L’uomo fiorisce una volta sola. Una chiacchierata con Sonia Serazzi
Sonia Serazzi è una delle migliori scrittrici di oggi. Non la conoscete? Male. Cercate di rimediare. Qui di seguito potete seguire una mia chiacchierata con lei, nel frattempo.
Ho ricordi bellissimi della Calabria. Ho trascorso lì diverse estati della mia adolescenza, con un amico. E speravo di ripercorrerla, un giorno, con Simone. Avrei guidato io, nel caso, perché lui trasformava qualsiasi vettura in un cavallo imbizzarrito e qualsiasi strada, ma anche solo uno spazio di manovra, in un circuito da corsa. Ora che lui non c’è più, senza lo sguardo di un amico, non ho urgenza di tornarci, ma quando capiterà spero di poterti incontrare, Sonia. Finora abbiamo avuto modo soltanto di dialogare a distanza, a spizzichi e bocconi.
Tu però non sei calabrese di origine, sei frutto di diversi innesti. Sei legata anche alla Campania e soprattutto alla Sardegna, mi spiegavi.
Mi arrivi nel telefono mentre cammino in mezzo a certi fiori selvatici gialli e bianchi, poi scopro l’arancio della calendula e il nero velluto della bellavedova, che ho amato senza nome per anni. Nelle tue parole ho sentito forte la vita di cavalli imbizzarriti e la forza di un’assenza capace di dare forma al tuo sguardo. Ci sei tu in quello che mi hai scritto: mi chiedi di una terra da abitare a partire da Simone, che dalla terra si è levato. Eppure ci fa compagnia. Tu mischi sempre vita viva e morte senza esitare, ormai mi ci sono abituata. Mi domandi dei miei innesti. Sono Calabrese io. Ma sono capace di granitici rigori, appresi dalla mia mamma sarda. Della Sardegna ricordo il vento, la lingua segreta che mia madre parlava fitta con le sorelle e con la madre, il rumore del motoape con cui nonno rincasava carico di latte da cagliare, le abitazioni candide e pulitissime, il cibo sontuoso, certi dolci colorati fatti a mano, il miele da cavar fuori masticando la cera, i piedi che i miei zii battevano al suolo, per convincermi a riconoscere dal rimbombo il rumore di una terra a galla sul mare. La mia bisnonna, Battistina, mi salutava sempre con amore sconfinato quando sbarcavo dal continente, e quando partivo mi risalutava con un timore da novantenne. “Forse non mi ritroverai l’anno prossimo!” mi avvertiva. E io le credevo. Così a ogni arrivo in Sardegna nonna Battistina mi si parava davanti come un miracolo, di anno in anno. Poi morì, ma dura invisibile altrove la donna che mi ha educata alla preziosa finitudine che siamo, senza troppe moine. “L’uomo fiorisce una volta sola” recita la scritta su un muro di Telti, il paese da cui mia madre in amore partì per la Calabria. I Sardi che conosco hanno una severa lucidità nel paragonarsi alla natura. Uno dei miei zii, Piero, si irritò quasi quando gli parlai della delicatezza delle mie rose da potare. “Delicato sono io, visto che se mi tagliano un braccio non mi cresce!” rispose alle mie cautele da vecchia signorinella. Aveva ragione e io tacqui.
La Campania l’ho vista appena. Mio nonno paterno era napoletano, venne soldato in Calabria e sposò mia nonna in tempo di guerra. Nonna uscì signora dal paese, ma presto tornò incinta a fare la figlia di sua madre. Napoli non l’aveva convinta, nonostante il marito fosse gentile e la avesse pettinata e vestita da cittadina. Un poco somiglio a nonna, dice mio padre. Infatti abito in pace nella casa che era sua. “La casa è della femmina” ripeteva lei. E la femmina ero io. Più o meno.

Vorrei poter replicare con la tua stessa intensità, che forse sei più poeta di me, rispetto al mio essere per metà veneto e per metà piemontese, ma in verità mi trovo sempre con un velo di distacco rispetto ai luoghi. Ieri parlavo con due giovani poeti che sono andato a trovare a Omegna (il paese di Rodari) che mi definivano poeta di lago. Ero talmente perplesso e sorpreso che non ho saputo ribattere. Io non sento radici nei paesaggi che pure porto dentro: la campagna padovana degli zii e delle vacanze, le montagne vicine ma mai conosciute da piccolo, proprio per le origini straniere di mio padre, e appunto il lago, che dal paese della mia infanzia quasi neanche si vede. Ma forse è solo un mio sentimento e la realtà è un’altra. Anche i suoni (quelli della cadenza veneta, così ridicola, per esempio) faranno capolino dentro di me mio malgrado. In ogni caso, sono praticamente un terrone del nord: ecco un bel punto di contatto. Tuttavia, se Non c’è niente a Simbari Crichi, per citare il tuo primo romanzo, qui da me dovrei dire che c’è potenzialmente tutto. Milano si raggiunge in mezz’ora. Eppure è sui margini, spesso, che fioriscono i fiori più belli. Non a caso, i tuoi libri sono ben più vividi e selvatici di tante pagine esangui e ben tornite di tanti scrittori e scrittrici di oggi.
Come vedi tu, dal tuo punto di vista, la nostra letteratura e il nostro Paese? Viviamo tempi orribili, a livello mondiale, anche se restiamo dei privilegiati, senza coinvolgimenti diretti nelle tragedie di questi anni. So che è una domanda terribile, troppo vasta, ma mi piacerebbe intuire qual è, in fondo, l’orizzonte della contemporaneità che percepisci, quando scrivi o ti appresti a scrivere.
Scrivo con le orecchie tappate io. Sono un campo a maggese, che attende arature e giorni fertili. Credo che la moltiplicazione degli stimoli culturali e delle letture talvolta sia pura voracità. Molta gente mi interroga per capire cosa ho letto e cosa no, cosa ho visto e cosa no, ma di solito smetto di frequentare chi mi fruga in testa come si frugano gli armadi. Certe volte mi dico che sono un’asina scintillante, ma in fondo credo che chiunque abbia la sfacciataggine di scrivere debba dimenticare la grandezza delle pagine che ha letto, ma pure ignorare quelle che gli fioriscono intorno. Non cerco storie, non inseguo libri, tento di vivere con onestà e di stringermi al petto quello che accade e che incontro. A volte poi capita che gli accadimenti mi si addensino in frasi, e che le frasi poi si dispieghino per veleggiare più vaste, allora sono felice per un poco, come una lumaca che diventa chiocciola. Le storie sono un guscio che mi spunta addosso. E ci abito volentieri. Mi accade di avere grande ammirazione e rispetto per il guscio di qualcuno, ma mi basta il mio. Non saprei pulsare altrove. Per questa ragione non amo dire troppo dei libri che leggo: mi pare sempre di essere scostumata nel farlo. Talvolta entro ed esco subito da certe pagine, altre volte ci cammino innamorata e in punta di piedi. E quando mi innamoro taccio per un poco il nome di chi ha scritto, per una gelosia appassionata e infantile insieme. Mi irrita il pensiero che altri, magari senza trepidazione, visitino il mondo che ho scovato, quasi violandolo. Poi mi arrendo, apro le mani, interrompo la guardia e pronuncio il nome dello scrittore o della scrittrice che hanno acceso il mio affetto. Non ho sbagliato parola: voglio bene a quelli che scrivono sul serio. Ho voluto bene a Daniele Mencarelli della Casa degli sguardi, voglio bene a Francesca Serragnoli, a Susanna Bissoli dei Folgorati, a Salvatore Natoli per i suoi saggi, a Massimo Cacciari per il suo libro su Van Gogh e per quello su San Francesco, perché gli altri temo di non poterli capire. Ho poi amato la Robinson di Lila e delle Cure domestiche, e il Kent Haruf delle Nostre anime di notte. Solitamente apprezzo le pagine che custodiscono “la maestà del vivere e del patire”, direbbe Ortese.
Tu presti attenzione al mio abitare e scrivere i margini. In realtà – questo l’ho imparato studiando i saggi di Domenico Cersosimo, un economista dal pensiero limpido e complesso insieme – non esistono territori marginali, ma luoghi marginalizzati da osservazioni che partono da un centro arbitrariamente assunto come tale. Si chiama metrofilia lo sguardo che stabilisce la centralità delle metropoli. Io abito a Sud e in un paese. Quelli fra noi che credono che questo sia niente, come recitava il titolo del mio primo lavoro, sono affetti da un difetto di visione. Un poco capitava anche agli Indiani d’America, quando indossavano le giacchette dei soldati che li sterminavano o li chiudevano nelle riserve. Eppure gli Indiani continuavano a tenere in capo le loro piume colorate. Eccoti invece una che non vuole né giubbe militari, né corone piumate. Sono una donna che scrive con intorno volti, paesaggi, cose, vite, parole che inzuppano le mie pagine, senza inchiodarle. Direi che basta questo. Quanto alla prosa, più o meno tornita, devo a Davide Bregola la lettura di Dolores Prato, che di certe rileccature che sbiadiscono ha osato fare a meno. Spero di poter fare lo stesso, per innocenza. Rilevi la selvatichezza delle mie pagine, e io faccio fatica a capire cosa intendi. Sono forse eleganti i papillon già annodati e le pochettes cucite nei taschini? Io mi aggiusto da sola prima di uscire, con disciplina e ferocia impareggiabili. Le mie cose scritte sono rifinite severamente, ma ho imparato da tempo che le rose profumano per scusarsi delle spine, mentre le camelie si offrono lisce alle dita e basta. Preferisco pungere e scusarmi, piuttosto che scivolare inodore di mano in mano.
Immaginavo una risposta simile e sono contento di avertela estorta. Il mio interesse non era tanto rivolto alle letture che ti accompagnano, quanto al sentimento del contemporaneo che ti anima. E mi fa piacere questo rovesciare l’idea di margine: guidava anche me quando, da Borgomanero, non percepivo alcuna sudditanza rispetto ai centri più acclamati. Anzi. Quanto alla selvatichezza, forse ho sbagliato termine. Non c’è meno rigore nel fiore cesellato che però cresce nel campo avuto in sorte, non dove lo hanno coltivato… Ti so anzi estremamente esigente con te stessa, anzitutto nella disciplina dello sguardo, nella postura esistenziale. Ritengo, semmai, che questo margine sia o dovrebbe essere una condizione di ogni scrittore. Chi è al centro è vincolato, giocato dal sistema. Dal margine può invece sabotarlo, offrire sguardi alternativi, esplorare orizzonti non ancora compresi. Esercitare l’arte della fuga.
Non voglio però dilungarmi in pensieri astratti. Del resto nei tuoi libri, anche quando parli di niente, di cielo, di luce, le tue storie sono vivide e piene, capaci di una leggerezza che affonda o, se preferisci, di una profondità umile, disincantata, non compiaciuta. Ma non voglio nemmeno proseguire in complimenti, ti ho invitata qui per chiacchierare in modo informale. Allora dimmi, oltre alle tue letture e alle tue scritture (quando ti chiesi un testo per un’antologia, ti chiudesti come un riccio gentile e, forse, impaurito), c’è altro di cui sei gelosa? Non vorrei, qualora dovessi passare a trovarti, rischiare di pungermi…
Faccio fatica a parlare della gelosia: è un fondo scuro su cui nuotare. Prendiamo la questione dal verso luminoso. Sono una persona fedele finanche alle cose, perché mi pare che non esauriscano mai il loro solenne mistero. Da bambina ricordo d’aver pianto tanto per la vecchia Opel mille color rame che mio padre, dopo secoli, decise di cambiare. Mamma Opel, così la chiamavo con mio fratello, ci aveva portato sicuri in tanti lunghi viaggi, e ancora rivedo con precisione il musetto dolce di quell’auto e i fari che sembravano occhi grandi e buoni. Mandarla via mi pareva un tradimento intollerabile, una punizione ingiusta, un abbandono infame. Papà e mamma faticarono molto a consolarmi. Alla fine mi arresi con dolore a salutare la vecchia automobile, ma fingevo. E lo affermo perché, se tu mi domandassi quale vettura la rimpiazzò, non saprei dirtelo. Continuammo a viaggiare e a spostarci, ma non ho memoria di colori o modelli delle utilitarie che uccisero Mamma Opel. Non le conoscevo, non mi guardavano con i fari, non mi segnavano le cosce con certe righine dei sedili cuciti fittamente, non mi aspettavano col colore caldo della carrozzeria. Capisci quindi quanto aderisca amorevolmente e appassionatamente al mondo, alle sue creature, alle sue cose. Non saprei volere tanto, perché il tanto mi confonde. Non è sobrietà, ma igiene mentale. Un tizio mi accusò di fare, quando scrivo, l’elogio della micragna. Ancora oggi penso a lui con disprezzo, e lo immagino appeso a ingozzarsi di tutto su un qualche albero della cuccagna, che vale solo per lui e per i suoi simili. In tanti mi chiedono perché racconti sempre dei poveri. E sempre rispondo che ho scelto d’essere sincera e di scrivere solo di quello che conosco. La povertà è il margine più molesto da raccontare e da abitare, perché finché racconti un paese del Sud sono tutti contenti di fare due passi in mezzo a superstizioni ed esotismi d’accatto, ma quando scrivi di realtà che semplicemente disoccultano le falle di un sistema, come lo chiami tu, allora sei un moscone che ronza pesante intorno alle tavole imbandite per altri. E gli altri sono piacevoli e lievi farfalle.
Mi dispiace un poco che tu abbia ancora in mente il mio primo rifiuto a un tuo invito generoso. Credevo di essermi negata con ridente eleganza, invece, lo apprendo solo ora, ti sono sembrata un riccio spaurito. Onestamente voglio dirti che non ho mai avuto timore di te. Sotto modi limpidi ed eloquio fluido, intuivo un nocciolo integro che considero necessario per relazionarmi a qualcuno: i Gurdulù vanno bene sulla carta, non altrove. Aggiungo che fu proprio il tuo rispettare il mio “no” a farmi sperare che potessimo fare amicizia. Quindi sappi che non sarò feroce, se passerai da casa mia. Sopporto a fatica soltanto quelli che vengono da me come se andassero a visitare una scimmia. La casa è luogo intimo, quindi ci si accosta a essa con delicatezza. Da me può venire chiunque arrivi povero e grato come un mendicante, perché è così che io stessa entro in casa d’altri.

Ah, mi tocca rimpiangere il tono della viva voce o gli emoticon. Avresti percepito con quanta simpatia e, anzi, ammirazione, ho pensato a te come a un riccio. Forse dovrei aumentare anche su WhatsApp i messaggi vocali, seguendo il tuo esempio. La paura del riccio è anche una naturale e sana diffidenza. Si fa sempre l’elogio della disponibilità, ma imparo ogni giorno di più quanto conti la sobrietà, la concentrazione, il saper dire anche di no. Per evitare il dispendio, per prendersi cura meglio di sé, in modo da potersi offrire, al momento opportuno, con attenzione e rispetto per gli altri. Non si tratta, dunque, di fare i preziosi, ma di rendere preziose le occasioni giuste. Si tratta di rispettare i tempi, di custodire l’attesa, di onorare la preparazione.
Io sono cresciuto con una percezione della povertà più esasperata di quanto non fosse in realtà la mia condizione. Figlio di un padre operaio e di una madre casalinga, in un contesto di economia rampante, sono stato educato a guardare i “padroni” dell’azienda in cui lavorava mio padre (peraltro persone di buon cuore e molto semplici: ma qui rifletto sulle spinte educative ricevute) con gratitudine e riverenza. Ma la mia famiglia mi ha insegnato anche la dignità. Povertà e dignità sono davvero un bel connubio. Stipiti ravvicinati che impongono, per passare, una postura diritta. Certo, a scuola, ho percepito presto la povertà delle mie origini: molte mie compagne e molti compagni potevano permettersi esperienze di cui non riuscivo nemmeno a sentire la mancanza, tanto mi parevano di un altro mondo, non accessibili.
Anch’io ho memoria vivida della vecchia Cinquecento con cui si andava al mare, in Veneto. Pensa che sul sedile posteriore dormivamo, distesi uno accanto all’altro, in due: io e mia sorella. Ma forse ci sono età in cui la scoperta del mondo è dirompente e, per questo, alcune scene, alcuni oggetti, alcune esperienze diventano i nostri personali miti. Uno scrittore cerca, indubbiamente, di rinnovare lo sguardo, di vedere sempre la realtà come fosse la prima volta. Assume anche per questo lo sguardo di altri. Ma è innegabile che le vere prime volte si scolpiscano dentro di noi e ci diano una forma. Certe età sono permeate dallo stupore. Al di là dei dati dell’anagrafe: a che età sei nata? E quanti anni hai, adesso? O, se preferisci, quale periodo della tua vita è stato più determinante di altri? Lo so, semplifico, ma ci sono autori in qualche modo che sono rimasti bambini (Pascoli?), altri rimasti adolescenti (Rimbaud?), altri nati adulti (quelli già compiuti e controllati fin dall’opera d’esordio). Mi figuro gli scrittori come adulti che camminano mano nella mano con il sé che furono o che vogliono essere. E tu? Ci sono molti bambini nelle tue storie…
Io sono bambina e vecchia. La donna è un segreto che ho imparato a custodire. Grazia Deledda scrisse ad Andrea Pirodda che lei sapeva diventare bella. Così è per me la femminilità: un saper diventare, uno sbocciare al sicuro, in case di pietre antiche e squadrate. O niente. Credo di avere sempre amato santi ed eroi, per poi ritrovarmi a stringere ombre di uomini, allora ho sospeso l’inganno che mi accendeva. Coltivo occhi caldi di madre, di sorella, di figlia. Forse è per questo che trovi tanti bimbi fra le mie pagine. Credo di non aver osato il rischio di essere sposa, e credo anche di aver perso qualcosa. Tuttavia penso anche di essere stata onesta: non sono del tutto addomesticabile. Certe volte mi percepisco come uno di quei buffi gatti randagi che vagano per le strade, intorno ai cassonetti o nei giardini pubblici. Accade che qualcuno si accosti con una ciotola di croccantini, pronto pure alle carezze e a farsi impelacchiare i pantaloni, ma subito dopo agita qualche fialetta antipulci e un collare col campanellino. A me piace tanto il suono dei campanellini, ma devo essere io a scegliere di stringerli fra le mani per farli tintinnare. Certi uomini mi hanno fatto paura, quindi ho imparato una prudenza carica di aculei, che tu hai rilevato. Qualche tempo fa una persona preziosa mi disse: “Sonia, io sono delicato”. Lo fece per spuntare certe mie ingiustificate asperità. Di cui mi vergognai. Eppure avevamo ragione entrambi. Fin qui la biografia. Quanto alla scrittura, mi pare d’avere guizzi di fanciullesca e innocente libertà, passaggi di corse da monella imprudente, poi righe di matura disciplina e periodi di antica compostezza.
Qualche anno fa seminai un girasole. Mia madre, vedendolo svettare alto, decise di steccarlo con una canna sottile. “Così il vento non lo spezza” mi disse. Tutta la vita steccata nel vento sono stata. Poi mia madre è morta, allora ho scritto Una luce abbondante. Niente stecche, solo altezze e curve, senza il pensiero dei suoi occhi ordinati che, dopo aver letto qualcosa di folle, mi fissavano. “Questo non lo capisco” sussurrava sconfortata. “Sicuro non ci arrivo” mi diceva. E io un poco voglio che lei ci arrivi e un poco no, quindi alterno libri per mamma e libri per me. Il cielo comincia dal basso è per lei, anche se le ho dedicato quello venuto dopo. Non ho potuto regalarle altro in vita mia.
Ora sai perché tante volte ti ho chiesto se i miei libri si capissero: mamma non risponde più, ma sono certa che legga.
E tu? Per chi scrivi tu? Talvolta mi pare che tutta la tua vita sia lavoro: sulla carta, sul tuo corpo, con i ragazzi a scuola, alla scrivania. Mi sembra bello quando parli di calcio. E quando racconti dei calzini spaiati dei tuoi figli, che pure giocano e si allenano. Mi piace anche la voce del tuo cane che ti rampogna se lo trascuri. Poi ho apprezzato il modo in cui mi hai raccontato della tua schiena ferita, di quello che ti insegnava ogni giorno. Ricordo che mi parlasti della felicità di legarti i lacci da solo, tacendo ogni dolore. Al mio paese ci raccontiamo fra vicini anche i malanni più segreti. Credo sia un’impudicizia che un poco consola, un cantare in marcia, una fraternità carnale e dolente che non disdegno. Tutti capiscono dal mio volto quando ho il mal di testa, e io riconosco gli acciacchi altrui da un fiato stanco, da un passo pesante, dagli occhi bassi.
Non ti ho fatto domande, fino a ora, perché sei talmente riservato che mi pareva di sconfinare. Anche il tuo avere tanti nomi mi confonde un poco, quasi dovessi decidere a quale citofono suonare, per farmi aprire il portone. Marco Merlin mi pare un fanciullo gentile e un poco timido. Andrea Temporelli uno che, se ci si mette, è capace di sguainare parole taglienti, senza paura e per giustizia. Ancor più ho apprezzato la generosità con cui mi esponevii le cose che sapevi, quando ti interrogavo. Insegnare è opera di carità, ma pochi se ne ricordano.
Per me tu sei poeta, ma con la disciplina di un lavoratore a giornata. Una cosa che apprezzo, anche quando va contro la mia natura e la corregge. Non credo nel genio sregolato. Di Mozart e Dostoevskij se ne affacciano rari nei secoli. Agli altri tocca la seria fatica d’ogni giorno. “Lavorare senza curarsi di nessuno e diventare forti” scriveva Cézanne. E mi pare di vedertelo fare, senza grancasse ad annunciarlo.
Non sono avvezza a questo tipo di scrittura, quindi mi muovo scivolando con un raschio d’unghiette su un pavimento di marmo liscissimo, come un cane in chiesa. Ma saprai capirmi lo stesso, ne sono sicura. A dire il vero ho anche sperato che fossi tu a condurre il dialogo, quasi fosse una danza.

Ehi, caspita, che contropiede improvviso! Non sono più abituato, ho i riflessi rallentati e ti ho persa, in zone che ho lasciato scoperte. Accidenti alla schiena e ai miei acciacchi. A questo punto mi verrebbe da vendicarmi e trascrivere i vocali in cui mi spieghi l’arte di ballare senza saper ballare. Ma come rendere, sulla carta, la tua risata contagiosa?
Io scrivo per mio fratello, per questo posso permettermi il lusso di non avere paura e di non preoccuparmi di essere letto e capito. Ma come restituire il sapore dell’alidiqua agli angeli?
Hai presente il film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino? Ecco, direi che il problema è un po’ lo stesso, soltanto impostato dal punto di vista degli umani, non degli angeli.
Comunque, per non finire a pestarci i piedi, ballerini maldestri entrambi, chiudi tu questa chiacchierata. Ti cedo la pista per l’ultima piroetta. Vediamo se sei all’altezza dei tuoi avi ballerini…
Temporelli, a questo mondo le piroette solitarie valgono a teatro. Nell’altro saranno invece una pena da scontare: girare su sé stessi senza posa.
È vero, non so danzare, ma ho imparato a farmi morbida, se incontro una mano dolce che vuole aiutarmi a seguire la musica con più occhi e più gambe e più braccia e più dita di quelle che ho. Ed è bello scovare odore di festa timida, quando i corpi si avvicinano con pudore. Una volta dissi a qualcuno che gli uomini che mi sono più cari usano dopobarba da poco, o profumano semplicemente di pulito. Per questo nostro ballo fermo, ti penserò fra gli uomini gentili che sanno di sapone e si curano degli angeli.

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Paola Castagna

Marco Merlin




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