Narrativa d’oggidì: Flavio Santi

Tocca a Flavio Santi portarci all’interno della propria officina. Dopo Omero, sostiene, nessuno può pretendere di esorbitare rispetto alla propria realtà contemporanea.

Perché scrivi?

Perché andare in analisi costa troppo. Continua a leggere

Marco Missiroli

Narrativa d’oggidì: Marco Missiroli

Missiroli ci parla della pazienza di una lunga disciplina, dove non c’è pretesa di troppa consapevolezza, ma si confida nella luce dell’onestà anziché in quella della furbizia

Perché scrivi?

Scrivo ma non so il perché. Forse per liberarmi di qualcosa, forse perché amo le storie, forse per narcisismo, o perché mi piacciono le persone che leggono. Forse, semplicemente, perché il foglio bianco è sempre un orecchio pronto ad ascoltare. Continua a leggere

Marco Candida

Narrativa d’oggidì: Marco Candida

Con quale candore Marco Candida confessa che la scrittura è una forma di preghiera, perché l’autore è una spugna di silenzio che s’imbeve del mondo…

Perché scrivi?

Qualche giorno fa sono stato a una seduta di yoga. Era una cosa che volevo fare da parecchio e qui a Grand Forks North Dakota dove attualmente vivo mi si è presentata finalmente l’opportunità. Credo si trattasse di meditazione e non proprio yoga, c’era comunque da sedersi e stare per lo più in silenzio, respirare, ascoltare se stessi, ascoltare il proprio respiro, concentrarsi, quelle cose lì. Ho scoperto di non essere tagliato a farlo. Semplicemente non lo sopportavo. Non ce la facevo. Voglio dire, il silenzio e tutto il resto. Continua a leggere

Ade Zeno

Narrativa d’oggidì: Ade Zeno

Ade Zeno ci ricorda l’arte dell’eccesso, il coraggio di imporre la propria fantasia, il fastidio e il dolore che costellano la via per raggiungere una paradossale leggerezza

Perché scrivi?

Fondamentalmente per due motivi. Il primo è imputabile al mio essere dispettoso. L’idea di imporre la mia scrittura, le mie storie, i miei immaginari a una (per altro assai esigua) massa di perfetti sconosciuti mi colma di piacere perverso. Chi mi frequenta sa quanto io goda subdolamente nel procurare fastidio al mio prossimo. Niente di irreparabile, comunque. Sono un tipo abbastanza educato, alla fine provo sempre a farmi perdonare. Il secondo motivo, molto meno importante del primo, riguarda invece la necessità di provare a me stesso che sono ancora vivo. Condivido spesso l’illusione che ai morti non sia concesso scrivere. Continua a leggere

Laura Pugno

Narrativa d’oggidì: Laura Pugno

Mentre crollano i tabù, Laura Pugno scrive, con la poesia nel sangue e la voglia di sperimentare, aprendo nuove strade con il machete della fantasia

Perché scrivi?

Più che il perché, credo che conti il come. Posso dire che è una cattiva abitudine che ho fin da piccola. Continua a leggere

Narrativa d’oggidì: Nicola Lagioia

Dalla casa editrice di tendenza Minimum Fax all’istituzione del Salone del libro; da Roma a Torino: parla Nicola Lagioia, un primo della classe che si mette in gioco per diventare un fuoriclasse

Perché scrivi?

Lo scrittore per me è qualcosa a metà tra l’esorcista e lo scienziato: ci si confronta con un demone a cui apparteniamo per privilegio di nascita o perlomeno d’infanzia, e nello stesso tempo si tenta di scoprire qualcosa a proposito del caos del mondo esterno. La relatività ristretta non esisteva prima di Einstein e la stessa cosa si può dire del bovarismo prima di Flaubert. Non è vero. Sia la relatività ristretta che il bovarismo già esistevano, indipendentemente da Einstein e Flaubert. Solo, non erano ancora stati trovati. Continua a leggere

Narrativa d’oggidì: Alessandro D’Avenia

Laconico, profondo, puntuto, autoironico. Alessandro D’Avenia mira alla semplicità che è conquista, distillato di vita e di letteratura – e prova a darci una lezione partecipando al nostro “carotaggio grullo e geniale”

Perché scrivi?

Per parlare con Dio. Continua a leggere

Carotaggio grullo e geniale per tastare la narrativa d’oggidì

Qualche anno fa mi sono dilettato con un questionario sottoposto a diversi narratori, a partire dalle “giovani promesse”. Nei prossimi giorni vi riproporrò le risposte ricevute, ma se volete riattivare il giochino “serissimo” potete annotare fra i commenti (o sulla pagina facebook) le vostre risposte.

Ecco il cappello introduttivo e le domande: Continua a leggere

Jaccottet

Arie di Jaccottet (secondo Andrea Ponso)

Philippe Jaccottet, Arie, Marcos y Marcos 2000

di Andrea Ponso

Con questo libro di Jaccottet, apparso negli Anni Sessanta in Francia e tradotto per la prima volta in Italia, ci troviamo di fronte ad un testo esilissimo, destinato a sciogliersi nell’aria, cenere che accetti di bruciare del suo stesso fuoco. Non verrebbe da pensare, per una raccolta come questa, a qualcosa che assomigli a una violenza e, in effetti, non si può parlare propriamente di violenza, ma di una certa forza, anche brutale, sotterranea, forse non si può fare a meno di discutere per poter almeno intravedere il percorso che porta all’altezza di tale sguardo. E, visto da una prospettiva egotica, tale percorso nasconde per l’appunto una violenza, quella dell’abbandono, del distacco, del farsi vuoto, dell’effacement, come direbbe lo stesso Jaccottet. In questo incontrarsi di leggerezza e forza, che ricorda tanto pensiero nietzschiano e tante discipline orientali credo sia da trovare il messaggio più vero e più importante di questo piccolo libro grandioso. Continua a leggere

Attila József

Le poesie di József (lettura di Casagrande)

È incontestabile in poesia, come in letteratura o nella vita, che un autore aderisca intimamente ai propri luoghi, che ne porti nel sangue l’impronta archetipica al pari del patrimonio genetico ereditato con il latte materno. Tale l’impatto che il lettore ricava dall’approccio ai testi di questa antologia [si cita da Poesie. 1922-1937, Milano, Mondadori, 2002] curata da Edith Bruck: dall’inizio alla fine, infatti, Jozsef viene precisando un’immagine di sé (e degli altri) che si direbbe non possa prescindere dai grandi spazi della puszta ungherese (per quanto quest’ultima non venga mai espressamente nominata), dai cieli dell’Ungheria – sempre attraversati, però, da una venatura «metallica» o annuncianti un «azzurro ferreo» (Notte d’Inverno, p. 105) – dalle stelle che ne rischiarano le notti o dal corso placido e insieme imponente del Danubio (come non ricordare, a questo proposito, il libro omonimo di Magris?), fiume «torbido, saggio, grande» del quale «ciarla la superficie e tace il profondo. / Come se il Danubio fluisse dal mio cuore» (Presso il Danubio, p. 151 ). Continua a leggere