Incanto e disincanto della poesia

La poesia dell’incanto crede fermamente in sé stessa. È rimasta incantata, incartata, aureolata. Alata, anche se a lato di tutto. Vede angeli e spiriti ovunque. Punta al sublime. Non s’informa di nulla ma si compiace delle proprie forme.

Spesso le gonfia. Ha rime facili e ipertrofiche. Parla continuamente di sé: è un selfie. Non è che non veda il sudiciume del mondo, ma si percepisce un albatro, anzi un gabbiano (da Baudelaire a Richard Bach, questo passa in convento): il degrado dei tempi è uno sfondo che ne risalta la posa, il volo. Quando deve ammettere uno smacco piagnucola, crepuscolareggia. Si fa bella e dannata, maledetta che maledice i tempi. Dice bene chi la considera in svendita: pur di tornare a essere considerata, offre i propri servigi gratis, pronta anzi a sborsare di tasca propria. Tenta il ricatto della pietà. Nella dissoluzione trova l’assoluzione e la soluzione: il fango contiene il seme celestiale che preserverà la stirpe eletta. No, non è letta, solo scritta. Da milioni di adultescenti, tutti marchiati “original”.

La poesia del disincanto vince facile, perché accetta la prosa del mondo. Fa la grande, non bamboleggia. E non crepuscolareggia, piuttosto scoreggia con dignità. Si fa una grassa risata nell’inferno della quotidianità. Bandisce ogni retorica, con muscolosa retorica. Niente bau bau negli angoli bui, niente angeli. Semmai mosche, a ronzare su qualsiasi deiezione psicomarxista. Ma senza lotta di classe, non ha classe da difendere: si sa declassata ma pur sempre antiborghese, senza lignaggio. Alligna però bene nei musei, benché non creda ad alcuna conservazione. La soluzione per lei è la dissoluzione: si pensa solo nell’occidente che tramonta. Ha maestri antropofagi, non antropologi. La poesia del disincanto non si vede, si rinnega. Se per sbaglio finisce imprigionata in uno specchio, lo deforma, lo rompe. Sì, la poesia del disincanto rompe. S’incazza proprio, se la si chiama per nome. Ma il più delle volte sta mansueta in una triste sopravvivenza, nella propria ineroica resistenza. Ha il passo dei film esistenzialisti francesi di cinquant’anni fa. Si fa forte col motto di Fortini: nulla è sicuro, ma si continua a scrivere. E si scrive, si scrive. Nulla muta, ma non sta mai muta, la poesia disincantata. È un disco rotto alla continua ricerca di sé, ovvero di quello che non c’è.

E chi, invece, ha riconosciuto gli angeli nel sangue? Chi non distingue tra sublime e comune? Chi non s’illude, ma si dà alla serietà ludica del proprio ludibrio? Chi scrive grottesche apparentemente insensate, ma che danno voce al rimosso, senza rimorso? Chi ci prova, a cambiare qualcosa, senza tema di sbagliare, deragliando dal temino della rassegnazione? L’estinzione è certa, vivaddio, ma l’angoscia è una rivendicazione dell’ego.

Eh, ditemi, questi tizi, che poesia fanno?

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