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Marco Molinari

Poeti contemporanei: Marco Molinari

28 Luglio 2017/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Risulta inevitabile parlare di elegia, a proposito delle poesie di Molinari. Anche solo un rapido assaggio della raccolta Madre pianura attraverso i titoli in cui si articola (Poesie di settembre, Poesie sparse per la terza casa, Poesie scritte sotto gli alberi) o un primo tratteggio del paesaggio (la pianura padana, evidentemente) che detta il titolo complessivo ma che, soprattutto, permea ogni verso imponendosi più che, come sfondo occasionale, come luogo elettivo della sensibilità poetica e della percezione del mondo, fornirebbero le giustificazioni per riferirsi a tale classificazione. Ma, sopra tutte queste indicazioni, pesa l’autorevole opinione di Milo De Angelis, che nella prefazione al volume parla addirittura di un innesto a posteriori della vena elegiaca di Molinari nell’esperienza della rivista «Niebo» (nome adesso prestato alla collana che, appunto, edita Madre pianura).

Si accolga pure, allora, l’indicazione di massima, ma senza dimenticarne la fondamentale precisazione: «Elegia che punta in alto. Lontana dai nostri crepuscolari, di cui condivide solo qualche paesaggio trepidante. Più vicina semmai a Maeterlinck o ai simbolisti russi, dove preme il senso del mistero». A parte, infatti, qualche voluto (e magari un po’ trito) richiamo esplicito al nostro crepuscolarismo (la poesia È mercoledì cita Moretti: «È mercoledì. Piove. Sei a Cesena») o qualche inflessione panica e sentimentale (è lecito pensare a Sbarbaro?) che dichiara la devozione e l’appartenenza a una terra amata («alberi, alberi, vi strega / il sole e neppure d’estate / avete importanza se ancora / ci sarete, nell’attesa del taglio / io mi siederò sotto di voi»: è il finale del libro), la scrittura di questo poeta (altrimenti includibile nel capitolo precedente) si apparenta sempre più volutamente con l’esperienza del prestigioso mentore. Abbandonando con crescente consapevolezza i toni più effusivi delle opere precedenti, egli persegue la via di una scrittura governata dal senso del tragico («Tutto era pronto. Furono impiccati / alle due del pomeriggio, / perché l’aria calda / sciogliesse il grido»). Gli eventi s’intuiscono sulla linea d’ombra di una immobilità carica di mistero, se non propriamente di un’oscurità ghermita (oscurità che vorrebbe magari essere bagliore abbacinante). I protagonisti di tali vicende restano indefiniti e imperscrutabili come oracoli, che prendono voce talvolta lasciandoci di fronte a sentenze sovraccariche di tensione, anche quando, in effetti, ripetono scene quotidiane, rivissute però con una forte carica rituale («“Il tuo fiato odora di lampone?” / Ma scandivano maledizioni […]»). L’effetto complessivo è perciò quello di evocare sempre il tempo come destino, sia che i verbi rilancino al passato, al presente o al futuro le azioni che determinano la trama sotterranea del libro: «Oggi, / tre febbraio, i passi faranno male / e il cielo condannerà / la terra per sempre».

Eppure, si diceva in apertura, la marca elegiaca di questi componimenti nel complesso tiene, tanto da conferire alla raccolta un delicato equilibrio che la salva da ogni violenta deriva completamente orfica: l’escursione tra i passaggi più propriamente descrittivi e quelli visionari e astratti procura una dosata vertigine. Il suo termine privilegiato di paragone sarà dunque l’ultima fase del percorso di De Angelis e, segnatamente, quella Biografia sommaria di cui condivide il gusto per il recupero di vissuti e di persone attraverso le sfumature della memoria. Si veda, a proposito, la galleria di nomi, evocati quasi come mantra in tutta la raccolta: Celestia, lo stesso Milo, Giuliano Cicogna, Osip e Luigi, Anna, Alberto… A essi si affiancano, poi, anche i nomi di una galassia letteraria ben riconoscibile: Afrodite e Anna Frank, Kafka, Eschilo, Celan. E trova naturalmente posto, in questa costellazione del tragico, anche la vicenda di Cristo, allusa tramite i riferimenti alla cronaca della passione («Era in compagnia di Erode e San Paolo»; «e per due volte giuro come / Pietro»). Tutti questi intrecci finiscono per confessare una cercata solidarietà fra amici, conterranei e coetanei («compagni di viaggio» nell’età del ritorno: si vedano per esempio, a inizio raccolta, le poesie L’escursione, Il ritorno, È mercoledì), cioè a delineare una comunità percepita forse più nella sua dolorosa mancanza o nella dispersione sancita dal progredire delle età che nella sua effettiva consistenza.

Ma qual è la direzione ultima cui rinvia questa tensione implicita nella raccolta? Proprio quella Madre pianura indicata nel titolo, direi, ovvero quel luogo che è insieme grembo e punto di dispersione originario, terreno alluvionale, sedimentazione di rovine: «il regno dei morti», per riprendere un’altra precisa annotazione di De Angelis, il passato irredimibile su cui ci ostiniamo, nonostante tutto, a fiorire.

(da Poeti nel limbo)

 

Tags: POESIA CONTEMPORANEA
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https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2017/07/Molinari.jpg 748 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2017-07-28 07:00:532017-07-26 14:07:11Poeti contemporanei: Marco Molinari
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