Franz Kafka, illustrazione di Antonello Silverini

Kafka, “Un medico di campagna”

(L’opera scelta come copertina è di Antonello Silverini.
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Che cosa rappresenta nell’universo kafkiano o, meglio, che cosa diventa, nell’immaginario del lettore, il medico di campagna del famoso racconto che dà il titolo al volume, edito nel 1919, dedicato significativamente al padre?

Fin dalla prima riga siamo costretti a lottare con l’identificazione fra autore e protagonista che si esprime in prima persona. Dico “lottare” perché l’identificazione è agonica. Si potrebbe forse parlare in modo meno errato di proiezione. Ma lo stile di Kafka si immette in una sfera di angoscia onirica, ove si percepisce che tutti i personaggi, perfino gli animali e gli oggetti, sono avvertiti come una proiezione agonica. Come se il racconto non fosse altro che l’incubo di un Io che si contorce incosciente, o semicosciente, nel proprio letto; ogni pulsione del proprio corpo si materializza così nel sogno, in modo dissociato, in tutti i particolari, i dettagli che emergono dalla scena e ci parlano, con una sfumatura dello stile o una percezione straniata.

Siamo presi, invischiati, durante la lettura, dall’unità dissociata del racconto: gli eventi sono leggermente sconnessi, alcuni particolari si accrescono in allucinazione, descrizioni e pensieri si mischiano aprendo minime e violente crepature nel percorso logico, il tempo fluisce irregolarmente fra repentine accelerazioni, ellissi e indugi carichi di angoscia. I pensieri del protagonista si sgranano in controluce, marcano l’alienazione tra il mondo dei fatti e il profondo sentire dell’individuo. E questo sentire è dubbioso, contorto, sfuocato, comunque compresso dai fatti: non si erge assoluto come una alternativa alla realtà. Emerge da un io sommerso e agonizzante nelle tenebre, appunto.

Il medico è, e insieme non è, l’autore. O forse l’autore vorrebbe essere o non essere l’individuo che proviene dal suo delirio. Siamo chiamati a sentire e soffrire l’identificazione fra protagonista e autore.

Il protagonista, poi, è semplicemente un medico, non il medico. Il che ci rimanda anche ad una annotazione biografica: lo zio materno di Kafka, Siegfried Löwy, era proprio un medico condotto, in un paesino della Moravia.

Ma anche quando i sogni fagocitano eventi e persone reali, lo sappiamo, li assume e metabolizza come particelle dell’Io. L’angoscia onirica è esattamente l’impossibilità di uscire dalle pareti anguste dell’ego, membrana che possiamo dilatare in ogni forma senza bucarla.

“Un malato grave mi attendeva in un villaggio lontano dieci miglia”… Il malato è “di là”, e invita a intraprendere il viaggio (viaggio dall’inconscio al conscio, dal sogno alla realtà, dall’io all’altro?). Anzi, lo costringe a compiere il viaggio, giacché si avverte l’insofferenza del medico, turbato nella quiete notturna, destato in un paese dormiente, e dunque tormentato, in conflitto anche con sé stesso: i suoi pensieri, il suo sentire emotivamente, non riescono a comandare la volontà, il corpo, che come un automa entra nella vicenda senza avvertire la voce murata che rinchiude in sé e segretamente lo tortura.

Il viaggio, però, è impossibile. Giusto la notte precedente, al medico era morto il cavallo, a causa della fatica e del freddo. Il protagonista è oppresso da un primo limite ma sempre, in tutta la vicenda, troverà opposizioni, barriere, e si muoverà come sotto un giogo invisibile. Ecco l’angoscia che funziona come dinamo profonda: c’è un desiderio che preme e prende forma in questa situazione narrativa e onirica, come se l’io sognante proiettasse qui la propria sofferenza reale, il mancamento del respiro, l’arsura, il groviglio del letto.

Lo spazio esterno è una minaccia: il protagonista, desto nel mondo dell’oblio e in esso imprigionato come in un sortilegio, è bloccato in un inverno glaciale. Una minaccia immobile, dunque, uno stato, un ostacolo che non si può contrastare. Una condizione esistenziale e metafisica.

Imprigionato sotto questa cappa di vetro come un insetto, il medico sa che è inutile cercare aiuto, eppure lascia che la donna di servizio corra in paese a cercare un cavallo in prestito (“Chi mai presterebbe il suo cavallo, in una sera così, per un tale viaggio?”). Non può interferire sul destino. I desideri profondi non trovano espressione e restano esiliati dal mondo. Restano confinati nel delirio notturno.

“E sempre più coperto di neve, diventando così sempre più irrigidito, rimanevo là, come senza uno scopo”. Eppure lo scopo c’è, lontano, perduto nella notte e nell’inverno, rimosso. Uno scopo che forse nemmeno si ricorda, ma fa muovere gli eventi secondo una logica imperscrutabile. Una logica? Una casualità ordinata che non può stare in alcun codice. Così basta un calcio alla porta marcia del porcile, senza motivo razionale, ma per mero istinto, per vedervi strisciare fuori un uomo con sembianze di animale, pronto a sellare due cavalli possenti che a fatica si dimenano ed escono dal porcile. Persino il medico, per tentare di vedere in quella “bassa stalla”, deve chinarsi, sotto il peso del giogo invisibile, per avvicinarsi a quel varco infimo e sporco ma segretamente pieno di vigore. Fra gli umori notturni del delirio c’è spazio anche per l’ironia, che sfocia in una risata grottesca. “Non si sa proprio mai quali cose si hanno nel magazzino della propria casa”. Il sapore di questa ironia è breve ed intenso, acre come una goccia di sudore (di aceto) che sembra attenuare per un istante l’arsura, ma invece la incendia.

Non si sa proprio mai quali pensieri animino le membra abbandonate al sogno, sveglie all’altra parte di sé.

All’improvviso il medico compre un moto perentorio e grida alla donna di aiutare lo stalliere.

L’inermità è stata vinta? Oppure il medico resta sempre un inetto, perduto nella trama, senza possibilità di dominarla, e questo suo scatto di volontà ed emotività congiunta non è suo, appartiene al destino, alla narrazione? È come se questo impulso di vita fosse una necessaria illusione da mantenere accesa; ma presto questo moto verso i fatti esterni e oggettivi si ritorce contro il soggetto: la donna subisce l’approccio del servo e si ritrae impaurita con le guance segnate da un morso. Una vitalità più oscura e minacciosa frustra gli atti del protagonista, che non può nemmeno ribellarsi. Anzi, è il soggetto stesso che si limita in un movimento di autocastrazione, come se il super-io mettesse a tacere l’io inconscio: ” ‘Tu bestia’ gridai furibondo, ‘vuoi la frusta?’ Ma subito mi ricordo che è un estraneo”… E con un breve passaggio il servo da ostile ritorna complice della volontà del protagonista. ” ‘Salite’ dice quindi, e in realtà tutto era pronto”. I colori oscuri dell’incubo trapassano all’istante in quelli idillici del sogno, tanto che il medico conosce un altro moto di serena vitalità e vuole gridare lui. “Certamente”, gli risponde il servo: questa volta la risposta all’azione del soggetto sembra positiva (“non ho proprio nessuna intenzione di venire con lei”), ma il completarsi delle parole del servo rivelano l’ironia della vicenda: “Rimango con Rosa”.

Finalmente un nome: la donna di servizio esce dall’anonimato ed entra a far parte della sfera sentimentale del protagonista, su cui finora si faceva reticenza, che tenta di impedire all’ineluttabile destino di compiersi, diviso però fra il viaggio urgente, cui minacciare di rinunciare, e il salvataggio della donna. Basta il semplice battito di mani dello stalliere perché il medico si ritrovi, come in un improvviso stordimento per la corsa, davanti alla casa del malato.

Il lettore lo asseconda, vorrebbe frenare la corsa dei cavalli, sottrarre il medico all’impotenza.

Ma allora, il medico non potrebbe essere il lettore, trascinato egli stesso nel racconto? E il malato, chi sarebbe a questo punto? L’autore? Sì, Kafka, certo. Che infatti scrive questo racconto in un periodo creativo fervido, tra la fine del 1916 e l’inizio del 1917 [ci sono date più precise?], quando ormai la sua malattia è sul punto di manifestarsi: nella notte tra il 22 e il 23 agosto 1917 K. avrà un improvviso rigurgito di sangue; il 3 settembre gli vengono diagnosticate lesioni in entrambi i polmoni e la tubercolosi, ai suoi occhi, diverrà sempre più l’idea assillante del suo destino, anche letterariamente. Anzi, K. confesserà all’amico Brod di aver visto nella malattia il concretizzarsi della “ferita spirituale” aperta negli anni del fidanzamento con Felice Bauer, e di averla vissuta nella descrizione del malato di questo racconto.

Quando giunge alla sua casa, il medico viene trascinato dalla famiglia nella stanza del malato, un giovane “magro, senza febbre, non freddo, non caldo, con occhi vuoti”, il quale gli si aggrappa al collo e gli sussurra, senza che gli altri lo sentano, di lasciarlo morire. Anche Kafka, nel sanatorio di Kierling, dove morirà il 3 giugno del 1924, aveva chiesto della morfina e, accorgendosi che le iniezioni che gli vennero somministrate erano d’altro genere, disse al suo curante: “Non mi prenda in giro, mi uccida, altrimenti è un assassino”.

Il medico allora prende tempo, trafficando con i suoi arnesi e i suoi pensieri (Rosa… perché non sono là a salvarla?…), e i cavalli indomiti, grottescamente, infilano la testa in due finestre e osservano il malato.

Ma il medico si muove nella direzione opposta ai suoi pensieri e propositi e, sollecitato dai familiari, si appresta a curare il malato pur già sapendo oscuramente che in verità il giovano è sano, e trovandone presto la conferma: “La cosa migliore sarebbe quella di spingerlo fuori dal letto. Ma io non sono assolutamente un riformatore del mondo e quindi lo lascio dov’è”.

Chi è allora o che cosa è diventato, adesso, questo medico che non è un medico perché si rifiuta di curare e vuole solamente mantenere il suo ruolo vuoto, il suo posto precostituito nel sistema? Chi è questo inetto che non interviene? O forse non è neppure un inetto, ma uno che ha coscienza e avverte le vanità delle cose, consentendo oltre le apparenze e la visione comune (la visione dei non-svegli) sempre incline a dar ragione al giovane, dal momento che anch’egli vuole morire?

“Scrivere ricette è facile, ma è comprendersi con la gente per tutto il resto che è difficile”. Aderire alle attese altrui, prestare formalmente il proprio contributo: non è questo il dramma. Il dramma è guardare oltre a questo e chiedersi perché. Il dramma è dover restare desto per la campana del distretto che tortura chi vigila, e dover per giunta, ora, sacrificare Rosa, “questa bella ragazza che da anni vive nella mia casa senza che io l’abbia quasi notata”. Chi è o che cosa rappresenta questo medico che presta un servizio a cui non crede, oppresso dai rimorsi personali? È figura dello scrittore, che nel tempo più tragico (la guerra…) insiste nella vanità del suo gesto, sacrificando sull’altra della scrittura finanche la vita, consapevole del suo ineluttabile destino?

Il medico, pensando a Rosa, tenta di dissimulare le attese che lo inchiodano al suo ruolo sociale, ma di fronte alla delusione e al netto rifiuto della famiglia, è costretto ad ammettere che il giovane potrebbe essere ammalato. Così, ecco, si ricurva su di lui, mentre i cavalli, obbedienti certo ad un ordine divino, nitriscono, e finalmente si accorge della sua ferita sull’anca, che prima descrive accuratamente in modo asettico ma poi, avvicinandosi, si mostra con orrore: un nido di vermi enormi si aggroviglia nel sangue. E il medico si accorge che non può curare il povero ragazzo: “per questo fiore nel tuo fianco tu dovrai morire”. Un fiore è la ferita, e la ferita del medico è una donna dal nome di Rosa… Dunque il medico e il malato condividono la stessa sorte?

Ed ora il ragazzo implora il medico di salvarlo. “È questa la gente del mio paese: dal medico pretendono l’impossibile”. La gente ha perso la fede ed ora si rivolge con fede alla scienza. Il medico sa che non può sottrarsi e si offre: dal villaggio accorrono i vecchi che aiutano la famiglia a svestirlo. Davanti alla casa il coro della scuola canta:

“Svestitelo, e lui farà guarire.
E se non farà guarire, uccidetelo!
È solo un medico, è solo un medico”.

Il medico assume così caratteri cristici: è un agnello sacrificale, da cui però si attendono miracoli, senza interessarsi ad altro (è solo un medico: alla gente non importa la divinità di quel medico, importano i suoi servigi).

Ma non c’è regalità in questo misero uomo: quando tutto si è quietato e rimane solo nella stanza con il paziente, il ragazzo rivela di non aver fiducia in lui (“non sei venuto qui per tua volontà. E invece di aiutarmi mi rubi spazio nel mio letto di morte”): che medico può essere, se non cancella la morte ma solo la condivide? Che scienza lo guida, se lui stesso chiede al paziente che cosa deve fare? Eppure, questo individuo apparentemente abietto, riesce a consolare il giovane: “la tua ferita non è poi così terribile. È stata fatta con due colpi di accetta ad angolo acuto”. Quella ferita che è anche la ferita di Kafka.

Il medico, acquista così autorità mite, ed offre la sua parola d’amore al ragazzo, che teme di essere ingannato nella febbre.

È un istante, perché subito il medico pensa alla sua salvezza, vuole ripartire e i cavalli gli ricordano il rimorso di ciò che ha lasciato alle spalle per rispondere alla chiamata, non pensa nemmeno a vestirsi e getta il mucchio dei suoi abiti raccolti dalla finestra sulla carrozza. La pelliccia resta appesa solo con una manica: altro particolare strano, altro elemento insignificante infuocato dalla visione onirica, altro ingombro della visione nel sonno torbido.

E infatti il desiderio spinge sulla parete, ma non prorompe: il medico guida la carrozza, ma i cavalli incedono lentamente, come vecchi, nel deserto di neve, mentre dietro di loro si lza un nuovo coro di bambini:

“Rallegratevi, o voi pazienti,
il medico è stato messo nel vostro letto”.

Ma i bambini, nella loro innocenza, si ingannano e il medico soltanto lo sa. Sa di essere stato capace solo di consolare, forse con l’inganno, ma di non aver mutato gli eventi, sui quali non ha potere. Forse ha aiutato solo per egoismo, per sbrigare i suoi impegni e tornare a pensare a sé. Ma perché, allora, avrebbe risposto alla campana e accorso nella notte? Forse è combattuto nella sua natura, la sua coscienza delle cose si annulla in eccesso e compie il suo destino senza saperlo e forse senza nemmeno volerlo: non guarisce, consola per secondi fini, ma in ultimo resta un disperso (vero titolo del romanzo America), in un deserto di neve, imprigionato in un ritorno impossibile e sospeso ad ogni vicenda: “la mia fiorente clientela è perduta; un successore mi deruba ma senza nessun utile, perché non mi può sostituire; nella mia casa imperversa uno schifoso stalliere; Rosa ne è la vittima”…

Ma se il medico non sa curare, perché non può essere sostituito? Qual è la sua casa e chi è lo stalliere, chi è Rosa, la sacrificata?

Una lettura allegorica sarebbe persino troppo semplificativa e così, ancora una volta, l’autore ce lo fa sentire in modo combattuto: il medico resta “nudo, esposto al gelo di questa sventurata epoca” (non può raggiungere la sua pelliccia e la gentaglia dei suoi pazienti non lo aiuta.

È lui, il medico, ad essere stato ingannato, per una volta che ha dato ascolto alla campana notturna; è per lui, il medico, che non c’è più alcun rimedio.

(Milano, 12-13 novembre 1997)

 

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