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Angoscia interiore

Malinconia e poesia (di Eugenio Borgna)

28 Febbraio 2018/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

La malinconia come radice dell’esperienza poetica

di Eugenio Borgna

(L’opera scelta come copertina è di Silvia Rossi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

1. Che cosa ci dice, che cosa ci può dire la letteratura sulla psichiatria e come la psichiatria può contribuire alla comprensione dei meccanismi psicologici che intervengano in alcune opere poetiche o narrative? Come ha scritto Karl Jaspers, psichiatra e filosofo insigne, non c’è psichiatria che possa fare a meno degli orizzonti conoscitivi a cui giunge l’esperienza letteraria; ma, in ogni caso, non di questo vorrei ora parlare limitandomi a indicare come, nel contesto del discorso critico (ma anche in quello poetico ovviamente) di Giacomo Leopardi e del discorso poetico di Charles Baudelaire, la malinconia (esperienza psicologica e umana alla quale non si può assegnare una mera significazione di malattia) si costituisce come struttura portante del loro straordinario discorso creativo. Alcuni testi letterari ci dimostrano come i temi essenziali della psichiatria (la malinconia, la tristezza, l’angoscia, la nostalgia, lo smarrimento, la estraneità, il taedium vitae) abbiano a radicarsi davvero nel cuore della condizione umana e abbiano a nutrire le sorgenti misteriose e sconvolgenti della esperienza creativa (poetica e narrativa).

La riflessione sulle correlazioni fra psichiatria e letteratura non fanno parte di un discorso astratto e teorico, ma ci aiutano a cogliere gli aspetti talora nascosti dei modi di essere delle esperienze psicopatologiche (della malinconia come malattia e come stato d’animo) e delle loro eventuali connessioni con il processo creativo.

2. La depressione (la malinconia), come esperienza umana e psicologica ineliminabile dalla condizione umana e come sorgente di riflessione creativa, è stata vissuta e descritta da Giacomo Leopardi con la sua vertiginosa capacità di autoanalisi e la sua sconvolgente profondità.

Vorrei, ora, stralciare due frammenti da due celebri lettere inviate dal poeta a Pietro Giordani, nelle quali gli aspetti essenziali della condizione malinconica riemergono con grande trasparenza straziante evidenza. Nella prima lettera del 30 aprile 1817 egli scrive: «A tutto questo aggiunga l’ostinata nera orrenda barbara malinconia che mi lima e mi divora, e collo studio s’alimenta e senza studio s’accresce. So ben io qual è, e l’ho provata, ma ora non la provo più quella dolce malinconia che partorisce le belle cose, più dolce dell’allegria, la quale, se m’è permesso di dir così, è come il crepuscolo, dove questa è notte fittissima e orribile, è veleno, come Ella dice, che distrugge le forze del corpo e dello spirito».

La malinconia si accompagna alla noia, si trasforma in esperienza di noia con il suo impantanarsi in una temporalità che non ha più passato e nemmeno futuro; e di questo modo di vivere la malinconia è testimonianza lacerante ed emblematica la conclusione della lettera inviata a Pietro Giordani il 19 novembre 1819, che vorrei ora ritrascrivere nella sua Stimmung (nel suo stato d’animo) di profonda lacerazione interiore e di consumazione di ogni speranza: «Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e stanca, ma mi affanna e lacera come un dolor gravissimo; e sono così spaventato della vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni, come sono spente nell’animo mio, che ne vo fuori di me, considerando ch’è un niente anche la mia disperazione».

Quando ci confrontiamo, dentro o fuori della psichiatria, con una persona che abbia in sé esperienze di tristezza, non dovremmo dimenticare le cose che Giacomo Leopardi ha così mirabilmente rivissuto e descritto. Solo se la psichiatria tiene presenti i contenuti interiori di una esperienza psico(pato)logica, i modi soggettivi con cui è rivissuta una malinconia o una nostalgia, essa realizza fino in fondo i suoi orizzonti di significato e, in questo senso, le considerazioni del poeta recanatese assumono una radicale significazione umana e psicologica.

Da Giacomo Leopardi vorrei passare, ora, a Charles Baudelaire: richiamandomi ad un bellissimo libro-saggio sulla malinconia allo specchio di Jean Starobinski che ha analizzato l’esperienza lirica del grande poeta francese alla luce della malinconia, dalla quale la lirica baudelairiana sembra nascere radicalmente. La malinconia di Baudelaire è analizzata e decifrata nelle sue articolazioni tematiche e nelle sue ascendenze storico-ermeneutiche nei confronti di altre forme malinconiche. In particolare, nella malinco-nia dello scrittore francese si sovrappongono la malinconia dolce e stremata di Jaques che nello shakespeariano As you like it si china piangendo sulle acque del fiume e riflette in esse la sua immagine disperata e anche la malinconia ironica e allegorizzata che la sfrenata fantasia di E.T.A. Hoffmann rappresenta in uno dei suoi racconti più felici.

Certo, in Charles Baudelaire la malinconia è immersa nel lago oscuro dell’angoscia. In una delle sue poesie più belle e famose, Spleen, descrive l’anima schiacciata che geme nella infinitudine del suo taedium vitae e la terra che si trasforma in una prigione inondata dall’umidità, mentre la speranza piange sconfitta e frantumata e l’angoscia innalza la sua nera bandiera. La tristezza di Baudelaire è più crudele di quella leopardiana, ma essa in ogni caso ci offre un’altra immagine, ugualmente significativa della tristezza: la malinconia nelle sue infinite metamorfosi. Sia la tristezza leopardiana sia quella baudelairiana sfiorano, benché da orizzonti infinitamente più ampi e sconvolgenti, temi depressivi (modi di essere della depressione, della tristezza, o della malinconia: sono termini interscambiabili) che si osservano anche nella tristezza di ciascuno di noi: sia quando la nostra è una tristezza motivata e comprensibile sia quando essa è una tristezza immotivata. Anche qui, direi, la letteratura consente alla psichiatria di cogliere le realtà psicologiche e umane nella loro profondità e nella loro difficile sondabilità. Nel discorso lirico di Charles Baudelaire, dunque, la tristezza e l’angoscia, come emozioni radicalmente costitutive dell’animo umano, sono l’una intrecciata con l’altra, benché, ovviamente, con articolazioni semantiche diverse di poesia in poesia.

La tristezza e l’angoscia, presenti in molte liriche del poeta francese, sono radicalmente diverse da quelle leopardiane, poiché immerse in un linguaggio più discorsivo e più aspro (più desolato e più crudele) che mette in correlazione antitetica angoscia e speranza.

Come nell’ultimo Spleen, dal quale vorrei stralciare la prima e la seconda strofa:

Quando, come un coperchio, il cielo baso e greve
schiaccia l’anima che geme nel suo tedio infinito,
e in un unico cerchio stringendo l’orizzonte
fa del giorno una tristezza più nera della notte;
quando la terra si muta in un’umida segreta
dove, timido pipistrello, la Speranza
sbatte le ali contro i muri e batte la testa
nel soffitto marcito;

Ma nella quarta e nella quinta strofa le immagini della disperazione e dell’angoscia si fanno ancora più intense e graffianti nelle loro tematiche così vicine a quelle che contrassegnano l’angoscia psicopatologica:

furiose a un tratto esplodono campane
e un urlo tremendo lanciano verso il cielo,
così simile al gemere ostinato
d’anime senza pace né dimora.

Senza tamburi, senza musica, dei lunghi funerali
sfilano lentamente nel mio cuore: Speranza
piange disfatta e Angoscia, dispotica e sinistra
pianta sul mio cranio riverso la sua bandiera nera.

Questa, che direi una inaudita fenomenologia dell’angoscia e della disperazione, giunge a cogliere gli aspetti radicali (eidetici) di queste esperienze umane ed esistenziali allargandone vertiginosamente i confini della conoscenza al di là di ogni psicopatologia. Nell’incandescente descrizione baudelairiana dell’angoscia rinascono e si frantumano in schegge arroventate le sue strutture portanti. Come non afferrare immediatamente le dimensioni della tristezza e dell’angoscia e le loro stratificazioni esistenziali? Le tematiche del discorso lirico le fanno riemergere con una straordinaria pregnanza semantica: l’anima schiacciata che si lamenta (geme) nell’infinitudine del suo inenarrabile taedium vitae; la tristezza che dilaga ancora più oscura e più nera della notte; la terra che si trasforma in una prigione inondata dall’umidità; la speranza che, come un pipistrello (ma la timidezza del pipistrello toglie ogni ombra e ogni desolazione all’immagine), si fa male battendo con la testa nel soffitto disfatto e cadente; la speranza che piange sconfitta e frantumata e, infine, l’angoscia (delineata con termini agghiaccianti) che innalza la sua nera bandiera. La Stimmung dell’angoscia è contrassegnata da questo esplodere delle campane e da questo urlo terrificante che esse lanciano verso il cielo. L’ultima immagine, la più dolente e la più nostalgica, direi, è quella del gemere ostinato delle anime che sono senza pace e senza dimora.

3. Vorrei concludere questo mio discorso sulla malinconia, come radice possibile di una alta creatività, richiamandomi a quello che Giovanni Macchia ha scritto, in un capitolo, Malattia e creazione, di un suo bellissimo libro, L’angelo della notte, dedicato a Marcel Proust.

Incentrando la sua analisi su questo tema il critico dice: «In Proust la malattia è stata ammessa nell’organizzazione stessa della propria vita di creatore», aggiungendo che «[…] le sue crisi di malato entravano nella sostanza dell’opera e ne erano per così dire il prolungamento, ed egli evadeva da quelle crisi per ricominciare a scrivere». Certo, l’esperienza creativa e immaginativa dello scrittore francese, benché fortemente condizionata dalla malattia (l’asma bronchiale e le profonde risonanze psicologiche che l’asma trascina con sé), non può essere confrontata con le forme di originalità e di creatività, che si osservano nelle pazienti e nei pazienti segnati da una esperienza psicotica, nondimeno l’esperienza creativa di Marcel Proust è un’emblematica testimonianza delle connessioni possibili e concrete fra esperienza psicopatologica ed esperienza creativa delle influenze reciproche fra l’una e l’altra.

Misteriosa nella sua genesi è, in fondo, ogni esperienza creativa e ugualmente misteriosa è ogni esperienza psicotica; consideriamole entrambe nella loro dimensione alta e vertiginosa e nella loro espressione di umanità e di trascendenza.

 

Tags: LEOPARDI, LETTERATURA, PENSIERO
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