AI DONT SI MI, fotografia digitale di Davide Maria Palusa, 80x150 cm

Uscire dall’indistinto

(L’opera scelta come copertina è di Davide Maria Palusa.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

non è che una figura della tua lingua depressione
che giace riversa sui lati della fronte placata da
molti sorsi con discrezione mainutriti che
spariscono a riveder le stelle dal fondo dei barili in
sostanza alla loro forma definitiva scende lieve in
posizione sulle curve prosperose appaiono
irriconoscibili insieme alle virtù le pareti immobili
nell’attesa immobile di quello che accade
i deboli a questo punto scivolano sui margini friabili
tu scendi e riscendi anche tu ti segui i tuoi scatti le
oscillazioni sui lati mentre ascolti ti senti rispettata
scivoli sulle immagini e un’immagine ritorna
smisurata e sciolta ma è lecito affondare quasi nulla
fosse l’energia fatta carne fosse nulla l’espressione

Michele Zaffarano

Leggo sul numero 68 della rivista “Il Segnale” che Michele Zaffarano, di cui ho riportato una poesia, è nato a Milano nel 1970 ed è laureato in Lingue straniere. I suoi versi ribadiscono l’importanza di elaborare uno stile spiccato, maturo e riconoscibile, perché qualcosa di quello che si lascia venga recepito, nel brusio incessante di sottofondo che annega ogni messaggio nell’indistinto. Le righe in cui si adagia la scrittura (anche in prosa) sono fili in cui passa corrente: l’autore ha da scegliere come annodarli, come spiegarli sulla pagina, quali dosaggi di energia lasciar scorrere, decidere i punti in cui creare addensamenti, magari predisporre “cortocircuiti”, come si usa dire. Oppure far scorrere tutto con continuità più o meno intelligibile.

Maturare uno stile significa essere responsabili delle proprie scelte, anche se puoi si diventa abbastanza disinvolti da risultare spontanei. Sono ovvietà, queste, eppure il problema si concentra sempre qui, tra i poli dell’autenticità o originalità che dir si voglia e l’abilità tecnica e la padronanza dell’artificio dall’altra. Zaffarano adotta una struttura di quattordici versi che “osa” ancora chiamare sonetto, mentre non ci sono divisioni strofiche, mancano le rime, si perdono le misure, ma non ci sono nemmeno i segni di interpunzione e la voce del poeta sembra semplicemente condensare, anzi propriamente confondere le immagini e i pensieri (ma quasi anche le parole: “mainutriti”) in una catena ipnotica che, partendo da una pseudo struttura fissa, conduce all’indistinto, travolgendo anche citazioni, ripetizioni, grumi fonici e resistenze sintattiche. Che impatto avrà una simile postura testuale sul nostro contesto storico-letterario? Prevarrà il senso di un’efficace verso lungo animato da una “felice ispirazione” (come si suol dire, anche quando l’ispirazione è dolorosa e faticosa) oppure il senso di artificio comprometterà il passaggio d’energia e il lettore lascerà cadere il filo?

E qual è l’interlocutore che il poeta immagina possa resistere, dall’altra parte? Anche la più banale scelta stilistica è una visione del destino.

(da Mosse per la guerra dei talenti, 2007)

 

 

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