ch’j’ la misuri cun tè…
(Amôr sidin il mió,
fat di sbàlios,
di un ridî di vôi…)
Vîncj ains insieme,
di bessôi ‘ste gnot
ch’i tu vâs bessole
tal mâr di un sium
ch’j’ speri tormentôs!…

[Essere soli dopo vent’anni, / io e te, soli, / ognuno con il suo duro dentro, / con il suo deserto di ghiaccio… / Io, parola morta, / quando la misuro con te… / (Amore muto il mio, / fatto d’errori, / d’un ridere d’occhi…) / Venti anni insieme, / da soli stanotte / che entri sola / nel mare di un sogno / che spero tormentoso!…]

Anche quando i toni patetici si fanno oppressivi, essi trovano fondamento nelle interrogazioni dell’autore, perciò sufficientemente consapevole della dinamica in atto nella sua avventura lirica, che trasborda e trova proprio nell’eccesso la via di fuga dalle strette della tradizione. Persino il topos dell’osteria, perfetto emblema della solitudine e della fratellanza paesana, su cui incombe l’ombra pesante di altre voci poetiche (Caproni, Luzi), sfugge ai recinti della purezza letteraria per l’immediatezza, lirica e non teatrale, delle riflessioni:

Jo e tè e intôr il mônt ch’al cole,
jo e tè ta un cianton di ostaríe,
tú cul tió cafelat, io cul mió got,
e zujâ cul dêt intôr a un’àgrime di vin
e disi-si ch’i si sin volûs ben,
ch’al ere biel cialâ-si in tai vôi
e crodi che amâ-si al fossi sense fin.
(Four al plouf,
al bat tal vêri un mos-cion,
un zujadôr, in bande: «Càric!», al sighe…
come se vinsi al fossi destin d’ogne destin…)
e po jevâ-si cui lâvris ch’a’ trímin:
«Al é mauc cuntinuà a ciatâ-si…»,
lâ four e il vuicà de puarte
a còriti in tal sânc,
e po’, voltâs di schene,
ognun pa la so strade,
doi pas, zirâ-si, e:
«Al è dut jessi no mandressûs!…»,
disi, squâsi sigânt, tal sercli
grîs di une mûse foreste
ch’a ti ciale e ‘a va-víe,
nissânt il ciâf, ridînt…

[Io e te e intorno il mondo che cade, / io e te in un cantuccio d’osteria, / tu con il tuo caffelatte, io con il mio bicchiere, / e giocare con il dito intorno a una lacrima di vino, / e dirsi che ci siamo voluti bene, / che era bello guardarsi negli occhi / e pensare che amarsi fosse senza fine, / (Fuori piove, / batte sui vetri un moscone, / un giocatore, in disparte: «Carico!», grida… / come se vincere fosse destino d’ogni destino…) / e poi alzarsi con le labbra che tremano: / «È squallido continuare ad incontrarsi…», / uscire e il ciglolio della porta / a correrti nel sangue, / e poi, girati di spalle, / ognuno per la sua strada, / due passi, voltarsi, e: / «È tutto essere immaturi!…», / dire, quasi gridando, nel cerchio / grigio d’una faccia sconosciuta / che ti guarda, va via / e scuote, ridendo il capo…]
Eppure, l’iterata struttura compositiva paratattica basata sull’accumulo degli infiniti (alla maniera del montaliano Meriggiare pallido e assorto…), ricca di enunciati che sfumano e tentano di prolungarsi, senza verticalismi simbolici, come una nota musicale o un orizzonte declinante, è scoperta rivelazione di un discorso metafisico sotteso agli episodi portati in poesia. Nondimeno, il caffelatte, l’assunzione di un termine gergale dal gioco della briscola, il moscone, sono tutti dettagli che ancorano la situazione alla sua concretezza, aspra anche nei sentimenti che in fine prevalgono, non permettendole di “lievitare” di tono e costituire una sequenza astratta e conchiusa, “metafisica”. Non c’è correlativo obiettivo (proiezione di un senso in una scena), ma l’opposta scoperta di un senso entro una scena di vita vissuta, seppur letta, magari, solo grazie alla letteratura che ha già portato quel mondo sulla pagina, partendovi però dall’esterno. Il poeta non si stacca dal suo discorso sviluppandolo in terza persona, non compie fino in fondo la spinta intellettualistica (o ideologica) che lo volgeva verso le realtà sussunte: resta fedele alla propria natura ibrida. Anzi, con il crescere dei risvolti metafisici, per esempio con la rappresentazione di un sogno nel Lied furlan, l’io lirico finisce per emergere interamente dallo sfondo, fin dagli incipit perentori di diverse poesie: «Io, bastardo, pagano, / semenza bruciata di un padre ubriaco…», «Io: grande miracolo / di essere qui ad incastrarmi / ogni giorno davanti a uno specchio…», «Io, nudo davanti a te, Signore…». Fin da Tiare pesante, dunque, si colgono tutti i motivi dell’autore, se anche il crogiuolo d’amore, il maledettismo baudelairiano trovano espressione nelle poesie conclusive. L’epigramma finale (leopardianamente intitolato A me stesso) si carica inoltre di tensioni ideologiche e sociali, che si innervano sull’inquieta (per l’osservata ambivalenza originaria) coscienza del poeta:

A MÈ STES: EPIGRAM
 
I vôi di me mâri âghe muarte,
turbul resum di un piardi-si dentri
il sidin dai dîs muars,
dal jessi pantan e velen,
piardûs par sé, piardûs pai âtris…
(Si disares «cossiense» par talian,
par mè al è marum,
jessi chí, dûr, viêri, carulît
a ciatâ scûsis pai rimuars…).
Tâs, va’!… Tu âs simpri une frute a consolâti,
par italian, par todesc, par furlan,
a dîti: «Lasse piardi, intellettuale di merda,
métimal-dentri, no sta’ tormentâti!…»

[A ME STESSO: EPIGRAMMA. Gli occhi mia madre acqua morta, / torbido rigurgito di un perdersi dentro / il silenzio dei giorni inerti, / dell’essere pantano e veleno, / perduti per sé, perduti per gli altri… / (La si direbbe «coscienza» in italiano, / per me è amarezza, / essere qui, duro, vecchio, intarlato / a trovare scuse per i rimorsi…). / Taci, va’!… Hai sempre una ragazza a consolarti, / in italiano, in tedesco, in friulano, / a dirti: «Lascia perdere, intellettuale di merda, / ficcalo dentro, non tormentarti!…»]

Non si intende con ciò affermare, ampiamente citando la raccolta d’esordio, che le opere successive non presentino sviluppi, ma soltanto che essi, in quanto tali, risultano compresi in nuce nel solco già aperto. Nel percorso di Giacomini riproposto nell’Antologia privata, non si avvertono fratture. Semmai, sarà l’intera produzione poetica dialettale ad aprire una frattura con le opere precedenti (invertendone gli assunti o rifondandoli su nuove basi?). Come osserva Villalta, dopo la prima compatta raccolta,

Si affaccia la necessità, da un lato, di arricchire la gamma espressiva di moduli e forme, come di ampliare il mondo della realtà compresa dalla persona lirica già costituita (ma di quel tanto che è possibile senza tradirne le caratteristiche), d’altro lato vi è l’approfondimento della coscienza letteraria dell’intera operazione, che richiede maggiore attenzione agli aspetti costruttivi del testo. Sono due libri, Vâr e Sfuejs, meno potenti e meno unitariamente risolti, più sperimentali, dove prevale un grande lavoro di traduzione, annessione, recupero di ampie aree della tradizione poetica: dai tardo latini o dai provenzali, dai francesi antichi o dai russi contemporanei, al friulano vengono offerte voci e strumenti, cornici tematiche, uno spessore culturale.
Insieme al rischio di rinchiudere la persona lirica nella figurina di un “personaggio” locale, che occorreva a tutti i costi evitare, vi era la necessità di portare la lingua nella lunghezza d’onda mentale di un “io” lirico culturalmente ed esistenzialmente più consapevole. […] Viene cassata definitivamente, attraverso le diverse intelaiature letterarie, la possibilità di qualsiasi ricaduta nel vernacolare, che avrebbe potuto riaffacciarsi con il personaggio ed il mondo del paese, e, nello stesso tempo, si pongono le premesse per un passo che sarà decisivo nella maturazione della poesia di Amedeo Giacomini, e cioè il passaggio dall’assunzione della parlata locale a una lingua di respiro più ampio e insieme più personalizzata, nella quale la scelta all’interno delle diverse varianti del friulano avviene in nome della maggiore necessità interna del dettato poetico.

E fin dal primo verso si palesa il maggior sperimentalismo linguistico della seconda silloge, che si apre sul fitto intreccio intorno alla parola-titolo, che oltre ad alludere al paese dell’autore, è, come lui stesso spiega in nota, «voce preromana (indoeuropea) che significa: acqua, umido liquido amniotico, ecc.»:

âr, târ, Vâr,
oh se difissil vivi a Vildivâr!…
Livio Pissâ, Rico Bovâr.
Pedàdis in tal cûl e un puin tal nâs
par un lujar ciapât sot il so ornâr,
âr, târ, Vâr,
oh se difissil s-ciampâ di Vildivâr
quânt che là da la roste
i pôi a’ sclopin di butui
a parâ-víe l’unviâr!…

[âr, târ, Vâr, / oh che difficile vivere a Varmo!… / Livio Pizzale, Rico il Bovaro, / calci in culo e un pugno sul naso / per un lucherino preso sotto il suo ontano. / âr, târ, Vâr, / oh che difficile scappare da Varmo / quando, dove corre l’argine, / i pioppi scoppiano di gemme / a cacciare l’inverno!…]

E non si tratta di un caso isolato. Oltre allo Schers che si legge alla fine della raccolta («Cioc, ciochelat, ciocheton, / cioc, cioc, cioc, / squâsi un montan, un franzél, un frisoc, / cioc, cioc, cioc…»), Vâr si caratterizza infatti globalmente per la varietà di toni, registri e forme metriche: anche una semplice scorsa ai titoli lo dimostra. Giacomini allarga le comparse chiamando sulla scena altri personaggi, per lo più legati alla cerchia domestica (il padre, il fratello, l’amico), moltiplicando così le sfaccettature del contesto che però ruota ancora intorno al personaggio lirico creato: non c’è dunque superamento, ma solo dilatazione del microcosmo di Tiare pesante. Piuttosto, sono la storia e la cronaca a lasciare tracce cospicue (si vedano le poesie Il poete sassinât e Balade dai operarâris da la Rex). Anche per questo, non di rado gli esiti più convincenti risultano, paradossalmente, quelli più legati a temi tradizionali, talvolta capaci di una freschezza impensabile in italiano (e già meno efficaci nella traduzione che accompagna il testo, talvolta dal gusto aulico): «Us cianti une cianson / fate di nuje…».
Con la raccolta Sfuejs (“fogli”, ma anche “stagni”) del 1981, sul sostrato culturale accumulato nel dialetto e sulla dilatazione della stessa misura testuale, il poeta interrompe la mono-tonia lirica riprendendo e conferendo maggior risalto plastico alle figure già evocate nella raccolta precedente: personaggi (che restano comunque proiezioni dell’io e del mondo letterario in cui esso prende forma, terze persone raccontate dal poeta e impossibilitate a esprimersi direttamente) che vanno a comporre un una sorta di rappresentazione popolare dalla felice aura medievale e insieme moderna (si pensi al tono recitativo e al teatro di poesia di ascendenza precipuamente anglosassone). Le sequenze poematiche disegnano architetture musicali a più quadri, anche con prologo e congedo, come nel caso degli Sprecavita (I bíntars). Dopo l’apertura:

PROLIC
 
Us viôt chi, compains mei
che simpri ‘i veis nodât in tal vin,
e vuâtris, frútis d’ogne colôr,
devant di mé che za j’ soj tal martôr…
J’ us riciati cul vuestri distin
e mi ven voe di pàndimi,
jo, bintar de vuestre rasse,
frut mai madressût,
mi ven voe di ciantâ…
‘A è ‘ne ciante, la mê, sense padin,
par vôs ràuchis, folàdis,
‘ne ciante lunge che disarmât
j’ voj a scomensâ…

[PROLOGO. Vi vedo qui, compagni miei / che avete sempre nuotato nel vino, / e voi, fanciulle d’ogni colore, / davanti a me, qui, che già sto nella fossa… / Vi ritrovo con il vostro destino / e ho voglia di scoprirmi, / io, sprecone della vostra razza, / ragazzo mai maturato, / e mi vien voglia di cantare… / È una canzone, la mia, senza riposo, / per voci roche, affocate, / una lunga canzone che disarmato / vado a incominciare…]

il poeta, con rapide e vivaci pennellate, dipinge in ordine le “macchiette” di paese (Angelo, Lida Stampella, Rico, Nena, Bepo Puzza, Maria Puttana, Titta, Giacomo il Filosofo, Toni Matto), dalle quali si prenderà in fine congedo: «E tornate adesso nell’ombra (…) / tornate, amici miei di baldoria, / con i vostri fegati a pezzi, / con la sete brutta che v’asciuga, / io vado da solo incontro al nulla!». A questo poemetto, che resta uno dei più emblematici risultati poetici raggiunti da Giacomini, fanno seguito molto appropriatamente altre collane di frammenti: la “Suite” dal vin e il “poemet” «De rosis». Il primo non è soltanto tematicamente legato al componimento che lo precede, ma prosegue e trasfigura in nuovo (per genere e per intonazione) contesto un topos baudelairiano che si riallaccia al personaggio lirico e al “maledettismo” delle precedenti raccolte. Il secondo, invece, può sembrare meno attinente e quindi solo giustapposto agli altri poemetti e alle composizioni che seguono (in una raccolta comunque internamente variegata), anche per la ricercatezza musicale e la ricchezza simbolica del soggetto (ecco il primo frammento, a titolo di esempio: «La Rrr… rôse, la rôse, / i pètuj ros di rôse, / rôse di baras, milussus, rôse… / ô se rôse, rôse… rasint / i làvris dal sidin / … … … in / La rôse, il so sidin / … din / tal tasê da la vite, / rôse, / sôl padin»), ma il distacco andrà in parte colmato in virtù delle ascendenze medievali (ricordiamo che Giacomini ha insegnato filologia all’Università) poste in essere nella direzione, già indicata, di conferire uno spessore culturale al friulano.
La scelta di articolare il successivo libro (Fuejs di un an, del 1984) in poesie che, come fogli di calendario, scandiscono il tramutare delle stagioni, con le ricorrenze tipiche e gli avvenimenti di una elegiaca ma aspra quotidianità, appare a posteriori un passaggio quasi “fisiologico” per l’autore. Allentata ma non persa la presa lirica sul mondo, identificata ormai la propria voce, il poeta incomincia a intravedere avanti a sé la soglia dell’inverno. Il paesaggio, che via via ha accolto presenze molteplici, senza perdere la propria portata referenziale, acquista trasparenza letteraria e svela in filigrana le risonanze di un paesaggio interiore: « La persona lirica e la voce propria del poeta si sono incontrati: si affaccia l’aspetto diaristico, che caratterizza tutta la fase matura della sua poesia» (Villalta).
Anche linguisticamente, come osservato, la connotazione della poesia di Giacomini esce dalle strette di una mera identificazione vernacolare, non solo per il rifiuto della koiné purista del friulano letterario (Giacomini sembra a tratti voler evidenziare la musicalità ruvida e tronca del proprio dialetto con il ricorso a rime, il pastiche linguistico personale, ossimori e tutti gli altri tratti stilistici della sua poesia), ma anche e soprattutto per il superamento esistenziale dell’illusione di una integrazione dell’io dell’autore raggiungibile attraverso la mediazione della letteratura e in particolare del dialetto. Dissolti i fantasmi di una ricongiunzione della psiche duramente provata dalle dinamiche della società contemporanea e degli avvenimenti storici di assoluto rilievo che si sono susseguiti con estrema rapidità, Giacomini vive con lucidità nel dialetto la lotta con la tradizione, la faticosa ricerca della semplicità e della piena dicibilità delle cose che deve affrontare il poeta in lingua. Questo distacco maturato nei confronti della terra e della lingua è chiaro nella prima sezione di Presumût unviâr (del 1987), intitolata Non tornando a Varmo. La sicura presa di coscienza del poeta: «Per l’amara, convinta certezza che vivo / non ho più bisogno dei morti» è perfettamente consonante, per esempio, con l’addio di altri poeti alla stagione più “neorealistica” della loro produzione. Citiamo Luzi: «E per opera d’un più vero amore / ho detto addio a quei pochi grumi d’alberi, / d’erba, sono tornato sui miei passi» (La valle, in Dal fondo delle campagne). Tutto ciò conferma le riflessioni di Villalta sull’evasione (lâ-vie) e sulla paternità della lingua di Giacomini:

La sua, infatti, è una lingua “paterna”, che non afferisce cioè ad istanze regressive, ma si colloca all’interno del discorso in uso nell’ambito della società adulta, se pure per denunciare una necessità di ribellione e una mai risolta crisi di appartenenza. Questo entrare nel mondo “dalla parte del padre” è l’assunzione di un ruolo sociale e simbolico che costringe al confronto diretto con il dato prosastico della realtà […]

Per questo, la stagione elevata a emblema, assume la chiara valenza di un’accettazione del vuoto in cui si staglia l’esistenza:

UNVIâR

‘A è in mé vuê, tal pluj fons,
une posse inglassade, e a disfâle
a’ nol baste il sâl dal tió ben.
Un ajar di mil ains al è passât su di mé
scancelanmi tanche ‘ne strade;
‘i tu varèssis di lâ cumò come vuarbe,
menade dal tió dolôr d’aghe sorgive,
ma tu rèstis ferme su la pedrade,
ingrisulide dal nuje che intôr ‘a semene
la grivie man dal mió unviâr

[INVERNO. C’è in me oggi, nel più fondo, / una pozzanghera ghiacciata, e a disfarla / non basta il sale del tuo bene. / Un vento di mille anni è passato su di me / cancellandomi come una strada; / dovresti andare adesso come cieca, / portata dal tuo dolore d’acqua sorgiva, / ma resti ferma sulla pietra della fonte, / raggricciata dal nulla che semina intorno / la greve mano del mio inverno.]

Dopo questa soglia, anche il “ritorno” che dà vita alla seconda sezione della raccolta, non sarà una riscoperta, ma un doloroso riflusso.
Nel libro successivo, In âgris rimis,

L’illusione illustre al trobar clus, nel titolo, non vale solo per l’aspetto stilistico, quanto e soprattutto per la visione di una natura sempre più incapace di offrirsi nel suo aspetto originario di rinascita e di incremento […] (Villalta)

Riemerge ormai in modo meno risentito eppure inequivocabile l’io delle prime raccolte. Il personaggio poetico è infatti lo stesso di Tiare pesante, seppure la sua morsa lirica sia meno disperante: «Mi sfuggono un poco ancora le cose, / loro che farsi vorrebbero semplici, pure / se io non fossi loro sempre di più / piuttosto che essere me stesso». Troviamo anzi una poesia esplicitamente intitolata Io, dove viene riconosciuta la giustezza della propria dimensione: «Mi sono misurato con il tutto: / con il passato, con il presente: / ho scelto di essere qui, nel mio presente». Anche le tempeste e le sfuriate dei sentimenti giungono a comprendere la cruda relatività delle cose: «Vado come persa una nube / nel grembo della sera». L’io che si dibatteva romanticamente contro la storia e la coscienza, rivolgendosi anche a Dio con ardore, si parifica alle creature che appartengono al proprio mondo, che non hanno voce eppure sembrano misteriosamente partecipare allo stesso dramma cosmico. Questo è l’unico ritorno possibile all’origine, l’unica riscoperta non consolatoria del senso dell’esistenza.
Tutto dunque acquista col tempo una maggiore leggerezza, senza perdere l’irrimediabilità di un destino. Il poeta ribadisce infatti l’immagine e si scopre non più di una nuvola di fumo nell’osteria (nella poesia Tango, nella breve sezione conclusiva di inedite). Il viaggio poetico di Giacomini si conclude, con tutta la differenza che ha scavato nel verso il lento scorrere dei giorni, là dove era cominciato: con un incerto salto nel vuoto, a occhi chiusi.

SORE DI UN MÛR ‘NE SCJALE…

Sore di un mûr ‘ne scjale
e dovê, par rivâ al vêr, butâle jù…
T’incjante il dì, sole misure
di lum al tiò jessi svuedât,
(Maravèis di rosis jù in bas
e il sgrîsul ogne tant di cjatâsi
malabîos cocai ch’ ‘a tarlùpin
intun sigo la gnot…).
Dolà là alore, Signôr, parvinse di un vêr
squasi obleât che no sai cjatâ?
Doman sul mûr il blanc di une saete,
doman… Butâsi jù serint speranze,
butâsi jù cul cjâf.

[SOPRA UN MURO UNA SCALA… Sopra un muro una scala / e dovere, per giungere al vero, gettarla giù… / T’incanta il giorno, sola misura / di luce al tuo essere svuotato. / (Meraviglie di rose là in basso / e il brivido ogni tanto di trovarsi / maldestri gabbiani che occhieggiano / in un grido la notte…). / Dove andare allora, Signore, parvenza di un vero / quasi obbligato che non so trovare? / Domani sul muro il bianco di una saetta, / domani… Gettarsi giù cercando speranza, / gettarsi giù col capo.]

[1] Amedeo Giacomini, Antologia privata. Poesie in friulano (1977-1997), Faenza, Mobydick, 1997, £ 23.000
 

3 commenti
  1. Avatar
    marina marino dice:

    Non conosco il friulano, ma in italiano questi versi mi sembrano arcaici e contemporanei, vivi, aspri, cupi e tenerissimi, e, se in etrusco poesia significa ” bocca attraverso la quale parla dio”, qui credo ci riesca senza tema di sbagliare.

    Grazie, mi sono emozionata

    Marina

    Rispondi
  2. Avatar
    Monica dice:

    Anch’io non capisco bene il friulano seppur cresciuta nel dialetto veneto che non è molto distante dalla lingua di Giacomini però mi sono piaciuti i suoi versi. E’ bello che qualcuno diffonda poesie come queste o testi in prosa mai abbastanza apprezzati come quelli del compianto Meneghello che per me resta un grande del Novecento.

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    Vivian dice:

    Trovo solo ora, bighellonando sul web, questi splendidi brani di Giacomini. Le parole per commentarli non le trovo. Amedeo dice tutto lui. Non mi riesce d’ infilarmi tra i suoi versi. Si stringe il cuore allo scorrere delle sue lucide disperazioni. Le immagini del giorno sfolgorante e delle lune accese illuminano la mente. Momenti d’ infinito. Nessun compiacimento nell’ immagine evocata, nel sentire lacerante del dolore che emerge. È essenziale la poesia di Amedeo. E vasta. Una poesia impermeabile, unica. Parole che scendono nel profondo a graffiare le tue disperazioni, a colorare i tuoi palpiti di gioia. Una poesia forte e vitale, quella di Amedeo. Pennellate rapide e precise di un sentire immenso espresso con una lingua ruvida e dolcissima. Un sentire abbarbicato alle radici del vivere: la terra, il cielo, il fiume, la casa, il paese, l’ amore, la gente intorno.

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