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Giancarlo Pontiggia, fotografia di Dino Ignani

Poeti contemporanei: Giancarlo Pontiggia

6 Marzo 2017/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

(La foto è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

Il nome di Pontiggia richiama immediatamente alla memoria le venture della Parola innamorata, antologia che curò insieme a Enzo Di Mauro, assurta ben presto a stendardo di un certo pensiero poetico, naturalmente ben oltre la piena responsabilità di un autore allora ventiseienne e al di là della stessa valenza più veritiera dell’opera, almeno per la sua materia creativa (cui probabilmente bisognerebbe annettere la stessa introduzione). Eppure, imbalsamati gli idoli polemici, aggiornati i referenti culturali e mutati gli umori sociali, la poesia di Pontiggia è rimasta fedele al soffio di una memoria archetipica, mai circoscritta intorno all’ego del poeta e ai suoi furori, eppure volutamente ispirata, visionaria e rituale fino alla più pura reiterazioni dei miti naturali, accordandosi a una pietas protocristiana, se non addirittura pagana, che non poteva non essere sottoscritta da Giuseppe Conte, che firma la fiammante presentazione di copertina del libro con cui l’autore si è recentemente riproposto sulla scena poetica.

In effetti, nonostante Con parole remote si presenti in qualità di primo libro ufficiale (dopo esordi praticamente rinnegati), di Pontiggia si possono rintracciare, nell’arco di questi vent’anni, misurate ma costanti apparizioni sulla scena letteraria, a testimonianza di una severa disciplina di ascolto e culto della parola, sempre lontano dai frastuoni mondani. Il risultato è un’opera rastremata, spoglia, dall’aspetto inconfondibile, tale da tentare con disarmante candore la melodia orante dell’invocazione, il canto delle forze che governano l’avvicendarsi dei tempi, l’appello frontale al lettore e per giunta con parole remote, con una dedizione totale alla tradizione, privilegiando anzi gli interlocutori della classicità a scapito di una tradizione del moderno certamente non rinnegata, ma ricongiunta alle sue stesse fonti prime (e si veda, sulla genesi di quest’opera, il racconto che ne fa l’autore in Storia vera del mio libro, nella raccolta di saggi Contro il Romanticismo).

Il volume si apre con un Canto di evocazione rivolto all’ombra, ideale dimora del pensiero e grembo di fremiti ancestrali: la liturgica ripetizione e dilatazione delle strutture compositive attorno ai pochi, reiterati vocaboli che si caricano di attributi magici, sottolineati dalle rime e dal regolare crescendo strofico, promettono una magnificenza poetica che i due testi successsivi, della sezione Auguria, rincarano addirittura, presentando un poeta demiurgo che pre-dispone la propria materia e che si affida ai «Tempi» perché lo restituiscano «salvo e incolume» nell’esatto senso dei nomi e delle presenze evocate. Un doppio, triplo introito proemiale che non ha ancora esaurito l’istanza fatica e conativa. Il primo testo di Nella polvere di un altro giugno è un unico, lungo offertorio che insiste sull’enigmatico destinatario e sugli strumenti e annulla nella gestualità sacerdotale l’oggetto tematico, calcando sull’ambiguità della preposizione, pilastro insieme al “voi” su cui poggia l’intera architettura e infine il senso conchiuso del testo: «Per voi, tra giugno e luglio […] per voi, nel cuore / di un nuovo giugno […] nella polvere / di un antico responso / io per voi, anno // dopo anno […] io, per voi, con // parole eguali, resti // di un pensiero remoto, legni / di un antico fuoco». Nel frattempo si accende un intenso cromatismo: fra le epifanie congiunte di luce e ombra spiccano l’intenso azzurro dell’estate, i suoi policromi giardini, le vampate di fuoco meridiano e il rigoglio vegetale della natura (campeggia su tutti gli elementi il «legno»), sempre trattenuti in un’alcionia sospensione di accadimenti. La poesia si dispone in strofe tendenzialmente brevi e aperte, sgranandosi anche in distici e versi isolati fino a giungere al frammento o, meglio, alla sequenza di frammenti, cocci ideali di un reperto classico: «Interrompo ogni verso; mi mortifico / davanti a voi, rose di un’altra tenebra. / […] / Canto parole civili / e vaste nubi, / l’ombra del tempo che si oscura, giardini […] Penso l’estremo del frammento / con animo umile, devoto. // Pronuncio versi semplici, / incisi in legno di olmo»: la dichiarazione d’intenti è notevole, ma trattenuta nella purezza espressiva: «Vengo qui, da voi, come in sogno / deponendo orme invisibili». Un simile gesto, insieme civile e invisibile, non può che insistere sui ritorni e sui viaggi intenzionali, sulla deissi irrelata: «Di giugno, come vi ripeto, nell’ora / del meriggio che acceca, della polvere e del fuoco / ai margini dei campi, in un impluvio / verdissimo di ombre, tra quei segni, / in quella direzione, con passi / certi // come un’antica preghiera». Su questa linea si innestano i restanti componimenti della sezione, estenuando l’attenzione così clamorosamente e insistentemente suscitata nel lettore, che assiste alla gestualità congelata, come in un rilievo sepolcrale, del protagonista: «penso», «guardo», «salgo», «osservo», «cerco», «varco», «mi alzo», «invoco». Le costruzione latineggianti («i tuoi, tempo, fiammanti cancelli») e i vocativi si infittiscono e il poeta arriva a osare formule sempre più retoriche, ancora appellando il lettore: «Viandante che passi, / amico della polvere e del vento, / onora i tuoi lari, / qui brucia un grano d’incenso». Il desiderio di dare un volto alle ombre e alle presenze chiamate all’esistenza per una generica e altisonante salvezza, aggrappandosi agli indizi temporali concreti («giugno già caldo»), quasi costringe a leggere, occultato, il centro tematico dell’opera (l’estate) nel titolo della poesia successiva, che da sola costituisce altra sezione di questo libro piuttosto parcellizzato: Restate, versi, mentre invece la stagione verrà nominata esplicitamente in un titolo successivo. Che sia questo il motivo dell’opera è ribadito dalle determinazioni temporali: «agosto», «settembre». Al centro del libro, la maturazione tematica e formale associa sintomaticamente l’ennesima invocazione Al lettore («in questo / mese di agosto») e il calligramma di Lumina. L’orizzonte delle aspettative imposto fin dall’inizio è chiamato a saturarsi nella diafana valenza celebrativa della dizione poetica, passando fra le numerose arcate del libro, ovvero le sezioni che si inseguono come soglie di un monumento diroccato, di reiterati rinvii all’aperto trasfigurati da abbagli e obnubilamenti inebrianti: «vuoti / nel tempo vuoto / nel cuore vuoto / nel vuoto». Siamo ormai al solstizio quando, con la sezione Penso, finalmente qualche più sostanzioso contenuto sembra affiorare, portando a galla una problematicità che affronta la precedente reticenza e crepa la superficie smaltata del tono celebrativo, anche a costo di pesanti cadute: «ordino ai versi di celare / il luogo, il nome, il tempo / di coloro che l’hanno abitato, poiché // resta solo ciò che non viene nominato». Qui è più vivo il dramma occulto («Sento / ciò che devo; non mi affliggo»), l’atto sacrificale che il poeta compie con la propria individualità per dare vita al canto: «Sono solo un modesto / ascoltatore del mondo, / porgo orecchi al vento / delle cose che battono // che ritornano con la semplice / domanda: chi sei? da dove / vieni? Risalgo / una corrente che altri // già hanno percorso […] tra un’estate e un autunno // del millennio che già finisce / sul pianeta che dicono Terra […]. Mi chiedo, nella luce cruda / di un risveglio d’inverno di ora / se il crudele angelo della memoria non sia / un messaggero di verità. E se no, / come arrestare le sue dolorose visite». Si è così giunti, con la conclusiva sequenza che dà il nome all’intera raccolta, a un «settembre piovoso», al riconoscimento pieno della solitudine delle parole remote (magari contaminate da un inerte montalismo: «fossa fuia») e alla finale invocazione di salvezza, «nella tua ombra, / autunno, // nella tua ombra». Rientrati nel fluire temporale ordinario, non sarà certamente sfuggita una certa piacevole euforia o, meglio, una «felicità» nell’accanita nominazione poetica di Pontiggia, ma senza infrangere il suo limite di invocazione senza argomento, di energia platonica, di incantevole fuoco fatuo.

(da Poeti nel limbo)

 

Tags: POESIA CONTEMPORANEA
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