Il signor Morris Lessmore salva un libro precario

Il libro precario (Daniele Maria Pegorari)

Traggo dal volume di Daniele Maria Pegorari, Scritture precarie. Editoria e lavoro nella grande crisi 2003-2017, il passo che segue (pp.154-156). La sensazione che provo – dal momento che vengo chiamato direttamente in causa nel ragionamento – è quella di chi viene rinfrancato in qualche intuizione, e se ne riappropria una seconda volta.

Riparto dunque da queste pagine ancor più convinto della necessità di una militanza estetica, ben consapevole, tuttavia, che la stessa categoria di militanza andrà ripensata, all’interno del paradigma della società (e della letteratura) liquida.

Il libro precario

di Daniele Maria Pegorari

Condivisibile per l’impegno a produrre manifesti e seminari e non soltanto generici appelli da sottoscrivere, Generazione TQ offre il suo miglior contributo quando dà sostanza di autonarrazione e di riflessione teorica intorno a una nuova forma di proletariato, tipica dei ruoli cognitivi, per la quale alcuni commentatori hanno coniato persino uno specifico neologismo: il «cognitariato». Meno nitido, invece, è il richiamo dei manifesti del movimento a un rinnovato rapporto con la critica letteraria, intesa come disciplina etica del riconoscimento del valore, in grado di ridefinire il concetto di «autorevolezza» e favorire un consenso ampio (culturale, sociale, infine anche di mercato) intorno ai «libri di qualità», che durerebbero così maggiormente nel circuito commerciale e soddisferebbero insieme le aspettative storico-culturali e quelle imprenditoriali.

Ed è qui, però, che s’innesta un rischio profondo per Generazione TQ: come potrà fondare un’editoria e una comunità intellettuale di qualità, senza affrontare il problema estetico di una letteratura di qualità? È quello che viene contestato, per esempio, dal poeta Andrea Temporelli, sulle pagine di «Atelier» nello stesso settembre del 2011: la sua riflessione è tanto più interessante se si considera che il trimestrale «Atelier» e le edizioni che ad esso si richiamano perseguono già dal lontano 1996 un programma generazionale rivolto ad autori e critici nati negli anni Settanta, riuscendo a ritagliarsi un posto di rilievo nell’ambito – ahimè – elitario della poesia e della riviste militanti, ma non ottenendo alcuna risonanza mediatica. Al di là dei rimproveri, non troppo velati, di voler conquistare un «potere contro presunti padri» o di proporsi come «consorzio privilegiato (autoeletto, peraltro) di certificazione di qualità», queste pagine agitano il dubbio della precoce implosione di una sociologia dei sistemi editoriali che si traduce in movimento culturale (*).

A Temporelli non  pare possibile, infatti, che si possa rimandare a lungo una netta proposta estetica (o poetologica) che indichi il cammino preferenziale che la buona letteratura dovrebbe seguire. Senza una militanza ‘estetica’ (fatta di indicazioni stilistiche, linguistiche, contenutistiche, di genere), senza la creazione graduale di un paradigma artistico che articoli un giudizio sul mondo, il movimento rischierebbe di irrigidirsi nella militanza ‘politica’ di un parasindacato incapace di costruire una «comunità dentro la diversità di vedute» e di «tramutare le divergenze in energia per il reciproco miglioramento». Temporelli – che al mondo dei lavoratori cognitivi appartiene per una triplice militanza: di autore, di insegnante e di fondatore di una rivista e di un blog – mette il dito su un punctum dolens tutt’altro che secondario: oltre trent’anni di postmodernismo, di trionfo della letteratura di genere e di marginalizzazione della poesia hanno sancito in maniera pressoché universale la morte delle poetiche, l’indifferenza nei confronti dei contenuti e il divorzio fra ricerca formale e affinità col lettore.

Ora che il bisogno di un nuovo realismo critico deve fare i conti con la permanenza dentro gli orizzonti della postmodernità e non con la sua negazione e ora che anche la distinzione fra autori di poesia e autori di prosa (dominante nella recente storia letteraria e dogma indiscusso del mercato editoriale) inizia a scricchiolare in quanto limitante per tutti, non è forse possibile negare che gli scrittori siano privi di una lingua con cui ‘dire’ il nuovo mondo, di forme che siano dettate da un’urgenza finalmente ‘ideologica’, di storie che trascendano il ‘particulare’ dell’autobiografia o il talento della fantasia, per divenire il motore di una continua presa di coscienza. Chissà che il tabù estetico non venga superato in un prossimo stadio di maturazione di questa generazione; certo dispiace notare che il sodalizio editoriale che se ne è voluto fare interprete, pur avendo meritoriamente preso posizione sulle criticità che hanno riguardato in questi anni l’Università, i beni comuni e l’industria dello spettacolo, non riesce a liberarsi dal disincanto culturale cui è stato allevato nel clima di generale ottundimento e precarietà del ventennio a cavallo del 2000: da questa genesi esso deriva la sua capacità di interpretare la natura mutevole, liquida, tragicamente imperfetta, della nostra società e del ceto intellettuale che essa esprime, ma anche la rischiosa chiusura corporativa, in cui l’appartenenza all’industria editoriale, perlopiù romana, val più del confronto con la comunità intellettuale nazionale.

NOTE

(*) A. Temporelli, proseguendo spiritosamente nel meccanismo acrostico, intitolò il suo articolo Teorema qualità. Lettera aperta alla generazione TQ e a Mario Desiati in particolare, unico fra gli iniziatori del movimento che conobbi, in tempi non sospetti, pubblicandolo sulla rivista all’epoca da lui codiretta: «Atelier», XVI, 63, settembre 2011, pp. 22-26

 

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