Gianni D'Elia

Aprile dei ricordi e dei rimorsi: Gianni D’Elia

Pesaro, 9 aprile 1997

 

                                                      Ora posso dire
che questa è la nostra vera colpa. La mia non è

una generazione che non ha sognato: ha sognato
male, senza saperlo, senza la coscienza e la cultura
e la poesia che sono necessari al sogno
G. D’Elia

L’esile filo azzurro che tento di seguire dal treno che mi porta a Pesaro, mi pare talvolta essere un’intuizione. È là fuori, semplice e terribile, per chiunque lo guardi o pensi, ma con una bellezza diversa per ognuno, custode della solitudine di tutti.

Il ricordo dei versi di D’Elia, che rileggevo, si mischia alle sensazioni dettate dal viaggio e dalla situazione, e da alcuni ricordi personali, violenti. L’impasto della mia vita con questo nuovo paesaggio e con la poesia è dolceamaro, perciò mi appendo, fin che posso, a quel filo azzurro che corre, alla sua assoluta presenza.

La realtà non si dice, si vive oltre le parole che ci portano a incontrarla. La si respira, talvolta dolorosa e trasparente come l’aria invernale, che punge i polmoni appena si tenta uno scatto, talvolta densa e calda, come in estate. L’impatto con il mondo è soltanto predisposto dalle parole, che poi ci lasciano soli e disarmati di fronte a esso.

Pensando queste cose, quasi non mi accorgo delle colline che giungono a spezzare il filo azzurro. Sono quasi arrivato:

Da qui, Pesaro, piallata tra due colli
– il San Bartolo, l’Ardizio delle scarpinate –
lava di nascosto i peccati suoi nel Foglia
che in una sola bava appesta il mare
tra casotti, scogli e reti di bilance,
mentre le anguille fuggono nel fango
e ci lega a questo tempo l’orizzonte,
cupo, dal cantiere navale quel rimbombo
che avvampa e salda nella fiamma,
ossidrica fretta, la mia,
di vivere di scrivere.

Anche quando arrivo alla stazione, penso al mare. Scendendo dal treno, mi sforzo di sentirne l’odore e m’illudo di esserci riuscito: respiro un ricordo, forse. A Milano ho conosciuto amici disorientati nello svoltare l’angolo e non trovare quel varco azzurro verso l’orizzonte, come si sentissero circondati, senza via di fuga, senza un punto cui volgere sicuri le spalle.

«Ecco, proseguendo questa strada si arriva alla spiaggia. Magari dopo riusciamo ad andarci. Non fosse per questo vento, l’intervista avremmo potuto farla all’aperto». Così entro in un bar che D’Elia frequenta abitualmente, per un pasto frugale in piacevole compagnia. Il nostro tavolo, sul piano rialzato, si affaccia sulla via che di lì a poco prenderemo per giungere a casa sua ed entrare nello studio in mansarda, immersi nei libri.

Gianni D’Elia è stato il direttore di un’importante rivista letteraria, «Lengua», uscita fino al 1994. «Il primo numero apparve nel febbraio ‘82, ma era stato pensato nei due anni precedenti. Nel dicembre ‘80, infatti, ricordo di aver scritto una lettera ad alcuni amici per coinvolgerli. Si trattava di Franco Scataglini, Massimo Raffaeli, Francesco Scarabicchi, con cui si faceva una trasmissione radiofonica, Residenza, alla Rai regionale delle Marche. Ma nicchiarono un po’, per cui la rivista la feci da solo, spostando il progetto da Ancona a Pesaro. Ne parlai con Katia Migliori, che aveva studiato “Officina”, curandone gli indici ragionati, e che aveva conosciuto Scalia, persona che avevo incontrato anch’io nel ‘77, con Roversi. L’idea era di chiedere a questi “vecchi” di “Officina” di darci un contributo – né storicistico né “di cresima” –, su quello che loro pensavano del presente della letteratura rispetto all’esperienza della loro rivista».

La necessità, mi spiega, era di accompagnare il “fare” in poesia con una riflessione “sul” fare, legata a una tradizione «del cuore»; la tradizione, cioè, di quelle cose che aveva sentito più sue, orientate verso una letteratura che uscisse dai ricatti formalistici (o antiformalistici, che rovesciavano il problema senza risolverlo) del decennio, o forse del ventennio, che li aveva preceduti («quello dello “smontaggio”, della Neoavanguardia»). «In “Officina” scorgevo quel realismo critico, se vogliamo definirlo così – cioè ideologico, di pensiero, come dice Pasolini – che mi sembra l’unico possibile. Nell’ultimo numero di “Officina”, Pasolini afferma che il problema non è più quello di avere una tendenza, perché una tendenza si ha con un’idea chiara della realtà; il problema è invece quello di una ricerca. Una ricerca con la confessione (a differenza dell’Avanguardia e degli orientamenti precedenti) di essere scoperti rispetto alla storia in atto, e di non avere non soltanto gli strumenti conoscitivi, ma anche il sentimento adatto a essa, e quindi di dover approfondire il problema della “comunicazione letteraria” nel vissuto, non solo nel pensato».

La redazione iniziale, oltre a D’Elia, era composta da Katia Migliori e Stefano Arduini (docente di Linguistica a Urbino). Nel numero zero si ospitarono un intervento di Romanò – conosciuto a Bologna in un convegno, su Pasolini, nell’80 –, i contributi di Scalia e Roversi, poesie di Magrelli, di Sacerdoti, un inedito di Mandel’stam nella versione del padre di D’Elia, una pagina sulla critica di Raffaeli, un intervento dello stesso D’Elia intitolato L’amore della lingua («una sorta di assemblaggio di una lunga lettera che avevo scritto a Fortini, di alcune riflessioni tra marxismo e Heidegger, dello spostamento terminologico-concettuale di quella fase…») e uno di Katia Migliori, Penna così com’è nel Novecento, dove «quel “così com’è” era molto importante e valeva “al di là di ogni interpretazione critica”, in virtù dell’idea di un messaggio chiaro presente nella poesia».

L’idea del titolo, prosegue, era sua, e alludeva non certo a una sostituzione del codice dialettale a quello della lingua, ma anzi a un’integrazione del Novecento della grande tradizione dialettale nell’ambito della poesia italiana, e non solo.

Il suo avvicinamento alla poesia avvenne nel ’76-77, nel periodo della fine della contestazione dei movimenti attivi, coincidendo con la scopertura rispetto all’ideologia acquisita, che pure era servita a scoprire il mondo e a leggerlo («io penso ancora che non si possa vivere senza ideologia, senza una visione del mondo»), e con la conseguente necessità di fare un bilancio personale, politico, letterario.

La poesia si palesa dunque come testimonianza umana e storica, al di là di ogni irrazionalismo che concepisca l’atto estetico come richiuso su sé stesso e autosufficiente e contro ogni teorica autonomia del significante.

«Anche oggi», insiste nella chiarificazione di un concetto che avverte fondamentale, «si cercano i maestri in Luzi, Fortini, Sereni, e non nell’Avanguardia. Per noi era ancora più difficile, perché eravamo a stretto contatto con quel movimento. La nostra non era una posizione rétro, ma uno scavalcamento, che denunciava il limite di una contestazione linguistica del mondo, fallimentare soprattutto quando si identificava con quella politica. Ci sembrava necessario ritornare al rapporto molto stretto tra il vissuto e il pensiero, senza tentare di bruciarlo e risolverlo nel gesto linguistico, soltanto nel gesto linguistico».

Le sue parole mi inducono a riflettere sul rapporto che intercorre tra poesia e ideologia. Mi chiedo se quella “scopertura” rispetto alla storia di cui mi parlava non diventi un’ideologia di passione, la “nostalgia” per una visione della realtà, la quale non si pone più alle spalle, ma davanti all’uomo: una consapevole utopia.

«Un’ideologia certo non soltanto ricevuta», m’incalza, «ma con la coscienza che non si può passare sopra i due sistemi più grandi del nostro tempo, il marxismo e la psicoanalisi. Un’ideologia tesa al futuro, ma soprattutto al presente, al rapporto che nasce con le cose e che si esprime nella poesia».

«La poesia, dunque, è alla genesi dell’ideologia…»

«Secondo me sì. Oggi, comunque – e vorrei che ciò che sto per dire lo evidenziassi –, mettersi a parlare di queste cose comporta molte responsabilità. Secondo me la prima dichiarazione dovrebbe essere quella relativa alla necessità… di rischiare, col pensiero. È proprio questo rischio che permette di rimanere ancorati al vissuto e al rapporto con le cose, con le creature, con le persone. Ecco, questo rischio è la garanzia se non altro della testimonianza».

«Della volontà di pagare di persona le proprie parole», gli dico, interpretando un suo indugio.

«Sì: avere al fuoco del momento e della memoria l’assillo continuo di un bilancio. Anche perché oggi mi sembra, e ciò traspare pure nelle vostre pagine, si avverta l’urgenza, che può portare a fastidiosi eccessi, di rivalutare le cose per liberarsene, senza perderne il significato più autentico. Ciò dipenderà anche dal fatto che siamo alla fine del Novecento, che la conclusione del decennio coincide addirittura con la fine del millennio: con la svolta d’epoca, come si dice. Mettere le mani un po’ avanti, in questi casi, non è per garantirsi chissà che cosa, è solo un gesto di umiltà che riconosce che noi, in fondo, non sappiamo niente o sappiamo pochissimo. Anche a livello letterario, l’unica certezza che abbiamo è l’opera (questo cercavo di dire nella lettera che mi avete pubblicato sul numero scorso), laddove porti il segno della vicinanza tra la parola e il vissuto, tra la parola e la memoria, divenendo testimonianza».

Il timbro della voce di D’Elia è cristallino e la passione che scorre entro quell’apparente fragilità acquista nitidezza. Come in alcune sue poesie – mi viene da pensare –, che riescono a imbrigliare l’energia irruente dei suoi primi scritti in una musicalità fatta anche di dissonanze e nervosi scatti stilistici, certo, ma fondamentalmente sommessa, frusciante. E penso al costante respiro del mare che abbraccia e dissolve, come una promessa d’eternità, il contrasto fra la dolcezza dei rilievi che circondano Pesaro e il morso feroce dell’asfalto che le si pone in grembo; ripenso alla prima volta che sentii D’Elia leggere un suo testo e rimasi stordito dalla leggerezza con cui s’incarnavano parole così terribili, squarci danteschi e tensioni linguistiche e ideologiche che invece si lasciavano lambire e acquietare dalla musica della poesia, dall’onda dei versi.

Il senso della testimonianza che deve compiersi soprattutto nella poesia è, mi dice, il motivo essenziale del nuovo libro che sta scrivendo dal ’92, un poema a diario, una sorta di riflessione in cui la sfida consiste nel riuscire a dire, in poesia, anche tutto ciò che di solito viene demandato alla prosa o alla critica: «io credo che i poeti dovrebbero riassumersi l’impegno di questa riflessione, riprendere su di sé questa materia “impoetica”, ripartendo dalle occasioni, dalla propria biografia addirittura, se davvero pensare è un cortocircuito continuo con il vissuto, con le aspettative e le delusioni, e non un discettare che non comporta alcun rischio».

Uno dei punti chiave di questa riflessione resta, per D’Elia, quell’atto iniziale di umiltà che consiste nel prendere coscienza, autenticamente e non retoricamente, della propria ignoranza delle cose. Così, per esempio, alcuni versi inediti dicono: «lo sai, quando parliamo con le cose, / noi non sappiamo il vero, ma nel vero, / ad uno ad uno, almeno nell’andare confidiamo».

È attraverso la dizione poetica che si giunge, nel rapporto con le cose, alla scoperta. Per D’Elia i nessi retorici, le caratteristiche che differenziano la poesia da ogni altra forma di espressione, sono addirittura nessi filosofici. Per spiegarsi, si sofferma soprattutto sull’“andare a capo” della poesia, sulla possibilità che «il ritorno metrico mi sorprenda poiché mentre il significato sintattico dei versi mi dice qualcosa, l’isolamento del verso me ne dice un’altra, o in contrasto o aggiuntiva. La poesia credo che sia questo, cioè un pensiero che neppure la filosofia possiede. Io faccio spesso un esempio da Pasolini “Che non c’è mai / disperazione senza un po’ di speranza”, dove nella sequenza sintattica ci viene detto che c’è un po’ di speranza, il verso da solo dice “disperazione senza un po’ di speranza”. Come dobbiamo leggerla questa poesia? In tutte e due i modi. Non è un caso che la filosofia in questo secolo abbia guardato alla poesia per trovare il fondamento che sentiva mancare in sé stessa. Pensa a Wittgenstein: di ciò che non si sa si deve tacere. Heidegger invece cerca fondamento su Hölderlin, su Trakl, dicendo molte cose che per anni ci avevano affascinato e che ora sentiamo un po’ più distanti, ma dove troviamo osservazioni ancora valide; come quando afferma, credo in Sentieri interrotti, che il sentire e il pensare sono due rette parallele che non si incontrano mai, e soprattutto non si toccano per volontà del soggetto. In quel passo dice che ciò che le fa incontrare è il ritmo, cioè la cesura: ecco, io credo che Heidegger in quel luogo avesse capito. Quando afferma che la figura chiave del verso è la cesura (a metà verso o a fine verso, e quindi l’enjambement, la recursività) lì comprende e chiarisce che la lingua della poesia è capace di dire tutta la nostra incertezza, non nel senso di ambiguità ma nel senso di ricchezza e di apertura del senso (infatti la poesia non ci dà il senso, che ci viene dalla religione, dalla scienza, dalla filosofia; la poesia dona l’apertura del senso). Questa apertura è proprio la cesura, l’indecidibilità. Per me Pasolini è un grande poeta anche per questo, perché pensa nella contraddizione e la incarna. Poi sembra che quando uno legge Pasolini segua i significati ideologici; in realtà, lui contemporaneamente porta i significati ideologici e i suoni, ti stordisce con le terzine…»

L’entusiasmo delle parole di D’Elia è incontenibile: mi dice tutte queste cose d’un fiato, accorda con semplicità e stupore il contenuto ideologico con la forma, parla addirittura di «incarnazione metrica». E da Pasolini passa a Leopardi, la cui poesia, dice, «sembra aperta in due, piena di punti e virgole: io la vedo come una persiana». E potrebbe anche proseguire parlando di altri poeti, cercando di spiegare l’“incarnazione formale” di ciascuno. Eppure, la differenza tra prosa e poesia per lui resta minima: la poesia, anzi, può diventare prosa all’improvviso, unicamente distinta da essa dalla recursività del verso.

Nel ritmo della poesia si manifesta l’accordo fra il sentire e il pensare intrinseco a una lingua. Da qui deriva l’importanza della poesia nella cultura; essa risulta addirittura superiore alla filosofia: «questo penso che sia il nostro futuro: rileggere i poeti. Io credo che la più grande filosofia del nostro secolo stia nella poesia. In Sereni, Un posto di vacanza, quanta filosofia c’è? E in Pasolini? Filosofia, ovviamente, nel senso di pensare e sentire insieme».

Sulla scia delle sue affermazioni, mi interrogo sull’incarnazione metrica che si compie nella sua opera. L’elemento che sembra contraddistinguerla, almeno nell’ultima fase, è la quartina. Gli domando se la strofa sia una scelta a priori, un limite che si dà per lavorare, oppure una misura che emerge dallo stesso confronto con la materia poetica, il passo intrinseco di quelle cose che sente di dover dire o, meglio, del suo rapporto con quelle cose.

La quartina, mi dice, è sia una scelta sia una scoperta. «All’inizio è stata chiaramente una prova, poi l’ho ritrovata come una forma non vincolante, estremamente duttile, pronta a espansioni, come una camicia entro cui poter far entrare corpi diversi. Fortini aveva osservato che erano create tutte per dislivelli e dissonanze (e ci aveva preso in pieno), sull’esempio dei russi, che sono i poeti che ho amato di più: Blok, Pasternak ecc., tramite anche le traduzioni di mio padre. Inoltre, c’era un caos percettivo ed emotivo tale che se non avessi scelto questa forma avrei rischiato l’informe. Necessitavo, all’interno della mia ricerca giovanile, di una controspinta»

Naturalmente, dietro la scelta della quartina ci sono poi fascinazioni di letture, adesioni a modelli letterari. Nella stessa tradizione italiana del Novecento, mi fa notare, la quartina non è affatto estranea: si pensi a Ossi di seppia.

L’insistenza su una piattaforma ritmica di base è poi importante per l’effetto di straniamento che si riesce ad attuare entro un orizzonte di attese ben percepibile nel lettore: «È proprio la giacitura, il ritorno che permette la sorpresa».

Per D’Elia è molto importante l’aspetto acustico del testo, più ancora di quello visivo: «il senso del tempo contemporaneo ci viene dai rumori, o anche dagli odori. Ecco, la poesia per me, secondo un’idea forse un po’ antica, è qualcosa come un camminare. Per questo amo Baudelaire, che traduco. Pensa alla sua pietas dello sguardo: muoversi, immergersi nel contesto urbano, nelle vicende. Si tratta, potremmo dire, di una poetica della viandanza e della prossimità all’altro».

A questo punto, D’Elia ha un altro scatto nella riflessione. Se prima si era soffermato sui nessi retorici che caratterizzano l’espressione poetica, ora riafferma l’essenzialità della testimonianza che un autore dà attraverso i propri versi. In ultima istanza, la poesia non può ridursi a connotazioni formalistiche e resta fondamentalmente ricerca umana di verità: «Quello che mi interessa degli altri poeti è capire di che cosa sono poeti. Do per scontato che uno sia bravo, abbia una risoluzione formale, un suo stile; mi chiedo di che cosa parli la sua poesia, quale sia il cuore che ha tirato fuori dal mondo, la sua figura chiave, la sua scoperta sensibile. Nella grande poesia, infatti, c’è l’incarnazione, cioè la verità…»

Ancora una volta mi sorprendono le sue espressioni, che potrebbero suggerire un eccesso di fede nella poesia. Ma ormai è chiarito il fatto che essa acquista valore solo e unicamente dal riconoscimento del valore della vita.

Torno dunque a interrogarlo sulla sua ricerca poetica domandandogli quali siano stati i passaggi forti all’interno del suo percorso prima di giungere all’ultimo libro, Congedo della vecchia Olivetti. Già negli ultimi tre volumi, editi da Einaudi, si riscontrano sviluppi notevoli, per esempio il passaggio dalla “suggestiva reticenza” di Segreta a una pronuncia sempre più chiara e risentita, ma gli chiedo soprattutto di parlarmi delle opere giovanili.

«Fu Colasanti che per primo parlò di reticenza, a proposito di Segreta. Quel libro prosegue il discorso aperto con Febbraio, ovvero la seconda fase della mia poesia. Dopo Non per chi va (‘78-80), ho lavorato per quattro anni a un libro che non è mai uscito. Lo aveva letto Fortini e doveva essere pubblicato da Einaudi; lo avevano letto Mengaldo, Siti e Berardinelli. Poi non si fece più nulla perché Fortini, sulle indicazioni di Berardinelli, dovette fare marcia indietro. Ci rimasi molto male, come puoi intuire, visto che prima mi avevano data per certa la pubblicazione. Ci fu anche un lieve dissidio con Fortini: gli scrissi una letteraccia alla quale lui rispose con quattro pagine: “di solito a lettere così non rispondo, ma visto che sei tu… Io ho pubblicato il secondo libro dopo dodici anni…” ecc. Quel libro s’intitola Luna d’erba e rappresenta una mia fase surrealistica, con poesie in verso libero, tutto in lettere minuscole e una scrittura esistenzialista e metonimica, molto differente rispetto a quella verso cui poi mi sono orientato. Un altro libro progettato era un Breviario, sorretto da un’idea di poesia epigrammatica e di canzoniere parentale, qualcosa tra Penna e Caproni. Si trattava in fondo di una fase di indecisione. Lo sblocco c’è stato con un libricino uscito con le Edizioni di Barbablù di Siena (del mio amico Attilio Lolini), Interludio, dove c’era un piccolo poema, Maniera del giardino, in cui la poesia si manifesta nella figura di un uccelletto, che con un frullo leggerissimo passa nel giardino, dai gerani al cielo, rivelando che tutta la pesantezza di quegli anni e della poesia precedente non era nulla e bisognava invece andare dietro a qualcosa d’altro, una musica… Era stato scritto, credo, nell’agosto ‘84; dopo ho cominciato a lavorare a Febbraio, poesie che effettivamente ho scritto in un mese (febbraio ‘85), almeno nella prima stesura e nel nucleo centrale, che ho bruciato sulla scia di quest’onda musicale. I temi portanti sono l’infanzia, il paesaggio marino… il tutto in visioni un po’ sfumate, anche se Febbraio rispetto a Segreta, che spinge ancor di più su un registro simbolista, è molto più chiaro».

(Quell’“uccelletto” – penso tra me e me, per deformazione critica –  che, come un’apparizione, sblocca il suo lavoro verso una musica diversa, deve essere parente stretto del cardellino che appare nell’ultima parte di un romanzo di Renzo Paris, Cani sciolti. Forse è lo stesso, passato in volo da un autore all’altro).

«In Segreta», prosegue D’Elia, scherzando seriamente, «c’è addirittura il “peccato” del rifacimento: così come Febbraio si gioca sul rifacimento di Blok, da cui magari prendevo un verso e poi andavo avanti per conto mio (per esempio Blok, in chiusura di una poesia, dice: “I ristoranti si spegneranno all’ora destinata”, e io lo riprendo: “Sei destinata all’ora in cui si spengono / sui lungomari i chioschi nella bassa stagione…”), in Segreta, per esempio, puoi trovare Halas. Si potrebbe parlare di plagio attivo, per usare un’espressione di Croce a proposito del Barocco».

In realtà D’Elia è chiaro anche in Segreta, e lui stesso lo afferma citandomi le poesie che preferisce: E tu le ricordi le cene…, Perché ci fanno sentire colpevoli le cose…, Con quel tuo rumore secco, amore…; certo «c’è ancora una convivenza dell’ipoteca simbolista, sulla base del lavoro che ho compiuto soprattutto sul Simbolismo russo (Blok) o slavo (Halas), con un dato più esperienziale. Con Notte privata ho piegato poi verso questa seconda strada, dove non c’è più l’idea quasi di fabbricatore di poesie in serie, quell’idea di serialità che mi aveva affascinato nel suo senso profondo di artigianato. E Congedo piega ancora di più in questa ricerca di una liberazione dalla poetica dominante del Novecento».

D’Elia è ormai una voce riconosciuta come centrale nella poesia degli anni Ottanta: ripercorrerne lo sviluppo attraverso le sue stesse parole è sicuramente suggestivo. La disincantata sincerità con cui mi permette, poi, di entrare nella sua “officina” appare la prova lampante del suo amore per la poesia, che non si riduce all’amore della propria poesia.

La conversazione si sposta, così, sulle molte antologie che ultimamente sono state dedicate al secondo Novecento e nelle quali D’Elia raggiunge tale considerazione. «Si tratta di critica militante; non si danno valori, ma tendenze di valori». Gli parlo della grave lacuna della critica italiana, che trascura gli autori contemporanei. Spesso anche queste antologie paiono distinte dalla frettolosa volontà di rimediare alla mancanza di una più vigile e costante attenzione alla poesia delle ultime generazioni (e mi riferisco a un’attenzione di alto tenore, non certo al “bla bla” giornalistico); non è un caso che la critica la debbano spesso fare i poeti stessi, con tutti i problemi che ciò comporta.

Per D’Elia, che pure si è più volte lamentato sullo stesso problema, il silenzio sui contemporanei può nascondere un messaggio positivo, uno sprone a «farsi la strada da soli», tornando a far camminare assieme poesia, critica e ricerca letteraria.

«La poesia deve “tirare avanti” anche la critica. Il guaio è quando avviene il contrario, cioè quando la critica cerca di promuovere una poesia che non c’è. È questo il limite dell’Avanguardia in tutte le sue riproposizioni: il tentativo di applicazione di una poetica».

Il discorso, poi, piega nuovamente sull’opera cui sta lavorando da tempo: «Io vivo in una città di mare: l’idea della riva viene perciò da un dato biografico. Abbiamo qui davanti il mare che ci separa dall’Albania, dalla ex-Jugoslavia, dalla storia. Siamo alla fine e all’inizio di qualcosa. Il poema che sto scrivendo è il racconto percettivo di tutto ciò che dicevamo: di come una parola diventa poesia, di questo deambulare del pensiero… L’altro tema è poi quello del sogno, dell’utopia politica del secolo:

Ora noi, che ci abbiamo creduto
alla favola del Novecento, e molto
di noi e molta vita abbiamo perduto

tra le formule del nostro tempo, quella,
almeno, spogliata delle formule,
ritorna a noi come il bel vento…

Io ero in Lotta Continua, ho fatto esperienza politica in quell’organizzazione fino al suo scioglimento nel ‘76, avvenuto proprio sui temi della vita quotidiana in rapporto alla militanza, al femminismo ecc. (e non sui temi della violenza, come ingiustamente si afferma). Mi ritrovo adesso con tre compagni e amici, persone come Sofri, Bompressi e Pietrostefani, innocenti e in galera. Come mi devo sentire io in rapporto alla storia della mia generazione?»

All’interno del libro in elaborazione, si trova qualcosa che tenta un bilancio della generazione tra ‘68 e ‘77, ricordando ciò che è rimasto e ciò che tuttora quella generazione rivendica, cioè giustizia e verità, un bisogno talmente forte da piegare la poesia a comunicazione, racconto, testimonianza.

«Sento di spendere una parola per queste tre persone, per chi torna addirittura dall’estero, dove era libero, per testimoniare la propria innocenza, rispettando la legge italiana. Abbiamo fondato anche il comitato Liberi Liberi qui a Pesaro: raccogliamo firme per un appello al Presidente della Repubblica. Bisogna andare a scoprire gli errori veri che si sono commessi, che sono ben altri rispetto a quelli che vengono attribuiti. Una cosa è l’estremizzazione verbale molto forte, altra cosa sono i delitti. In questi mesi il mio lavoro di poeta è cercare di raccontare, tra presenza e memoria, questo Paese e un pezzo di una generazione, me stesso… Mi sento partecipe di una storia disonorata, che implica la perdita del nome, dell’onore, e quindi la perdita di una vita. E io so, avendo preso parte a quell’esperienza, che non abbiamo ammazzato nessuno. L’errore nostro fu la certezza della ragione, la certezza della verità del nostro sogno. Ma si tratta di un errore compreso in tempo, per questo ci si sciolse presto. Vi era infatti un’apertura critica enorme».

Il tono della sua voce si fa adesso preciso, ma è facile intuire che quella fermezza nasce dal dolore di vigilare su un velo di malinconia, che non vorrebbe trapelasse a scapito della giustezza della memoria: «C’era una poesia del vissuto in quell’andare incontro all’altro. Andavamo davanti alle fabbriche portando i volantini, ma per quanto mi riguarda rivedo in quei momenti la volontà di scrostare il piccolo borghese in me per incontrare il popolo, cioè conoscere l’altro, con tutte le forme comunicative giovanili tipiche di allora. Come ridurre tutto questo a una vicenda giudiziaria, di delitti, di giudici o di giornalisti?».

La poesia è chiamata, perciò, a salvare la globalità dell’esperienza, trattenere ciò che sfugge all’indagine storica.

«Oggi io scrivo tutti i giorni. È dal 5 marzo che si è innestata questa cosa nuova e tutti i giorni sono lì a scrivere… La primavera, perciò, è anche un dato esperienziale, con la sua idea di ritorno dell’esistenza. Quegli anni furono la mia vera primavera, per quanto dopo il mito sopravviva comunque l’ideale».

«Si trattava», prosegue D’Elia, questa volta senza riuscire a nascondere il velo di malinconia della voce «di un sentimento prepolitico, un’aspirazione alla gioia, addirittura a un’idea di bontà e di fratellanza, che poi è stato declinato nella forma dell’ideologia».

Il nuovo libro si presenta come una specie di continuazione del poemetto La delusione, con l’identica necessità di scrivere e dire molto chiaramente, seppure in tono pacato. Anche in questo poema c’è una voce che irrompe e che potrebbe essere la voce di quel sogno:

«Non arrendetevi,
se avete conosciuto una forma della vita
restate fedeli alla vostra ferita…»

Ci tiene, D’Elia, a chiarire che secondo lui non è preciso parlare, a proposito della sua opera, di “poesia civile”. «Se una sezione di Congedo della vecchia Olivetti si intitola Su orme incivili un motivo ci sarà, non credi?». Un poeta “civile” potrebbe dirsi, per esempio, Giuseppe Conte, con cui ha anche polemizzato in proposito. La letteratura cui invece si rifà lui è da tempo espulsa dalla polis, fino a diventare, appunto, “incivile”.

Ma ormai stiamo uscendo dalla sua casa e il filo della conversazione si sdipana in più direzioni. Mentre mi riaccompagna alla stazione, descrive la città, parla di coloro i quali considera suoi “maestri”, e chiede della mia esperienza.

Il sole, basso, ci costringe a fare solecchio per camminargli contro. Poi, sulle panchine alla stazione, mentre aspettiamo il treno immancabilmente in ritardo e io impreco per la coincidenza a Bologna, il vento a tratti soffia impertinente, ribaldo come una vena di gioventù che pure attraversa e avvicina persone così lontane nella storia, appartenenti a contesti diversi, due generazioni che pure cercano il confronto.

Nel frattempo dietro di noi, come un rimpianto, si ritira il mare.

 

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