Emanuele Trevi

Narrativa d’oggidì: Emanuele Trevi

Le risposte laconiche di Emanuele Trevi rivelano uno spirito acuminato, teso ad arrivare fino in fondo alle richieste che la parola scritta impone

Perché scrivi?

È un’abitudine contratta in tenera età (a partire dai quattordici anni). Scrivere crea un’energia positiva, è uno spazio di solitudine e concentrazione molto gratificanti. Continua a leggere

Dal sito di Anna Lavatelli

Narrativa d’oggidì: Anna Lavatelli

Scrivere per i bambini, come fa Anna Lavatelli, è più complesso, credo, che scrivere per gli adulti. Ma forse scriviamo sempre per un pubblico più specifico di quel che crediamo, forse persino per qualcuno che non riusciamo a identificare del tutto…

Perché scrivi?

È ciò che so fare meglio. Nella scrittura unisco il piacere, cioè la passione per la letteratura, al mestiere, ovvero la fatica che accompagna anche questa attività umana. Mi garbano entrambe le cose. E perseguo ostinatamente quell’equilibrio perfetto che si genera a volte tra passione e fatica, e che può concedermi — quando lo raggiungo — un benessere simile alla felicità. Una scrittura felice è una sorta di quadratura del cerchio, è la strada che all’improvviso trovo per dare l’assetto migliore ad una storia e riuscire a tirarne fuori (o metterci dentro) maggiore sostanza. Gettarmi ogni volta in questa sfida mi motiva, mi appassiona. Non mi sembra mai di perdere tempo, quando scrivo: tutto acquista un senso, anche i dubbi, le ansie e i fallimenti. Continua a leggere

Alessandro Zaccuri

Narrativa d’oggidì: Alessandro Zaccuri

Attenzione: quando Alessandro Zaccuri parla di elogio dell’esistente, non parla affatto in nome di un atteggiamento rassegnato. Si scrive per fare chiarezza…

Perché scrivi?

Perché è quello che ho sempre voluto fare e che, in un certo senso, ho sempre fatto. Da bambino volevo già diventare scrittore, poi crescendo mi è venuto il dubbio di non essere capace. Allora mi sono rivolto alla critica, addirittura alla filologia (ho una laurea in letteratura latina medievale, che è un campo eccellente per misurarsi con manoscritti, varianti e cultura materiale della parola). E così arriviamo alla fine degli anni Ottanta, quando, dopo quasi un decennio di collaborazioni a riviste e rivistine, divento giornalista, ossia uno che scrive per mestiere. Ottima scuola, la redazione di un quotidiano, almeno per me. Si impara a scrivere in un tempo dato e in una misura predefinita, ci si può mettere alla prova ogni giorno, portare a termine piccoli esercizi di stile senza che nessuno se ne accorga. Nel frattempo continuavo a prendere appunti, ad abbozzare progetti. Attorno al 2000, quando mi sono deciso a fare il salto, mi sono accorto che potevo tornare in contatto con il tipo di scrittura che avevo sperimentato da ragazzo, nel periodo in cui mi applicavo principalmente alla poesia. Ho ritrovato un rapporto con le parole che porta alla chiarezza. Non a “dare un senso” a ciò che accade, perché il senso preesiste alla scrittura, che deve semmai imparare a riconoscerlo, amarlo e accettarlo. Il motivo vero della scrittura, per quanto mi riguarda, lo ha definito una volta per tutte Auden: il compito della poesia, diceva, consiste nel «lodare tutto ciò che può, per il fatto che esiste e che accade». Continua a leggere

Il puro folle (1930), di Adolfo Wildt

Chiedere ragione del dolore

Si narra che Parsifal, iniziato alla maturità dal principe Gurnemanz, apprese l’arte di essere ricco e povero nello stesso tempo, generoso nella vittoria e dignitoso nella sconfitta.

Scoprì la ragionevolezza delle cose e l’onore dell’uomo, che si manifesta nel ritegno, nel silenzio, nel porre poche domande, prestando attenzione, piuttosto, a rispondere in modo preciso. Continua a leggere

Sporcare la letteratura

Narrativa d’oggidì: Angelo Petrella

“Sporcare” la letteratura è la cosa migliore che si possa fare: è il comandamento di Angelo Petrella

Perché scrivi?

Perché è quello che ho sempre voluto fare. Mi rendo conto che non è una risposta, o, al limite, lo è solo per rimandare ad altra e più puntigliosa domanda quale “Cosa è che ti spinge a scrivere?”. Ma come si fa a rispondere a un quesito del genere? È come chiedere a un calciatore perché gioca a calcio, o a un politico perché fa politica: certo, quest’ultimo risponderebbe “Per aiutare il prossimo”, ma la menzogna sarebbe chiara sin dalla prima sillaba. A un personaggio di un racconto di Bukowski pongono la stessa domanda e lui risponde: “E a voi cosa è che vi spinge ad andare al cesso?”. Continua a leggere

Una sedia

Narrativa d’oggidì: Giuseppe Rizzo

Giuseppe Rizzo ci ricorda che per scrivere un capolavoro occorre… una sedia (con buona pace di Hemingway, che scriveva in piedi)

Perché scrivi?

Diceva Arbasino, «il primo che risponde a questa domanda è un coglione». Continua a leggere

Gianluca Morozzi

Narrativa d’oggidì: Gianluca Morozzi

Asimov, King, Hornby, Bukowski… Gianluca Morozzi dichiara subito gli autori prediletti, che lo hanno spinto alla scrittura

Perché scrivi?

Bella domanda. Perché a dodici anni ho letto l’autobiografia di Isaac Asimov e ho pensato “lo voglio fare anch’io, questo mestiere!” Perché due anni dopo ho letto La lunga marcia di Stephen King e ho pensato “Lo voglio scrivere anch’io, un libro così!”. Perché a ventisette anni ho letto Alta fedeltà di Nick Hornby e ho pensato “Questo forse lo saprei scrivere anch’io!”. Oppure perché, come diceva Bukowski, è il miglior modo di passare la notte che sia mai stato inventato. O perché se avessi fatto un lavoro un po’ più tradizionale, con la sveglia alle sette del mattino, l’avrei fatta finita col cianuro. Magari, semplicemente, perché è l’unica cosa che so fare. E a qualcuno, a quanto pare, piace. Continua a leggere

Paolo Piccirillo

Narrativa d’oggidì: Paolo Piccirillo

Paolo Piccirillo ci suggerisce una modalità forse diversa per la scrittura: uscire, perdersi, incontrare persone, allontanarsi da sé…

La foto di copertina è tratta da qui (dove potete leggere un’altra intervista all’autore)

Perché scrivi?

Non ricordo quale grande scrittore disse che scrivere è come stare su una barca, allontanarsi sempre di più dalla costa, e quando poi all’improvviso ti volti, ti rendi conto che non è più possibile tornare indietro. Ecco, io scrivo perché pure se mi allontano dalla costa, non ho mai paura di perdermi. Continua a leggere

Narrativa d’oggidì: Andrea Di Consoli

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Per Andrea Di Consoli (di cui apprezzai in particolare Il padre degli animali) scrivere significa scavare nel sottosuolo psichico, culturale e corporale

Perché scrivi?

Certe volte imbratto tele, ma mi accorgo che non trovo una strada, una forma, e quindi lascio perdere. Mi piacerebbe “torturare” attori come regista teatrale, ma non è mai capitata l’occasione. Anche stare dietro a una cinepresa mi piacerebbe, ma non sopporterei le distrazioni della produzione, i cinismi dei cinematografari. Perciò scrivo furiosamente. E la cosa che mi piace di questo mio scrivere è la sensazione di scavare nel mio sottosuolo psichico e culturale e corporale. Ecco, ti rispondo così: scrivo perché fondamentalmente ho la struttura psichica e fisica per combattere in guerra, o per vivere in epoche buie e difficili. Invece vivo in un’epoca di pace, e questa stasi forzata crea un accumulo insostenibile di memorie inconsce e di energie inespresse che poi diventano scrittura. Tutto qui. Continua a leggere

Antonella Cilento

Narrativa d’oggidì: Antonella Cilento

L’opera mira all’assolutezza, ma occorre essere disposti a tentare e tentare, ci insegna Antonella Cilento, perché la semplicità è conquista faticosa

Perché scrivi?

Perché da bambina non potevo parlare. Perché sono invasa da sensazioni e parole. Perché davvero non so fare altro (anche se faccio molte altre cose, fra cui insegnare a scrivere e organizzare eventi letterari, tutto a patto che la scrittura c’entri in qualche modo). Perché sono innamorata della bellezza. Perché ho le tasche piene di storie. Per respirare. Perché quando scrivo sono migliore. Perché sono innamorata della vita. Perché volevo diventare una pittrice, ma scrivo meglio di come disegno. Perché ho contratto la malattia della caverna magica da piccolissima e non so starne lontana: ogni libro, ogni frase, ogni più piccola sensazione s’ingigantisce e mi fa sognare. Perché ho trascorso la maggior parte del mio tempo senziente a leggere. Perché è la fatica più grande, meno riconosciuta e più indispensabile (a me). Perché sono azzurra, perché esisto inventando. Continua a leggere