Remo Pagnanelli

Le prose di Remo Pagnanelli

Più noto come poeta e come critico, Remo Pagnanelli, dopo la sua tragica scomparsa nel 1987 (era nato a Macerata nel ‘55), ci lascia anche alcune prove narrative inedite, raggruppate in un fascicolo dal titolo Prime scene da manuale e altri racconti.

Si tratta di quattro testi che, in attesa di un’edizione critica delle opere complete dell’autore, per ora sono leggibili, grazie alle cure di Daniela Marcheschi, per i tipi dell’Associazione culturale “Via del Vento”, che propone il primo di tali racconti, e sul n. 1-2 della rivista “Istmi”, curata da Eugenio De Signoribus, che ne stampa gli altri tre.

Prime scene da manuale occupa da solo metà del fascicolo e rappresenta la traccia più chiara di come la vena creativa di Pagnanelli abbia trovato espressione anche in prosa.

“Remo portava nel suo nome un destino di mare e di fatica, che si specchia nei suoi miti d’acqua letterari. A dire il vero, in una battuta, tutta la poesia di Pagnanelli appare come una ansiosa figura acquatica. D’acqua interna, però, uterina, brontolante nel grembo della terra”.

Così lo ricorda Gianni D’Elia, e le sue parole ci introducono perfettamente nel racconto Prime scene da manuale, ci proiettano nei pensieri di Rev, il protagonista, figura che ci parla del destino di un’esistenza segnata indelebilmente dalla perdita. Perdita che stigmatizza persino l’oscuro mondo prenatale del protagonista, il quale è consapevole, fin nel grembo materno, della sua «fame eccessiva d’amore», assolutamente incolmabile. Accompagnano i suoi pensieri strane e indefinite potenze divine, angeli e dèi, ma l’incomunicabilità per eccesso di coscienza, tale da consumare in sé qualsiasi dialettica fra interno ed esterno, fra individuo e movimento, fra ciò che è noto e lo spazio aperto dell’avventura, sembra ridurli a comparse drammaticamente vuote. L’unico, labile rapporto con l’alterità, anch’esso segnato dalla tragica vacuità delle cose, è la breve compagnia di una bambina – in un episodio elevato a paradigma dell’intera infanzia –, «con cui non c’era bisogno di parlare perché tanto ti seguiva in silenzio»: dentro questo «esile mito» Rev giunge alla definitiva, parossistica percezione della perdita. Quando l’uccello del demiurgo tornerà a esaudire il suo desiderio, per ricondurlo cioè al Dimenticatoio, il lettore non può non tornare con la mente alla decima elegia di Rilke: «Soltanto i morti giovani, nel primo stadio / dell’eterno imperturbabile, quello del divezzo, / la seguono, amorosi […] e in silenzio / la Lamentazione anziana, lo conduce alla gola della valle, / dove brilla qualcosa al chiaro della luna: / la fonte della gioia».

Così, anche la soglia unica, essenziale, quella fra la vita e la morte, s’incenerisce di fronte alla certezza che la fonte della gioia risuona nella caduta, nella perdita, tanto che non è più nemmeno possibile sciogliere l’enigma: «Chissà se vivere non è morire e morire non è vivere» (Eschilo). E Rev si scopre condannato a vivere, impossibilitato a uscire dalla sua torre «per la catena di montagne che circondava la casa. Le montagne, aggiungeva, erano il sorriso di Dio».

(L’immagine fotografica di copertina è tratta dal sito ufficiale dell’autore)

 

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