Liberi tutti! Confronto con Gilda Policastro su “Exit Poetry”

Bastano i nomi dei tre curatori (Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce), tre pesi massimi della poesia e della riflessione intorno ad essa, per comprendere l’importanza dell’antologia sui generis (anzi, una “non antologia”), come Exit Poetry. Poesia futura, che hanno da poco dato alle stampe. Qui di seguito il confronto con Gilda Policastro, con la quale, guardando al futuro della poesia, inevitabilmente si parla del suo passato e del suo presente.

Premessa, cercando di farla breve. Non sono più tempi di antologie che pretendano di “fare canone”, per svariate ragioni, che spesso prescindono dai valori poetici in campo. Non è certificato che manchino poeti memorabili, ma il contesto non permette il loro (eventuale) riconoscimento. Eppure le antologie si susseguono, si inseguono. Sono uno strumento di sondaggio, un azzardo, uno dei modi (piuttosto indiretto e talvolta urticante) per condurre il dibattito interno al farsi della letteratura (mancano i ritmi e gli spazi per il dialogo tra riviste cartacee; dei social et similia meglio tacere). Ma se presentassi ancora una volta Exit poetry. Poesia futura, come un’antologia, rischierei di trovarmi Lello Voce ad attendermi al varco. Eppure, senza volerti mettere in mezzo, tu concludi il trialogo, o intreccio di monologhi, che apre il libro, tagliando corto: hai ribadito che ciascuno, alla fine, ha scelto i suoi. Cara Gilda, come accordarci nel definire questo vostro lavoro per la nostra discussione, senza nascondersi dietro un dito, spostando l’attenzione dai curatori (il Triperuno) e rendendo ragione anche del sottotitolo, Poesia futura, visto che hai sigillato l’introduzione con un criterio che peraltro mi sta a cuore, come la “memorabilità” (anzi, hai ribadito con coraggio che la poesia nel nostro tempo ha senso se ancora “ha un che di dirompente, di sconquassante, e di memorabile”)?

Ci sono molte questioni che metti in campo in questa prima sollecitazione. Comincio dalla prima. Si susseguono le antologie, dici. A me sembra che di antologie che abbiano davvero segnato un’epoca o che abbiano quanto meno aperto un dibattito non ne siano apparse da una ventina d’anni. Penso a Parola plurale e a Dopo la lirica di Enrico Testa, che si confrontavano con categorie fortemente in crisi già all’inizio degli anni Zero. Nel primo caso quella di “mediazione”, in connessione alla perdita di autorevolezza della critica, che si sarebbe sempre più accentuata con l’esplosione dei social e la riduzione degli spazi di vero approfondimento sui giornali (connessa a sua volta alla crisi stessa dei giornali per cui si ramazzano lettori con pezzi sempre più facili e meno verticali). Parola plurale ostentava la necessità della mediazione con ampi apparati, introduzioni tematiche, cappelli ai singoli autori (che erano ben 64, con una scelta generosa e in alcuni casi, pochi a dire il vero, non pienamente lungimirante). L’antologia di Enrico Testa, più canonica, poneva in questione una identificazione (quella tra poesia e lirica) che poi sarebbe diventata sempre più controversa nel decennio a venire (ma che in verità era oggetto di riflessione già dagli anni Sessanta, se penso alla frequenza con cui per esempio ci torna su Elio Pagliarani nei suoi scritti teorici). Exit Poetry, per com’è stata concepita sin dai primi incontri tra me e gli altri due curatori, Lello Voce e Aldo Nove (nessuno dei quali sarebbe d’accordo nel sentirla definire “antologia”), guarda a un modello diverso, anzi, non guarda a nessun modello, si è un po’ fatta da sé: da noi, ovvero dal Triperuno. Che non è uno schermo, e caso mai uno scherzo: quando ci siamo visti la prima volta via Meet abbiamo subito messo in chiaro che non avremmo trovato nessun accordo forzato tra i nostri modi diversi di intendere la poesia, e allo stesso tempo non saremmo scesi a nessun compromesso di tipo “amicale”. Solo i testi e le esperienze di autori che avessero detto qualcosa di nuovo, di dirompente, di incisivo, di memorabile lo aggiungo io, che forse dei tre sono quella che ha guardato maggiormente al futuro come possibilità di permanenza. Se non vogliamo parlare di canone o di memorabilità, certamente mettere dentro un lavoro dei testi (e non altri) li preserva dalla dispersione nel mare magnum (il Carella di Castelporziano avrebbe detto minestrone) del pubblicato o del postato. Ci sono dei poeti che da Exit Poetry in poi saranno in libreria per un marchio editoriale che ha una distribuzione reale, mentre finora erano usciti con editori piccoli, medi o quasi inesistenti (sempre a livello di mercato). Non è stato un criterio preliminare, questo, ma è un risultato che mi piace. Voglio dire che non abbiamo escluso degli autori perché pubblicati dalla grande editoria: semplicemente, i loro nomi non sono mai venuti fuori nella discussione condivisa. Gli elenchi e le sezioni, con le rispettive attribuzioni, sono venuti dopo molti mesi di incontri e ragionamenti sulla poesia, che ci siamo rammaricati di non aver registrato. Abbiamo cominciato a scambiarci mail solo dopo un po’ di litigi in streaming. In questo è sicuramente un libro anomalo. Invece che da una concordia nasce da tre persone che condividono esperienze e presupposti, ma che non la pensano in modo analogo su tante cose della poesia e soprattutto del mondo “reale”, come credo si sia reso evidente nel dialogo del Triperuno. Questo è un aspetto a cui tengo molto. La conflittualità è spesso l’unico modo per dire la verità, nei rapporti tra umani. Ma non è un modo che esclude la possibilità di confrontarsi, e anzi, superata l’acuzie, come dicono i medici, si possono tirar fuori delle belle idee, discutendo senza cautele retoriche e infingimenti. E così è stato. Solo per i bambini della materna i compagnucci devono sempre darci ragione e dirci che ci vogliono bene in continuazione. Poi, a un certo punto, si cresce. 

Sull’importanza di intendere in letteratura (e nella vita in generale) le divergenze come opportunità anziché come un problema, con me sfondi una porta aperta. Per quanto riguarda le antologie, ne sono uscite anche altre; penso a quella di Tommaso Di Dio o a quella, appena pubblicata, curata da Crocco-De Luca-Morbiato-Villa – giusto per non parlare di tutte quelle edite con sigle cosiddette minori (fra parentesi, hai confidato sui social che anche Exit Poetry era stata pensata per una collocazione di questo genere). Ma non è questo il punto. Non hai risolto il problema rispetto a come definire “la cosa”, la vostra non antologia, ma pazienza, ci capiremo.

Vorrei soffermarmi ancora un attimo sulla Premessa. Qui si afferma: “Questa non è un’antologia, ma una presa di responsabilità: a parlare del mondo, a collocare nel mondo le parole che parlano del mondo, a scommettere sul mondo e sulle parole che provano a dirlo”. Si è assunta una posizione molto assertiva. Al di là della necessità di scaldare i motori prima della partenza, l’affermazione si può però intendere in modi persino antitetici, dal realismo più diretto alla sperimentazione linguistica che fa il verso al caos o al soggetto che dovrebbe dirlo, e così via. A me pare che tale affermazione, che peraltro sottoscriverei, ci riporti all’impossibilità di qualsiasi antologia, perché a mancarci è proprio un’idea di mondo sufficientemente condivisa che diventi una piattaforma per visioni estetiche diverse ma non antitetiche (che si confutano a vicenda, quindi). Sulla copertina di Exit Poetry campeggia invece l’installazione di Nanni Balestrini intitolata Sfinimondo. Non sarebbe il caso di insistere su qualche criterio estetico, in onore alla materialità del testo, giacché il referente (la Verità) ci viene a mancare o risulta indefinibile nel suo stato, come il gatto di Schrödinger? Anche qui, capisco che il crollo secolare delle impalcature su cui si reggeva ogni idea di poesia apre scenari plurimi e discordanti, ma forse la critica consiste nel mostrare come una particolare forma, qualunque essa sia, catturi meglio, in una determinata epoca, una porzione di “mondo” e permetta così all’opera di essere percepita come dirompente, sconquassante e memorabile. Stiamo entrando nella dinamica che avete cercato di calamitare con tre temi: verità, trauma e mutazione. Ora, “Verità non è l’opposto di Falsità, ma di Caos”, si afferma ancora. Quali voci meglio si oppongono al Caos, in Exit poetry? Nella molteplicità di forme, toni, esperienze che avete proposto, è emerso qualche primo punto di contatto? Oppure tutto è ancora lecito, dallo scrivere sonetti a versi piani e narrativi, dalle commistioni più disparate che mettono in dubbio persino il concetto di testo ai versi brevi e lirici? Non miro all’omogeneità, ma all’individuazione strategica di una scelta che al momento appaia, nelle sue caratteristiche formali, linguistiche ecc. più “gravida di futuro” rispetto ad altre. L’emergere di un’indicazione estetica forte, che non ha pretesa di Verità, ma che non legittima qualsiasi Mutazione, può forse smuoverci dal Trauma dell’insensatezza, anche certificando l’esistenza di opzioni alternative che la contrastano. Se invece tutto va bene, come si misura la capacità di “parlare del mondo” poeticamente? Se la vostra non-antologia è la libera indicazione di autori che ciascuno ritiene memorabili per i fatti propri e il risultato è “solo” dare visibilità e vantaggi di carriera per alcuni autori (fatto che peraltro non ritengo negativo, in sé: ogni lettore e ogni critico dovrebbe promuovere ciò che apprezza) torna a essere un esercizio di pura autorialità critica che scatena la volontà di altri nell’esercitare il proprio capriccio nella scelta… E a una non-antologia seguirà una nuova non-antologia, nella cattiva infinità postmoderna.

Parto dalla coda: parlare di carriera, trattandosi di poesia, mi sembra improprio, a dirla tutta. Non è un trampolino di lancio, se è questo che intendiamo, un libro come il nostro, e caso mai un’occasione per estendere oltre il recinto stretto di certi ambiti predeterminati (quello performativo o quello lirico, su tutti) la conoscenza di certi autori che si sono già ben affermati nelle loro “bolle”, come si usa dire oggi. Uno come Sergio Garau, che si è spinto fino a Rapa Nui con le sue performance non ha certo bisogno del nostro endorsement. O Giorgiomaria Cornelio, che è una specie di dinamite in servizio permanente e dilaga ovunque, dai festival di teatro ai podcast di maggior richiamo. Ma anche Marco Giovenale, che performativo non è, o non in senso classico. Uno che a parte scrivere ha dato via alle iniziative spartiacque, insieme ai suoi compagni di strada (uno dei quali è stato Alessandro Broggi, antologizzato a sua volta), di questo ventennio, dal contest Gammm a Ex.it a Prosa in prosa. Proprio pensando a Giovenale mi viene da dire che perlomeno nella sezione di cui ho la diretta responsabilità, la terza dell’antologia, dedicata al Trauma, alcuni degli autori vanno intesi come un campione, un emblema, la parte emersa di un territorio più vasto. Abbiamo scelto Giovenale, ma avendo più spazio avremmo messo anche altri. Vale anche per Davide Nota, rispetto a un’area più tradizionalmente lirica. Il valore si dà come presupposto: non abbiamo scelto gli amici, ma i testi. E questo vuol dire che i testi li proponiamo già “valutati” o “verificati”, con una parola che preferisco, e che risponde meglio ai tempi. L’operazione di selezione, anche in un’ottica non antologica, non solo è inevitabilmente canonizzante, ma è un microesercizio di potere: abbiamo deciso in tre, ma tre non è trecento o tremila, è chiaro che da altre teste e altri confronti sarebbe uscito un lavoro tutto diverso, ma siamo abbastanza presuntuosi da pensare che un lavoro così avremmo potuto farlo solo noi, perché pur molto diversi, e un po’ distanti anche per anagrafe, abbiamo avuto gli stessi padri o fratelli maggiori. E tutti e tre, a ben pensarci, ci siamo formati in contesti collettivi, siamo emersi in ambienti in cui il confronto vivo coi testi degli altri era decisivo.  Per Aldo Nove RicercaRE, per Lello Voce l’esperienza del Gruppo 93, io mi sono trovata nei miei primi anni romani, dall’università ma soprattutto dopo, in gruppi come Escargot, che si radunavano in uno spazio occupato, l’Esc appunto, e condivideva testi in progress o eventi con poeti maggiori ospiti (penso alla celebrazione dei Novissimi, con Elio Pagliarani in prima fila a scandire con il suo gesto tipico le letture dei suoi testi presentate da noi). Erano esperienze tutt’altro che amatoriali e hanno avuto il grande merito di formarci anche dal punto di vista critico, aiutandoci ad apprezzare o rigettare idee di poesia in modo non idiosincratico ma fondato sul confronto e la discussione aperta, e senza sconti. Io personalmente ho scoperto in questi incontri che avevo un debito involontario con Carlo Bordini, che non avevo mai letto, ma magari ascoltato da qualche parte sì, e comunque incontrato, all’Esc o altrove. 

Quindi campionatura e mappatura, ma anche messa a sistema di una serie di concetti su cui abbiamo avuto modo di confrontarci e che poi sono rappresentati variamente e senza forzatura nei contenitori che comunque abbiamo inteso in modo lasco e libero. La mutazione è una metamorfosi che Voce ha prima determinato, portando la spoken word in Italia, e poi ovviamente riconosciuto e promosso in una serie di autori che raduna nella sua parte. Io ho inteso il Trauma anche e soprattutto in senso formale: cosa ce ne facciamo della lirica regressiva in un mondo ipertecnologico, un problema che si erano posti già i Novissimi, ma la tecnologia degli anni Sessanta era risibile a petto di quello che oggi può farci l’AI, fare al posto nostro e finanche contro di noi, secondo la vulgata. La parte più difficile è proprio definire la Verità, ma Aldo Nove che ha una formazione filosofica, era certamente il più indicato a provocare attraverso questa categoria, ma anche provocare la categoria stessa, cioè spingerla a dire qualcosa su un ambito come la poesia che sembrerebbe per tradizione storica dover fingere più di altri e quindi esserne distante o disinteressato. Insomma, se vuoi dire che non c’è un criterio selettivo perché non ci sono valori accertati e tutte le vacche sono grigie, no, non è così, ovviamente. Non foss’altro che per l’esercizio di discernimento che sono stati per me gli anni passati a smistare inediti per la Bottega di poesia. Cos’è una crosta e cos’è un’opera d’arte, il critico d’arte lo sa anche bendato. Ma anche nell’arte questa idea di valore estetico si è dovuta aggiornare, dopo Duchamp: l’opera d’arte vive in un contesto e di una relazione col fruitore. Questo diventa decisivo anche nella scrittura. Garau che citavo prima ha degli ottimi testi, ma dei testi che vivono nella dimensione della messa in relazione e delle reazioni di chi li vive assieme a lui, in quel momento. Non a caso nella prima presentazione di Exit poetry ha improvvisato, con una capacità e una potenza espressiva che ha solo lui, o pochissimi altri, nel campo. 

Non è mia intenzione mettere in dubbio le capacità critiche di nessuno, o almeno non in questo caso. Mi interessa capire i presupposti, i criteri e il metodo. Aldo Nove e Lello Voce per esempio si presentano anzitutto come autori, più che come critici. Ciò non toglie loro nulla, potrebbero anche saperne di più di un critico, ma quando non sono del tutto chiari presupposti, criteri e metodi, appunto, sembra che non sia nemmeno ipotizzato uno sforzo di obiettività, uno sguardo a largo raggio, ma che ci si basi su un personale, e mai pienamente specificato, spicchio della contemporaneità (quello che il poeta incontra spontaneamente nel suo cammino autoriale, mentre il critico dovrebbe, in quanto tale, sforzarsi di indagare l’intero campo letterario). Anche un Guido Oldani, per esempio, ha ricevuto consensi da Stoccolma a New York, da Medellin a Luzhou, ma per quanto possa risuonare più familiare in Nicaragua il suo nome rispetto a quello di altri poeti italiani viventi, suppongo che il vostro endorsement lo avrebbe accolto volentieri. – Ma si capisce che sto celiando? Nessuno del resto può pretendere l’onniscienza, ci mancherebbe. C’è sempre qualche autore sfuggito ai radar. E tuttavia… Ma passiamo oltre, giacché ci si fida, e da parte mia, avendo letto i tuoi lavori critici precedenti, quanto chiarisci suona come un’ulteriore conferma di competenza, anche se non sono certo che il valore di una poesia, come scrivi, si dia come presupposto: il valore va spiegato, dimostrato (anche Rondoni e Loi mi dissero che la garanzia degli autori inclusi nel Pensiero dominante risiedeva nel loro – dei curatori – essere poeti: microesercizio di potere altrettanto legittimo alla luce della loro competenza e delle loro esperienze formative, certo diverse dalle vostre, e alla luce del loro “essere parte in causa”, in quel caso con implicito spregio di quella critica di cui invece io sento sempre un po’ la mancanza, nel suo slancio di attività di servizio: il critico riconosce la crosta a occhi chiusi, certo, ma deve svelarne la natura a chi, anche a occhi aperti, non la riconosce). Ma ribadisco: non metto in dubbio l’autorevolezza dei curatori né il merito degli autori inclusi, cerco solo di capire il metodo. Con la tua risposta, in ogni caso, hai già allargato lo sguardo alle altre sezioni. Ecco, prima del Trauma, di cui ti sei occupata, soffermiamoci ancora un po’, se ti va, sulla sezione di Lello Voce e su un’idea performativa della poesia, che vive anche oltre il libro stesso. Dunque. Non mi sento a priori contro l’idea di testo come performance, ma personalmente sento ancora nel libro un luogo di difesa, un fondamento. Non credo di intenderlo come un feticcio, ma ho l’impressione che nel testo agito, magari persino improvvisato in relazione alla scena che abita, si ricada in una nuova forma di retorica. Serve indubbiamente molta arte, ma tutta la suggestione che accompagna il testo (data dal corpo, dalla voce, dal gesto, dalla scenografia e quant’altro) sono per me nuovi orpelli che ammiccano a un’idea spettacolare che non sento così affine alla letteratura – per come la intendo io, almeno. Mi piace qualsiasi forma di performance che si aggiunga al testo in qualità di divagazione, prova, messa a punto, controllo di tenuta, gioco, abuso, traduzione, tradimento, tortura e chissà che altro rispetto a una “voce testuale” che si deve mineralizzare sulla pagina, e che spetta al lettore (diverso in ogni epoca) interpretare (per esempio, io leggerei i versi di Montale con un tono ben differente da quello del suo stesso autore…). Penso addirittura che la scrittura abbandonata alla pagina, lungi dall’essere pura, offra le proprie scorie e gli eccessi in modo più dimesso, più nudo. La retorica della pagina arriva persino ad autodenunciarsi, ad autosabotarsi, a offrirsi disinnescabile, in un certo senso, mentre l’autore-attore fa leva sull’educazione del pubblico a subire uno spettacolo, o a prendervi parte secondo le direttive dell’autore, quando il pubblico non fosse già stato preliminarmente rapito, incantato. Qual è il tuo pensiero in merito? Pensi che questa mutazione della poesia, capace di vivere senza la pagina, sia l’evoluzione che affiancherà o soppianterà l’idea (anche abbastanza recente) di poesia destinata a una lettura mentale che ci accompagna, almeno in Occidente, da qualche secolo? L’idea di strozzare la retorica, di fare qualcosa che non si riduca a “letteratura” è stata rigettata?

Beh intanto non penso che si tratti di poesia che vive senza la pagina, tanto è vero che l’abbiamo antologizzata. Qui ci sarebbe da ri-fare tutto il discorso sull’oralità, che Lello può ben porre come presupposto perché ha già scritto altrove su questo. La poesia che nasce costitutivamente orale e la performance che non è un abbellimento ma la condizione di una nuova testualità. Qual è il testo teatrale, per esempio? Quello che va in scena o quello scritto sulla pagina? Tutt’e due le cose, ma non si vede come si possano dividere, nel momento in cui si scrive per la scena (o per la messa in voce). E comunque va considerato che un numero sempre crescente di poeti è chiamato nei vari contesti a leggere ad alta voce e vuoi o non vuoi siamo tutti diventati un po’ performer. Quelli che Lello Voce raduna sono indubbiamente i migliori anche a livello internazionale (penso ancora una volta a Garau ma anche a Miladinovič, che ho potuto apprezzare dal vivo ed è davvero un’esperienza ipnotica o ipnotizzante la sua performance). Che non si tratti di testi per la pagina ma di expanded poetry è così importante? È così importante che qualcosa diventi libro? Sergio Garau si è deciso a pubblicare le sue poesie solo quest’anno ma era già considerato uno dei migliori poeti performativi dai primi anni Zero. Poeta e performativo. Perché la sua performance nasce sempre da uno studio sulla parola. Sergio è un animale da palco come pochi, ma è anche coltissimo, studia, scrive e ha avuto il background di un’esperienza feconda anche se ormai quasi dimenticata come quella degli Sparajurij, uno dei primi collettivi degli anni Zero, lanciato da Balestrini, Aldo Nove e Ottonieri. Nella sezione di Lello ce ne sono altri notevoli, come Zoopalco e Ossosacro: si tratta di esperienze di poesia allargata alla musica alla videoarte all’installazione al teatro. Ma non si vede perché questo debba considerarsi un limite o un problema. L’insegna fortiniana “qui poesia” va solo sulle righe che vanno a capo sulla pagina tipograficamente costrittiva? Credo non lo si pensi dalla poesia visiva degli anni Settanta, quanto meno. Quanto al bollino di qualità credo di aver già risposto. Quali sono i criteri e i presupposti lo ha chiarito benissimo Lello Voce in una recente presentazione della non-antologia, come la chiama lui, per il Centro Scritture di Valerio Massaroni e Marco Giovenale (Centro Scritture, non a caso: non gliene frega più molto a tanti di noi che sia poesia o no, quella che si propone all’attenzione e all’ascolto di un pubblico peraltro sempre meno interessato. Vale l’esperienza delle scritture plurali, di tutte le possibili incarnazioni di una testualità che non può somigliare all’Infinito di Leopardi, pur essendo quel  testo-congegno tutt’altro che effusivo). Non ci interessava, ha detto Voce durante la presentazione (disponibile su YouTube qui), scegliere i migliori poeti, ma parlare della realtà attraverso le varie forme di poesia di questi venticinque anni. Quindi un criterio è quello. Chi sfoglia il libro si fa un’idea di quello che è successo nella poesia ma soprattutto fuori dalla poesia: lo Sfinimondo di Balestrini in copertina è l’amuleto scelto per questo attraversamento non a caso.

Non ho mai inteso porre un’insegna fortiniana per stabilire dove cominci e dove finisca la poesia, ho posto semmai un quesito estetico che attraversa qualsiasi “scrittura”. Gli autori meno affini ai miei presupposti, tra l’altro, sono quelli che ho letto con più curiosità. Sono un appassionato di antologie, ops, di non antologie di emarginati, minori, o semplicemente di visioni estetiche meno centrali o considerate eretiche, di qualsiasi carotaggio sorprendente del campo letterario. Adoro gli azzardi e i regesti che osano far saltare il banco meritano attenzione a prescindere. (Conosci per esempio Gli invisibili. Antologia-saggio del 900 poetico italiano alternativo, curata da Albertazzi-Pieri?) Non posso però negare che la sezione in cui mi sono trovato più a mio agio è proprio quella con la tua firma, dedicata al Trauma. Ma potrebbe dipendere anche dal fatto che, a parte Fabio Poggi, trovo autori per me già noti e apprezzati. C’è però in questi poeti un’ipoteca ancora fortemente novecentesca. Per alcuni di loro, per esempio, hai proposto il nome di Pagliarani quale punto di riferimento, ma in generale sembra attivo un recupero di posizioni moderniste. Si torna anche al Gran Padre Thomas Eliot, che pure è già trito e ritrito. Per fuoriuscire verso la Poesia futura è dunque necessario rinculare, dopo aver preso la mira e sparato il colpo?

Proprio Fabio Poggi lo ha detto molto bene in un nostro incontro recente: è un po’ come il tempo grammaticale del futuro nel passato, nell’antologia o non antologia che dir si voglia si possono rivedere in sé e in altri dei percorsi che hanno un legame tra di loro e con altri tempi e momenti della poesia. In un’antologia si è sia lettori che autori, sottolineava ancora Fabio, e questo vale anche per noi curatori, evidentemente. Infine ti dico che approvo molto il termine che usi, scrittura. Qualche tempo fa mi colpì un post di Marco Giovenale che diceva di aver perso da molti anni interesse per la poesia e di avere a cuore unicamente la scrittura, anzi, le scritture nelle loro molteplici possibilità di incontrare le forme del reale, le contraddizioni, le fratture, gli scarti, gli interstizi e tutto ciò che non è convenzione e anzi circonvenzione di lettore incapace (ammesso che esista). Quello che ho cercato personalmente di evitare come la peste, non solo nell’antologia ma in generale in tutte le mie attività legate alla poesia negli ultimi anni, è l’idea effusiva, regressiva, ingenua o finto ingenua della scrittura, sempre un passo indietro rispetto a chi la adopera. E questo accade soprattutto in poesia, ancora non ho capito perché. Il narratore, in genere, ama mostrarsi più intelligente e furbo di quel che è, mentre il poeta deve regredire a fanciullino. Nella mia esperienza di docente di corsi di scrittura, all’esercizio che assegno sulla memoria, trascrivete un ricordo in versi o in prosa, il ricordo è sempre la prima volta che hanno visto il mare e la scelta formale ricade sui versi, cioè sul mandare a capo più o meno a capocchia. Se questo è ancora tollerabile nei poeti amatoriali o aspiranti poeti dobbiamo davvero smetterla di essere indulgenti nei confronti di chi scrive gabellando per poesia pensierini irricevibili se scritti da adulti che abbiano esperienza del mondo.  

Sì, capisco bene questo desiderio, persino romantico-decadente, di abbandonare la letteratura, che ora si aggiorna nel desiderio di abbandonare la poesia (ah, Rimbaud…). Al di là dei termini, che comunque restano preziosi, credo ancora che per poesia (e non poetichese, o poeticume, o letteratura come retorica: insomma, ciò che di ingenuo rischia di trascinarsi con sé) si possa intendere una modalità di pensiero, che si traduce in una particolare forma di scrittura, diciamo così, che merita un termine specifico. E credo che parlare di scrittura non risolva il rischio di far rientrare dalla finestra l’acqua sporca rigettata insieme al bambino, ops, fanciullino della poesia. Del resto, a proposito di trauma, sono convinto che la scrittura, e ancor più la poesia, abbia a che fare con la possibilità della sua elaborazione. Non parlo necessariamente di cura, non prevedo necessariamente la guarigione (in questo, lo confesso, sono anch’io modernista, suppongo). Parlerei, come in medicina, di trattamento. La poesia può avere a che fare con il trattamento del trauma. Non voglio nemmeno ridurre la questione, come capitava un tempo, alla differenza tra “scrittura a freddo” e “a caldo”. Sono distinzioni ingenue. Però temo la riduzione del trattamento del trauma a un approccio troppo asettico, troppo controllato. Non condivido, in definitiva, ogni rapporto eccessivamente intellettualistico con la vita: questa sì che mi sembra una riduzione. 

Tutto ciò ha a che fare con l’ultima questione che vorrei sottoporti, per concludere.

Exit poetry mi piace come tentativo di mettere scompiglio, ma in sé stesso rimane un guazzabuglio (voluto? Riuscito). In fondo lo ammette implicitamente anche Giorgiomaria Cornelio, che è tipo sveglio, quando nella presentazione su YouTube da te richiamata lo definisce un (apparente) mappazzone, anche se, con sottile arte retorica o con naturale colpo di teatro, rovescia il limite in un pregio. La poesia è sdoganata in ogni sua possibilità, è fuoriuscita da sé, perdendo identità ha contaminato tutto, quindi, non esistendo più, ha vinto – questo, in sintesi brutale, il ragionamento. Il sintomo di tale passaggio epocale è l’assenza di conflitto: non ci sono più trincee da difendere. Le discrepanze tra voi curatori, offerte giustamente come un’opportunità, restano infatti nel raggio d’azione di amici che si stimano, ma in fondo il feudalesimo poetico, di cui Voce sempre nel video, non è intaccato. Vige la regola per cui le posizioni incompossibili alla fine si compongono, se si tratta di outsiders, mentre la mancanza di un impianto storicistico che renda ragione degli esclusi, almeno di quelli più eclatanti, rende innocua, a mio avviso, la vostra cernita. Girando l’antologia (l’oggetto poetico non identificato) verso il futuro ed evitando di “rendere ragione” dei valori in campo (almeno quelli più riconosciuti) di questi decenni, siete scivolati su un altro piano. I poteri feudali o si ignorano o si rispettano e questo “UPO” disinnesca ogni polemica (mentre le antologie precedenti suscitavano accesi dibattiti o, diciamo meglio, cioè peggio, risentimenti). Se si potesse, oggi ciascuno condannerebbe gli altri alla damnatio memoriae. Mi sembra invece che una volta le posizioni discordanti si combattessero, in tal modo certificandosi a vicenda e rendendo effettiva la pluralità interna di una tradizione. Credo che Exit in tal senso sia un’occasione mancata, perché so quanto voi tre siate agguerriti e combattivi per natura, e non mi sfuggono le battaglie culturali portate avanti, nel passato, da Aldo Nove e Lello Voce – per chiamare in causa anche gli altri. Forse si è giunti a questo “liberi tutti e ciascuno riconosca i suoi” per varie ragioni; una è l’autoreferenzialità delle generazioni poetiche più affermate e riconosciute, ovvero la debolezza delle nuove che non hanno riacceso il confronto. E le ultimissime generazioni, a questo punto, non hanno più nessuna battaglia da combattere, nessuna parte da tenere, quindi, giustamente, se ne vanno altrove, sperando di rifondare… qualcosa che possa ancora dirsi, cambiando nome, poesia. Prendono atto del fiume tracimato, che, a essere ottimisti, ha reso fertile il circostante.

Ho generalizzato molto, lo so, ma vorrei riportare il problema in termini che trovo fra le vostre pagine, e interrogarti su questo. 

Secondo me il problema (posto che di problema si tratti) di una narrabilità della poesia contemporanea (ovvero di qualsivoglia ipotesi di canone) va ricercato fuori della poesia stessa, ma non nel reale, altrettanto indefinibile e inesauribile (ogni passo conoscitivo sposta l’orizzonte della nostra ignoranza). Occorre spostarsi dall’estetica all’etica. Lello Voce, pensando alla “brutale accelerazione” delle innovazioni che fa saltare “l’intera gerarchia della conoscenza umana”, afferma che “i padri e le madri non possono insegnare più nulla ai figli e alle figlie, la loro saggezza si tramuta in insensatezza”. Qui non mi trovo d’accordo. Meglio, non voglio trovarmi d’accordo, perché saremmo di fronte a un cataclisma storico. Pazienza per i padri mancati della poesia e i figli eternamente orfani: chissenefrega. Ma se mancano i Padri (parlo in termini psicanalitici: non vorrei che qualche femminista si offendesse…) nella storia, collassa ogni verità, non si orienta alcuna mutazione e si perpetua il trauma subdolo che non ha trattamento, perché diventa la stessa costituzione esistenziale dell’umanità futura. Più che come poeta, mi guardo intorno come adulto e come insegnante e, nel mio inguaribile ottimismo verso le risorse che percepisco nei giovani, non posso negare le fragilità dilaganti (le “ferite”, se preferisci) che li plasmano, e la colpa è esattamente nostra, ovvero dei genitori altrettanto fragili e narcisisti, protettivi oppure indifferenti, che in loro si rispecchiano. La mancata trasmissione di sapere, afferma Lello Voce, dipende dalle vorticose trasformazioni tecnologiche che ci proiettano verso un mondo post-umano. Temo si dia troppo importanza alla tecnologia. Il problema non è l’intelligenza artificiale, ma l’intelligenza umana. Io voglio credere che l’adultità non si vincoli alla condivisione di esperienze comuni, ma possa tradursi

L’insegnamento di un genitore oltrepassa le tecnologie, le mode, i linguaggi, le novità con cui ogni generazione si identifica e rivendica la propria originalità. La verità da trasmettere rispetta la profezia di ogni figlio, che abiterà necessariamente un mondo diverso. La spina dorsale di una civiltà, e quindi anche di ogni letteratura (sempre che nel futuro esisteranno ancora civiltà e letterature) non è formale o estetica, ma etica. Nel mutare e nell’intrecciarsi dei linguaggi, si può preservare lo sguardo e la sua inclinazione affettiva (umana) nei confronti del reale, qualunque forma esso assuma. Sei in qualche modo d’accordo con questa visione o mi sono avventurato troppo (fuorisciuto persino al vostro Exit)? Temo la tua risposta possa aprire una frattura definitiva: io da una parte insieme ai dinosauri a tentare di resistere e cercare forme tollerabili di adattamento, e i mutanti dell’oltrecanone e delle non-antologie nella fine della narrazione. Liberi tutti, felici e contenti. Disseminati. Sterminati.

Sono tantissime le questioni poste, alcune aiutano a entrare nel merito dell’antologia o non-antologia, altre però se ne allontanano decisamente. Una per tutte, la questione degli esclusi. Non abbiamo ragionato su questo, non avevamo né liste di proscrizione né favoriti: se la nostra è un’antologia, come forse ho già detto (la conversazione si è allungata molto, sia a livello spaziale che temporale, non ho più il controllo dell’intero, perdonami) non è museale, ma militante. Abbiamo guardato innanzitutto alle nostre esperienze, essendo noi tre degli autori, prima che dei curatori, e abbiamo guardato ad altre esperienze con cui le nostre non si sono negli anni intrecciate. La mia e la tua, per esempio, non si sono mai incontrate prima d’ora. Leggo dai social che è morto Matteo Fantuzzi: io l’ho conosciuto solo indirettamente, non avevamo mai interagito. Così con tanti altri. Il campo della poesia non è poi così ristretto e non è sempre vero che ognuno riconosce i suoi. A volte, come in ogni aspetto della vita, conta la casualità del trovarsi in un posto in un dato momento, l’alea più del progettuale affannarsi. L’altro aspetto su cui non potrei che essere in disaccordo con te è l’idea che esista una dimensione intellettuale da cui la poesia debba affrancarsi: ma in nome di cosa, esattamente? Dell’ingenuità, dell’autenticità? Si è più autentici quando non si pensa – o non si applicano le proprie competenze e conoscenze all’indagine sul reale in qualsiasi forma si compia – per quale ragione? Si tratta di un discorso trito, questo sull’aspetto emozionale, che non mi sento qui di (ri)prendere in considerazione. La ragazza Carla è emozione o anche ragionamento in versi attorno all’esistenza in un dato momento e a certe condizioni? Chiaro che la poesia ha un potenziale espressivo diverso dal saggio, ma non tutti quelli che si emozionano o hanno delle crociane “intuizioni” sono effettivamente in grado di riconvertirle in versi memorabili. Noi non volevamo fare un’antologia di versi memorabili, anche se alcuni testi per me lo sono (la poesia sugli operai di Sara Ventroni, per esempio). Non volevamo escludere ma indicare dei percorsi, e come mi è capitato di dire nelle presentazioni, al posto di alcuni poeti potrebbero essercene altri: Lidia Riviello, che ha avuto un percorso parallelo a quello di Sara Ventroni, per esempio, avrebbe potuto tranquillamente rientrare nel “trauma” (e fino a un certo momento è stato effettivamente così, lei può testimoniarlo). Invece di Davide Nota avrei potuto metterci Emanuele Franceschetti, che è anche un mio caro amico, invece di Fabio Poggi avrei potuto scegliere Daniele Bellomi, che mi interessa allo stesso modo per il lavoro che fa sulla forma. I poeti che ho radunato avevano per me delle risonanze particolari, e facevano anche un po’ sistema, ho scelto una costellazione, non delle singole stelle, che stelle non sono – purtroppo o per fortuna – perché la poesia della ribalta guarda decisamente altrove. Quello che posso dire come nota ultima è che pur consapevole dell’esercizio di potere (micropotere, che tutti noi sperimentiamo, a qualche altezza ed entro certi ambiti), non ne ho approfittato. Tutti e tre abbiamo lavorato sodo, pensando e ripensando, parlando molto, litigando di più (lo sappiamo solo noi: non è la trincea, ma in molti momenti e a fasi alterne è stata dura e avremmo voluto lasciar perdere, tanto che ogni volta che prendo in mano EP mi pare un mezzo miracolo che esista). Se si voleva altro da quel che è, siamo ancora più contenti, perché un lavoro come questo vuole aprire e non certamente recintare gli spazi di discussione e soprattutto spingere altri a fare ancora, di più, e fallire meglio di noi.

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