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Anni Settanta

Poeti nel limbo (4). Un isolamento fiducioso e sofferto

13 Novembre 2017/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Un isolamento fiducioso, ma sofferto

Per rientrare definitivamente nel merito dei fatti letterari che ci interessano, è opportuno cedere la parola agli interessati. La questione si pone in questi termini: veramente il rifiuto di un’identificazione generazionale va assunto come elemento qualificante per gli autori abbracciati nella nostra indagine? «In sostanza», ricorro alle parole di Mauro Ferrari, «siamo di fronte alla prima generazione che, ormai giunta a maturità – fatto di cui ben pochi sembrano essersi resi conto, specie in ambiente accademico – non si è ancora organizzata come tale, diversamente a una tradizione tutta superficialmente ordinata in scuole, gruppi, manifesti eccetera» [1]. Quel «superficialmente» lascia trapelare i dubbi che la passata stagione politica e culturale ha sollevato, con il suo convulso e drammatico moto di aggregazione e contestazione, mentre nell’inciso v’è l’amara consapevolezza di appartenere a quella terra di nessuno disertata da ogni residua attenzione critica. Ma è forse ancor più importante osservare come, a un certo punto, il problema generazionale si sia posto prepotentemente, come ancor meglio testimoniano le vibranti riflessioni di Gian Mario Villalta:

Parlo dal punto di vista della mia generazione, se esiste. Parlo proprio dal luogo di una sua difficoltà o impossibilità di esistere come “generazione”. Per dare qualche riferimento: chi era troppo giovane negli anni Settanta. Una generazione che non ha saputo riconoscersi come tale, che non sa farlo tuttora, di persone che non hanno mai potuto né voluto (a volte c’è poca differenza) valersi di alcuna legittimazione, ostinate a bussare alle porte della grande poesia del secolo, senza neanche uno straccio di parola d’ordine.
È di questa esperienza di ammutolimento che vorrei parlare, se ci fosse lo spazio per farlo. E credo che intorno a questa esperienza, eventualmente, si possano ritrovare molti poeti che conosciamo, i cui esordi, a volte precoci, sono stati seguiti da molti arresti nell’attraversamento di una non-parola, nell’aver sentito le parole morire in bocca, proprio per il venir meno di quella comunione che fonda la comunicazione.
Questo perché la logica nella quale ci eravamo formati, l’esperienza dell’arte che avevamo conosciuto, sulle orme dei grandi del dopoguerra, era stata quella di non accettare alcun valore, alcun senso, ma ricavarli dal bruciare (al fuoco dell’intelligenza e della disperazione) i loro residui, valore e non-valore, senso e non-senso: nella fiamma si potevano scorgere i loro antichi colori dividersi.
Ma tutto questo dentro una fuga in avanti che si faceva sempre più priva di ipotesi di direzione; tutto questo dentro una sempre maggiore perdita di legame con i luoghi, i nomi, l’età.
Riprendere parola, quindi – può veramente accadere – in un “qui” privo di riparo, una parola esposta tra non-più-tradizione e contro-tradizione. Riprendere parola tra non-più-mondo e contro-mondo, tra la fine della dissacrazione (gesto estremo di rivolta contro la perdita del sacro) e il non-inizio di una nuova grande indifferenza, dove ancora sono riconoscibili (appena riconoscibili, a volte) i luoghi, i nomi, l’età.
Qualcuno, più di uno, può sentire che questa parola si rivolge a lui, proprio a lui, chiede il suo ascolto. Può accadere: lo so per prova. [2]

Non stupisce affatto, alla luce di tali affermazioni, che lo stesso Villalta sia stato fra i principali promotori di occasioni di confronto, come il reading a Pordenone del 2002, al quale parteciparono, oltre allo stesso Villalta, Mario Benedetti, Stefano Dal Bianco, Claudio Damiani, Alba Donati, Umberto Fiori, Giovanni Nadiani, Antonio Riccardi e Davide Rondoni [3].

Procedendo a ritroso, per scoprire i primi fermenti di tale inquieta consapevolezza, ricorderei un altro importante momento di incontro, questa volta non ancora esplicitamente generazionale, ma, per ciò stesso, più significativo per cogliere l’ambiguità di fondo che connota la relazione fra quelle che abbiamo definito (sulla scorta di contributi sociologici) generazione della protesta e generazione perduta [4]: mi riferisco al convegno Per la poesia (promosso in particolare da Riccardi; gli altri firmatari del manifesto programmatico erano Giusto Truglia e Ferruccio Parazzoli, ma il documento era sottoscritto anche da Franco Cordelli, Maurizio Cucchi e Franco Loi) [5]. In questa occasione, il nono quesito che si era invitati a dibattere recitava:

Che cosa accadrà alla poesia e alla letteratura? Gli autori dell’ultima generazione, poeti e narratori nati all’incirca tra il 1960 e il 1970, sono chiamati a tutelare lo schema tradizionale della comunicazione letteraria, a preservare il cuore di un sapere che ha pari dignità del sapere filosofico e scientifico. O forse decideranno di smantellare tutto ciò decretando la fine di una tradizione? [6]

Come abbiamo lasciato trapelare in qualche passaggio precedente, il dilemma è tutt’altro che mal posto. In quell’occasione Dal Bianco si esprimeva nei termini seguenti:

A me sembra che le opere della mia generazione siano effettivamente povere. Non molto più povere di quelle delle generazioni che ci hanno preceduto, ma comunque povere. Ciò che esce da noi è sempre qualcosa di frammentario, e proprio le spinte evidenti verso forme poematiche e ipercomunicative sono da intendere come gesti disperati. Anche nei casi migliori, la quantità di mondo veicolata è poca.
Sicuramente manca un’esperienza forte della generazione, un’esperienza come quella della Guerra o della Resistenza, ma ridurre tutto a questo sarebbe semplicistico. Il nostro maggiore problema sta nell’assenza di una comunità. (A scanso di equivoci: non parlo di una comunità di poeti, né il termine va riferito ad alcun gruppo sociale particolarmente coesivo, bensì al concetto più estensivo di comunità, quello, per intendersi, di cui va parlando da alcuni anni Giorgio Agamben). La letteratura che produciamo non funziona perché non abbiamo nessuno a cui rivolgerci, e soprattutto: non l’abbiamo mai avuto. Non abbiamo mai vissuto in una comunità, e non possiamo riferirci a essa nemmeno in quanto memoria.
Di fronte a questo ci possiamo porre in due modi:
1) Possiamo cercare di fare del nostro meglio, avvertendo questa mancanza e cercando di figurarci come sarebbe se una comunità ci fosse… Si tratterebbe di far scattare una sorta di memoria di qualcosa che non abbiamo mai visto, comportandoci “come se”.
Ma è evidente che una comunità immaginaria non può competere con una comunità reale, quella che forse è esistita in altre epoche. La possibilità esiste, ma temo che si tratterebbe di un’accettazione di povertà a priori.
2) Possiamo anche pensare che non è giusto avvertire mancanze, possiamo decidere che questa nostra sensazione non è corretta. Perché dovrebbe mancarci una comunità se non l’abbiamo mai conosciuta? Potremmo decidere di fidarci della nostra epoca come di un’epoca il cui specifico è di non avere una comunità. Potremmo addentrarci in questo nostro luogo dei piccoli o grandi isolamenti e vivercelo liberamente, senza nostalgie…
In tutti i casi la situazione di povertà è probabile che sia destinata a mutare, perché è una situazione, una questione, sociale, assolutamente ingestibile sul piano letterario.
Siamo perciò condannati a restare piccoli, nella sicurezza che il nostro mondo non è fatto per accogliere la poesia.
Paradossalmente, quello che forse può salvare la poesia è un lungo periodo di barbarie, un periodo in cui di poesia non si parlasse proprio, né di qualsiasi forma d’arte, oppure (che è molto più probabile ed è ciò che solo in parte già sta succedendo) se ne parlasse mistificandola con qualcosa d’altro.
Penso a una trentina d’anni, i prossimi, inondati da letteratura di consumo.
Ora i poeti, in clandestinità, potrebbero pensare con fiducia alle loro piccole cose, continuando a cercare di crescere ma sapendo che non staranno lavorando per sé, ma per chi verrà. La generazione futura comincerà da zero e creerà da sé la propria comunità, e scriverà delle opere che noi non capiremo perché saremo ancora troppo legati a questo mondo, se saremo in vita.
E però, da qualche parte, potremo supporre di essere stati utili, perché la nostra disperazione, il nostro isolamento fiducioso non sarà stato impiegato male, sarà venuto costituendo il senso di un’attesa [7].

Queste asserzioni paiono di una lucidità estrema. In primo luogo, emerge con forza il problema direttamente connesso al mancato costituirsi di una generazione: i poeti che vi fanno parte sono condannati a non sentirsi inclusi in alcuna comunità ideale e a subire, dunque, la mancanza di ascolto. Ma non basta: Dal Bianco ha presagito anche un’eventuale soluzione: «La generazione futura comincerà da zero e creerà da sé la propria comunità». È quanto avevamo evidenziato abbozzando un raffronto con la situazione della narrativa contemporanea (il «periodo di barbarie» dovuto all’inondazione della «letteratura di consumo»).

NOTE

[1] Mauro Ferrari, Nuove tendenze della poesia italiana, in Linee odierne della poesia italiana, a cura di Roberto Bertoldo e Luciano Troisio, supplemento a «Hebenon» nn.7-8, apr.-ott. 2001, p. 50.

[2] Queste riflessioni si leggono in «Versodove», III, 9/10, 1998, p. 16.

[3] Se ne rintracci il resoconto nell’articolo di Roberto Carnero, Splendidi quarantenni. A tu per tu con i poeti di mezzo, apparso su «L’Unità» il 25 settembre 2002.

[4] Precedentemente avevo parlato di «generazione invisibile» (Marco Merlin, L’anello smarrito della tradizione, op. cit., p. 118), mentre nel quaderno di saggi critici Sotto la superficie. Letture di poeti italiani contemporanei (1970-2004), a cura di Gabriela Fantato, Milano, Bocca Editori 2004, p. XII, si preferisce il termine di «generazione sommersa».

[5] Gli atti di tale convegno (tenutosi a Milano il 29 e il 30 ottobre 1996) sono confluiti in Per la poesia tra Novecento e nuovo Millennio, supplemento a «Letture», LII, maggio 1997.

[6] Ivi, p. 7.

[7] Stefano Dal Bianco, Ivi, pp. 64-66.

 

Tags: FIORI, POESIA CONTEMPORANEA, RICCARDI
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