Lo scalpellino

Fraternità in poesia. La letteratura è costellata di omaggi

Ripropongo qui un articolo di Giorgio Anelli, uscito originariamente su Pangea.

La poesia è sempre un atto di riconoscenza

Da svariati anni nutro gratitudine, oltre che rispetto, verso il poeta Andrea Temporelli. Il motivo è presto detto: il suo avermi voluto incontrare, un tempo, sul lago Maggiore, ad Arona. Nonostante fossimo l’uno per l’altro due semplici sconosciuti. Certo, fedeli d’amore verso quell’arte implacabile che assume su di sé il nome grande di poesia. Ma nonostante io all’epoca fossi uno sbandato maudit, in balìa di crisi umorali mica da ridere. Eppure, a partire da lì, da quel vicendevole osare, e dal suo biblico accogliermi ‒ io mi porto dentro una riconoscenza. Che se all’inizio aveva preso la forma, quanto mai incosciente, dell’ossessione (ogni mio libro doveva contenere un cammeo su di lui ‒ e così è sempre stato, e forse sarà…), ora invece questa gratitudine si è trasformata in un legame di amicizia che cresce saltuariamente ma costante nel tempo, quasi forse che si possa parlare di fratellanza.

Così vedi, caro Davide, ho raccontato tutto per dirti che sono stato ferito da una prosa inedita proprio di Temporelli, che ha pubblicato recentemente sul suo sito.

Prosa che, tra l’altro a mio modesto sguardo, parla efficacemente della poesia, della donna, della seduzione della musa. Mi ha colpito leggerla, e non perché mi recasse offesa, anzi. È talmente bella, tanto d’avermi mozzato il fiato e mandato in crisi. Ecco il punto.

Riconoscersi azzannati dall’opera di qualcuno che si stima, al punto tale da sentirne la sconfitta e sentirsi inadeguati, doversi rintanare, per prepararsi ‒ nel tempo nuovo dedicato alla sperimentazione e allo studio ‒ a un rinnovato assalto letterario.

Come Andrea ti scrisse in una lettera aperta: “proprio per farci la guerra per amore, per restare responsabili di quello che scriviamo”, vorrei soffermarmi il tempo di un soffio su un altro fatto accaduto di recente. E quindi ‒ non per piaggeria, men che meno per perpetrare il gioco all’italiana tanto caro agli intellettuali contemporanei ‒, avvisare l’attento quanto sparuto lettore che nel numero di Poesia di aprile compare una ‘soggettiva’ su Temporelli, con dieci poesie, dal titolo inequivocabile: Sovenha vos. Quando gli ho chiesto se poteva spiegarmi questo titolo, la sua risposta mi ha reso felice. Eccola: alla fine del canto XXVI del Purgatorio Dante fa parlare Arnaut Daniel, il maggiore poeta provenzale, che alla fine del suo discorso dice: “Ricordati del mio dolore”. Ora, in questo verso mi pare traspaia un ulteriore quanto misterioso esplicarsi della poetica e della profezia privata di Andrea Temporelli che non sarò certo io a esplicitare, tanto che lo stesso mi ricorda che dal verso successivo aveva tratto il titolo di una raccolta di suoi saggi editi nel 2009 da Atelier: Nel foco che li affina.

Sovenha vos, dunque, mi fa tornare alla mente che nel 2017 uscirono per Ladolfi Editore le mie 8 poesie bohémien, nelle quali in esergo per me Marco Merlin è il miglior scalpellino. Proprio a ricordare come ugualmente la Terra desolata di T. S. Eliot fu dedicata: A Ezra Pound, il miglior fabbro. Inserita nell’edizione del 1925, la frase richiama il verso 117 del XXVI canto del Purgatorio dantesco. “Il miglior fabbro del parlare materno” (cioè della lingua volgare) è, per Dante, il trovatore Arnaut Daniel.

In sostanza, ricordare questo aneddoto, senza pretendere allusione o ammiccamento alcuno, mi fa sempre più prendere coscienza di come la letteratura sia costellata di omaggi e collegamenti che si creano direttamente o indirettamente (a volte anche all’insaputa degli interessati) tra le opere dei loro autori, sigillandone ‒ senza ombra di dubbio ‒ un destino.

 

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