Jove decadent. Després del ball, di Ramon Casas

Contro l’arte decadente

Foss’anche vero che la cultura odierna, se appena avessimo la forza di rileggere la nostra esperienza compiendo quel minimo distacco dal presente che dovrebbe presiedere a ogni riflessione sulla propria epoca, risultasse ancora del tutto implicata nel movimento del Decadentismo, che rappresenta appunto l’appercezione drammatica della crisi dell’Occidente, sentita come irreversibile; e ammettendo anche che alla deriva nello sfaldamento delle nostre identità non si chiede più agli scrittori (ridotti peraltro essi stessi a figure residuali ai margini dei sistemi di sapere e di prefigurazione del domani) alcun conforto illusorio, ma semmai il coraggio di denunciare la nostra condizione reale  –  del resto, chi potrebbe negare la disaffezione verso qualsiasi conato di rinnovamento politico, la disillusione nei confronti di una scienza che serve solo a prolungare l’agonia, la strapotenza di tutti gli altri media che assoldati ai dettami dell’economia mirano solo a ottenebrare la vigilanza critica delle coscienze per propinarci la pace ottusa della narcosi, e via sullo stesso tono per ogni altra istituzione attuale  –  corrispondesse pure, tutto ciò, dicevamo, al nostro sentimento della verità, chi l’ha mai detto che all’arte, alla letteratura e alla poesia non sia concesso nessun’altra opportunità, oltre a quella di rispettare il tema e di conformarsi al senso del declino, della sconfitta, della fine inevitabile?

Siamo gli eredi di una pletora di antieroi: possiamo solo conformarci al perenne sfinimento? Qualsiasi tentativo di indovinare nel nostro tempo forme umane non piegate al compiacimento della fine, al narcisismo lussurioso dell’autocommiserazione, cinica o patetica che sia, verrà delegittimano sotto il timbro dell’illusione consolatoria o dell’evasione nostalgica? L’unica azione di rivolta è costruirsi moreschianamente il mito dell’esordio e del continuo cominciamento? Siamo paralizzati nella nevrosi dell’inettitudine o, rovesciando tutt’al più la medaglia, nel fatuo vitalismo che si accontenta del successo immediato?

Non esistono più sistemi integrali di interpretazione del mondo; ci accontentiamo di sopravvivere su pericolanti passerelle. E chi scrive non vuole certo barare, sebbene sia piuttosto diffidente rispetto alla rigida contrapposizione fra verità e menzogna. Questo è quanto. Eppure, abbiamo la sensazione che una nuova narrativa e una nuova poesia scaturiranno solo dalla prefigurazione di un’ulteriore possibilità umana – non un eroe improponibile, ma la rappresentazione positiva di tracce che già oggi abbiamo sotto il naso, ma a cui la cultura del declino non ci permette di dare credito. Nella sua disperante complessità, il mondo è un inesauribile donativo di cui dobbiamo comunque assumerci l’onere e l’onore. Non saremo in grado di dare risposte ai problemi fondativi che la vita ci pone, ma la vanità di ogni cosa certifica la bellezza del nostro perenne sforzo di dare futuro a noi stessi e agli altri. E, per far vibrare il silenzio, è necessario non desistere a farsi domanda, ad abitare il desiderio.

Chi osa ancora farlo, tra gli scrittori del nostro tempo?

 

3 commenti
  1. massimiliano dice:

    Chiedo scusa di questo secondo intervento.
    Non voglio essere invasivo. Ma il tema è bello e voglio partecipare alla discussione, assolutamente!

    Parto dal negativo e parlo esclusivamente per me stesso.

    Ho il vizio di scrivere poesie, belle o brutte, valide non valide, non so, sono anonimo, non pubblico, la mia opinione vale zero.
    Ma a fronte di questo, scrivo lo stesso. Che posso fare? Niente. Scrivere. Punto.

    Ora cosa accade?
    C’è un’urgenza, un misto di immagini e di parole che premono ( odio questo linguaggio sciamanico,
    questa mancanza di scienza, ma non ho altri strumenti) parto da uno stato trasognato, (posso dire così senza far vomitare qualcuno?)
    So che devo dire qualcosa ma non so che cosa ( più o meno ho un’intenzione, un tema dettato da un fatto) né come ( nessuna idea in proposito) Lo scopro mentre lo scrivo. Tralasciando il risultato finale, credo che questo accomuni un pochino tutti quelli che scrivono poesie.

    Ora io mi accorgo, da anni a dire il vero, che nell’addentrarmi nello scritto arriva un punto in cui devo tirare le fila, ( fosse una parola, o la chiusa, un intero verso) ad una sorta di resoconto finale, cioè: quello che sto dicendo deve “gioco forza” approdare a uno svuotamento. Come se sostenessi una tesi senza per altro averla nominata, ma che pre esiste al testo stesso, no, meglio, pre esiste a me che scrivo. A volte mi è chiaro il cliché decadente ( e non posso più evitarlo, sono mediocre) a volte mi pare di essere onesto ( se non altro) ma questo non toglie che, anche se sono stato onesto, forse, io sia vittima dello stesso cliché.

    A patto di non inoltrarmi in un parco giochi linguistico privo per me di senso, come molta poesia contemporanea che leggo, o non mi cruogioli in una cascata forse gratuita di immagini ( un bel polpettone) io desidero fondamentalmente rivelarmi, rivelare a me stesso e ad almeno ad un altro essere umano posto fuori dal foglio, cos’era quella pressione iniziale, le voglio dare parola e quindi in un certo senso distruggerla:
    ricerco dunque sempre un quadro figurativo, non astratto, in cui io, e dico io senza remore, sono per lo più protagonista. Posso farmi domande gratuite – e solo postume sia chiaro – al testo che ho scritto: in che rapporto sto con le donne? con l’amore? col sesso? con la morte? che cosa è per me essere padre? ho dei valori? etc. Ma quello che rimane è quel sospetto che, ammesso che sia arrivato a un testo decente, di esserci approdato tramite l’assunzione del Vuoto, allo svuotamento, che in nulla si discosta dai precetti decadenti, o, preferisco, nichilistici.

    ora io non so, ma proprio ignoro, se esista una modalità altra, che non sia un barare, per poter sfondare tale mio dubbio: fare leva su un punto esterno, teorico, precostituito, non interiorizzato? Credessi in dio magari avrei una chance. Leggo Luzi ma non lo comprendo. Devo ritentare. Mi fa dormire.

    Ho letto le ultime di Guido Mazzoni, Pura superficie. E mi piacciono.
    Come faccio a mostrargli un percorso diverso? Con quali argomenti ammesso che ne abbia ( e non li ho). Leggo questi testi e tutti, nessuno escluso, trovano una corrispondenza perfetta con quanto percepisco io. Anche lui cozza contro un cliché? O forse non è possibile evitarlo, non il cliché a questo punto, ma lo stato che inevitabilmente dobbiamo attraversare, consumare, rivelare per distruggere alla stregua del lavoro individuale di un poeta alle prese con l’inizio di un suo testo, come descritto barbaramente sopra. ammesso che esista una qualche forma di lotta per la sopravvivenza, per assurdo, se ancora resiste questo nichilismo, il suo fatto di resistere non sarebbe già prova sufficiente per ammettere ancora oggi che non è esaurito?

    Ora l’aspetto personale: leggo le sue poesie ( di Mazzoni, ma anche di altri sia chiaro, magari più vecchiotti, Pagnanelli per esempio) e ascolto le sue interviste, e mentre leggo o ascolto mi dico letteralmente: “tutto giusto, ok, ci risiamo…lo sappiamo, ancora la solita solfa. Dunque non posso evitare di arrivare alle stesse conclusioni? Di percepire le cose allo stesso modo?”

    Che sia una forma di protezione questo nichilismo? di conforto? una corazza? ma a cosa?

    (a una) “rappresentazione positiva di tracce che già oggi abbiamo sotto il naso, ma a cui la cultura del declino non ci permette di dare credito.”

    Ok. Io oltre a questa barriera, a questa chiamiamola mia confessione, a questo stato, con tutta la buona volontà proprio non so andare avanti. Sono bendato.
    Allora ti chiedo, quali sono queste tracce? Tu ne vedi? Lo chiedo con la massima curiosità, senza traccia alcuna di sarcasmo.

    Ultimo punto poi finisco:
    Scrittori.
    La strada, di Cormac McCarthy.
    Quello, a pelle, è il primo romanzo che mi è venuto in mente riguardo alla tua ultima domanda che poni quale riflessione totale:
    “Chi osa ancora farlo, tra gli scrittori del nostro tempo?”
    Questo scrittore ha dovuto radere al suolo l’intero mondo per poter far parlare un padre a un figlio, per poter
    far vivere, tramandare il suo amore, la sua etica al proprio figlio; e trovare anche la faccia tosta di dividere ancora il mondo, quel mondo, tra buoni e cattivi. Di cercare di trasmettere al figlio il desiderio di andare avanti, senza facile retorica mi pare. Di come sia possibile, non so, abitare quel desiderio ( se ho capito) di non conformarsi ai cattivi, di parlare del fuoco come di un passaggio di testimone, insomma un padre che nonostante il delirio e la devastazione si sia impegnato a lasciare un’eredità ( mi viene in mente Recalcati e i suoi libri sui legami tra padre e figlio, senz’altro un libro che a lui è piaciuto ) eredità di natura ben diversa che non sia una casa, una carriera, o del denaro ( nel romanzo almeno, i libri autografati di Cormac McCarthy valgono non so quante migliaia di dollari cadauno )

    O questo romanzo ( ne vedo in mente un altro ma è sfuggito, sono rari) oppure mi viene in mente “Va dove ti porta il cuore” di cui francamente non mi importa niente.
    Ecco, non vedo altro. Arrivo fin qui.

    Grazie.

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Caro Max, ho letto e rimugino sia questo tuo intervento sia il precedente. Risponderti è impossibile. Credo che tutto il mio lavoro potrebbe essere un tentativo di risposta, chissà. Comunque credo che da questo nichilismo (inevitabile, persino salutare per certi aspetti) si possa uscire solo poeticamente, proprio perché la poesia cerca quello “svuotamento” di cui parli tu, cerca un nuovo punto di fuga attorno al quale orientare il mondo. Anche quando i poeti non sanno di che cosa stanno parlando (o almeno non lo sanno prima di averlo scritto) alla fine portano avanti, di opera in opera, un Discorso. E portare avanti un discorso è già qualcosa di eroico, una mossa che contraddice il nichilismo.
      Tentare un canone (uso termini più accademici dei tuoi) per comporre il regesto delle opere (mi chiedevi di indicare le tracce, gli indizi di un’arte non decadente) è un giochino sterile, fuori da questo lavoro metodico, fatto di rimandi, letture, analisi, distillazioni ecc. ecc. Diventa anzi un’opportunità prevista dal sistema stesso. Le antologie, per esempio, sono rassegne apodittiche e spesso troppo vaste e aperte, che non servono a nulla. Prendere un autore (Mazzoni, stando al tuo esempio) e osare giungere a un giudizio è un gesto costruttivo.
      Per me il vero problema è che tutti i gesti costruttivi rimangono isolati, non si fanno opera comune. Ognuno è costretto a ricostruirsi – da solo – la propria letteratura, passata presente e futura. A te piace Mazzoni? Magari a me no. Sarebbe un punto di partenza, diventa invece un giudizio che cade nel vuoto universale, nel Coro Omogeizzante del Mercato, nella Planetaria Consumazione di Letteratura.
      Una volta avevo sognato la possibilità di sostenere una cellula di società letteraria (umana?) che non cascasse in questa trappola, ma dall’avventura di Atelier sono finito in questa profezia privata. Anche la mia possibilità di dialogo, dunque, si è molto ristretta. Come dimostra questa risposta decisamente insufficiente.

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