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Senza aspettarsi niente (di Matteo Marchesini)

2 Settembre 2008/0 Commenti/in LIBRI/da Andrea Temporelli

la sua è una figura senz’altro emblematica […] una figura in cui affiorano in maniera nitida e direi didascalica alcune contraddizioni tipiche di una larga fetta della generazione dei trentenni

Chi volesse ritrarre i letterati nati negli anni Sessanta in un breve fumetto, potrebbe intitolarlo I manager con le scarpe da tennis. Gli toccherebbe abbozzare per rapide pennellate una serie di personaggi pignoli come esperti di marketing, ma anche sportivi e alla mano come i compagni delle scuole superiori: gente che condivide volentieri le partite di calcetto o i concerti metal, ma considera pomposa ogni discussione sulla vecchia cultura umanistica, citata sempre con doveroso understatement.

Ventenni negli anni Ottanta, alcuni di questi personaggi sembrano yuppie con la nostalgia degli hippie (c’è bisogno di aggiungere che i poeti coincidono con la fascia più frustrata e meno rampante della categoria?). Concreti, sani e italianissimi, i quarantenni di oggi hanno spesso il mito del ventre oscuro degli Usa, dei dialoghi secchi e degli alienanti rifugi metropolitani. Altri ingredienti: una goccia di impegno politico ormai ridotto al buonsenso progressista-ecologista, molto rock, una inguaribile propensione a darsi degli sfigati prima che lo facciano gli altri, un’oscillazione perenne tra depressione e autoironia.

La generazione dei nati negli anni Settanta, invece, richiederebbe tutt’altra penna. Qui, in mezzo ai primi italiani nutriti fin da piccoli con le colorate merende della televisione commerciale, siamo di fronte a tipi decisamente edificanti. Tra i trentenni di oggi rifioriscono i gruppi di attivisti, i parodici Rubempré sempre in cerca di fermenti, i tribuni inclini a confondere codici politici e letterari in un unico, logorroico, informe flusso midcult. La res cogitans che sollecitava il senso verticale l’engagement dei nonni si è mutata in loro in res extensa: un lungo nastro orizzontale di inerti input senza limiti, ingoiato a colazione, a pranzo, a cena e (sospetto) anche durante il sonno.

Nella scrittura dei trentenni, in maniera assai più scoperta, l’autoironia si riduce a puro strumento, a cartellino da timbrare per costringere il lettore a tendere l’orecchio («ecco un dritto,» dirà, «diamogli corda»), e per poter poi concedersi senza rimorsi il patetismo più smaccato: il lasciatemi divertire e il lasciatemi piangere, il saltimbanco e il povero fanciullo che vuol essere battuto si fanno da alibi l’un l’altro in una sola pagina, in una sola riga, in un solo complemento.

Ricerca smaniosa di nuovi fermenti, abbiamo detto. Ossessione avventista, inesausto annuncio d’un imminente tempo di riedificare. Di questa foga sinergica e catalogatrice offrono pregnanti conferme lo spiccato senso del gruppo che anima letture, convegni, riviste, e l’etica cocciuta del lavoro che conferisce alle iniziative comuni un’allegra, quasi americana ingenuità. I nostri trentenni dedicano volentieri qualche numero dei loro periodici ai propri figli neonati. Si sentono padri & pionieri in procinto di fondare una città: solo che i presupposti di questo afflato religioso restano troppo distanti da un’attendibile analisi della vita quotidiana, per potervi far crescere esperimenti di discreta coerenza formale. Scorrendo gli editoriali che danno il tono alle loro riviste, ci si accorgerà presto che, qualunque sia il punto all’ordine del giorno, nell’illustrarlo non resistono mai a ricominciare ogni volta dai presocratici, per poi finire con una (gadameriana? veltroniana?) apertura al dialogo: un po’ come accade, su altro livello, nelle omelie che Scalfari ammannisce ai suoi lettori ogni domenica dal pulpito di «Repubblica».

Questi giovani studiosi lamentano in modo insieme appassionato e generico la latitanza di una vera società letteraria; e adorano rappresentarsi come infaticabili formiche in lotta contro l’endemica indifferenza dei grandi promotori culturali. Ma qui, va detto, gli spunti sindacalistici virano subito verso un corporativismo light, quasi verginalmente manageriale. Per trovare esempi perfetti di questo spirito, basta leggere qualche titolo di copertina dalla collezione di «Atelier»: La solidarietà non è solo una parola, La poesia è una marchetta, Il canto insonne delle formiche, Farci la guerra per amore… E a proposito di volonterosa genericità, di etica del “rimboccarsi le maniche”, citiamo da quest’ultimo pezzo: «Rischiare il dialogo. Credere fino in fondo nella rete che unisce chi ha voglia di condividere emozioni, pensieri, desideri e progetti attraverso la poesia. Scommettere veramente nella scrittura, quindi nel mondo, negli altri. Lavorare per far passare energia dirompente, nei fili che ci imbrigliano. Non temere di guardarci in faccia: tutti, ma proprio tutti […] Dal momento che siamo meravigliosamente in parecchi, pensiamo che sia giunto il momento di farci la guerra per amore».

Altri titoli puntano tutto sull’edificazione, sul dovere della proposta. Li sottende l’ansia e direi la smania di eleggere subito un deus ex machina che sappia sottrarre questa coalition of the willings alla palude culturale contemporanea. Smania che, al solito, coincide col sentirsi «per» qualcosa di astratto, di sterilmente universalistico: Per una nuova generazione di critici, Per un intellettuale dissidente, Per una rinnovata società letteraria, Credere nella poesia del fare, L’urgenza della contemporaneità…

Ovunque spira una irresistibile voglia di immergersi (i protagonisti direbbero: «sporcarsi le mani») nella Postmodernità Mediatica, ma sempre con l’obiettivo di andare «oltre», di «superarla», di gettare finalmente l’anima al di là dell’ostacolo… Ancora da un editoriale di Atelier: «dare corpo alle nostre visioni… impastarci col mondo come lievito».

In sintesi, questi volitivi e ferventi organizzatori letterari rischiano a ogni passo la puerilità; tentano un livellamento dei linguaggi in cui il “basso” diventa prolisso, beneducato, patetico, e il “sostenuto” corrivo, scolastico, pretenzioso; e scivoliamo addirittura, qua e là, in involontarie parodie vociane: dove il presunto “superamento” del Novecento diventa una sua replica farsesca.

Ciò detto, per stare all’esempio di «Atelier», non va dimenticato che l’enorme lavoro svolto da un animatore come Marco Merlin ha anche caratteri assolutamente meritori. Questa postilla mi mette in lieve imbarazzo: dato che, nella sua qualità di editore, Merlin mi ha chiesto un libro di versi e lo ha pubblicato. Imbarazzo ma ­­­— appunto — davvero lieve: perché la sua onestà e la sua ininterrotta disponibilità al confronto sono sotto gli occhi di tutti, così come è sotto gli occhi di tutti il fatto che la rivista e la collezione di poesia siglata «Atelier» rischiano in proprio, e non usano praticare alcun do ut des con gli autori che sostengono. Insomma, se continuo a considerare un bersaglio significativo il gergo che ho descritto qui sopra, non posso dimenticare che nel caso di «Atelier» altre qualità, se non lo controbilanciano, lo affiancano però onorevolmente. Tanto per riferirsi ancora a un’esperienza personale: dopo avermi chiesto la raccolta, e prima di dare l’imprimatur, Merlin l’ha chiosata generosamente pagina per pagina, con acribia e autentica severità. Ha discusso, lottato, si è confrontato con me non soltanto su determinati testi, ma perfino su strofe o versi singoli: cosa a lui consueta, ma in genere rarissima.

Ciò non toglie — ripeto — che l’impostazione di «Atelier» e di altri gruppi analoghi mi sembri spesso oltrepassare i limiti di ogni legittima retorica. Merlin lo sa, perché ne abbiamo parlato più volte (dettaglio che testimonia ancora della onestà intellettuale da lui mantenuta nei confronti di chi scrive). Ma al di là di queste precisazioni, la sua è una figura senz’altro emblematica, almeno nel contesto che ho provato a descrivere: una figura in cui affiorano in maniera nitida e direi didascalica alcune contraddizioni tipiche di una larga fetta della generazione dei trentenni. Solo che — tratto notevole — nel lavoro di Merlin-Temporelli queste contraddizioni si presentano spesso in forma rovesciata. Per esempio, bisognerebbe capire perché i risultati più corrivi appartengano al suo modo di fare critica ma non alla sua poesia: poesia che resta coraggiosamente sintattica e motivatissima in ogni passaggio, pur nella sua possibile deriva verso un’oratoria un po’ impettita e patinata.

[…]

Si va affermando, insomma, una generazione di giovani adulti che intendono “pensare in grande”: solo che l’idea di grandezza se la sono formata attraverso circuiti culturali ormai midcult, dove si usa giocare sulla mescolanza equivoca (ma inevitabile, durante il declino di qualunque aristocrazia) tra vecchi blasoni e nuove forme di potere che con quei blasoni non hanno niente da spartire.

Credo sia comprensibile, nella cornice socioculturale in cui ci si muove oggi in Italia, partire lancia in resta carichi di una gran rabbia senza oggetto, e magari esordire con la smania corrotta dei pronti a tutto, per poi mettere a fuoco le cose lentamente — per lentamente riconquistarsi quella purezza che nelle pale rinascimentali spetta soltanto ai vecchi. Ma, in genere, ai nostri intellettuali si prepara un ben diverso destino. Ai loro occhi, anche molto tempo dopo che sono “scesi in città” per conquistare il mondo, tutto quel che in politica e in letteratura assume dimensioni smaccatamente oratorie, o esige paralogismi che nessuno accetterebbe nelle circostanze decisive della propria esistenza quotidiana, s’impone non solo come un eccesso perdonabile, ma addirittura come un evento benemerito […]

Insomma: «vacuità» e «immenso» tornano a coincidere perfettamente. Le più vuote petizioni di principio gridate a caratteri maiuscoli, le analisi sociologiche e le proposizioni organizzative sbandierate con gran prosopopea ma prive di qualsiasi base argomentative, hanno come unico scopo quello di soddisfare il bisogno irresistibile di nobilitare studi che appaiono altrimenti ingrati, miserabili, perfino pericolosi. Perché questo è il punto: siamo di fronte a una generazione particolarmente intimidita, e quindi particolarmente intimidatoria.

Nel far da madrina a questa timidezza intimidatrice, si è distinta negli ultimi anni tutta una stampa frondista “di approfondimento” che ha allevato miti equivalenti a quelli della stampa popolare, ma ha saputo offrire in aggiunta ai suoi lettori lo snobistico piacere di ridurre le questioni più intricate a uno spiritoso gioco di bussolotti: stratagemma sempre perfetto, per rovesciare i complessi d’inferiorità di una larga fetta di giovani intellettuali allo sbando. È la stampa che invita a fare dell’anticonformismo un caricaturale contrappunto reçu alle idées reçues del giorno; la stampa che (campando sulla canzonatura dei giornali engagé di vecchio genere, aggrappati a una coincidenza di vero-bello-buono ormai improbabile e puramente teorica) propone continue parodie del libertinaggio intellettuale, e funge da frivolo volano a dibattiti dopo cui si torna al proprio tavolo di lavoro senza neppure avere sfiorato il peso inerte e sgradevole della realtà circostante — quella realtà irriducibile e direi parallela alle deliziose schermaglie dei Witze.

Ma di nuovo, fermiamoci. Chiudiamo questa galleria, senza invocare nessun improbabile deus ex machina. Tra la padella degli spontaneismi nazionalpopolari e la brace degli anticonformismi-misirizzi, chi si interessa di letteratura e in particolare di poesia dovrebbe forse limitarsi a lavorare in una clima di incerto stoicismo, secondo la regola del come se, senza aspettarsi niente. E, soprattutto, senza fare neppure di simili propositi un programma, una trincea o una bandiera: altrimenti si ritroverà invischiato in una di quelle discussioni di Poetica dove le idee combattono la solita, triste battaglia d’ombre senza corpi.

(Matteo Marchesini, Oracoli per manager (volti, parole e tic della recente poesia italiana), in Poesia 2007-2008. Tredicesimo annuario, a cura di Paolo Febbraro e Giorgio Manacorda, Roma, Gaffi 2008, pp. 191-217, in partic. 208-211 e 215-6)

Tags: ATELIER, MERLIN
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