La scala dei voti

Il mio primo voto

Ho vivido ricordo (avete presente quei momenti, del tutto separati dal resto, che si incidono nella memoria come scene determinanti della storia?) della prima volta che presi un voto a scuola. In verità, come per tutte le prime volte, non me ne resi nemmeno conto, quando accadde.

Fu di sera, a casa, che cominciai a capire che era successo qualcosa di nuovo e di importante, quando, non so come, mi capitò di dire che forse la maestra aveva segnato qualcosa in rosso, sul quaderno. Vidi i miei genitori che si guardarono. Interruppero la cena e, con quella capacità d’intesa la cui logica mi pareva ancora magica, si apprestarono a compiere un rito. Mia madre andò verso la cartella, estrasse il quaderno e, mentre lo sfogliava, si avvicinò a mio padre. Osservarono con attenzione, si consultarono per controllare di aver letto correttamente. Poi mia madre si rivolse verso di me e proruppe in quella mielosa esibizione di tenerezza – che poi mielosa appare solo a me adesso, allora era semplicemente imprevista e gradita – che si riserva ai propri adorati figli, fossero anche scarrafoni.

«”Bene”! Hai preso un “Bene”!». Che cosa significasse prendere un bene, lo stavo imparando in quel momento, mica in classe. Vidi la tipica espressione di orgoglio di mio padre: quell’orgoglio compiaciuto, che non vuole mostrarsi. Un orgoglio un po’ egoista, ma che, bambino com’ero, capivo benissimo. Anch’io quand’ero contento ero contento per me.

Presto avrei cominciato, attraverso gli adulti, a capire la logica dei voti, a riconoscere come un “Bravo” fosse molto di più che un “Bene”. Avrei cominciato a nutrire una certa aspettativa verso i punti esclamativi, perché certamente un “Bravo!” valeva ancor di più di un “Bravo”. Già, appresi presto a comprendere quanto il tono della comunicazione veicolasse molto più senso del significato stesso delle parole… Continuai tuttavia a nutrire, per tutta l’epoca delle elementari (allora si chiamavano proprio così), un tormentoso dilemma: ma è meglio un “Bravo!” oppure un “Bravissimo”?

Ora, dopo diversi anni di insegnamento, la scena del mio primo voto tende a riemergere ogni volta che sfioro un pensiero. E quel pensiero è semplice: i voti servono ai genitori, non ai figli.

Fosse per me, a scuola esisterebbero solo tre valutazioni. Suppergiù, suonerebbero così. La prima: “Bravo! Procedi con fiducia”. La seconda: “Bene! Ma procedi con qualche cautela”. La terza: “Ops, prima di procedere, dovremo rivedere qualcosa insieme”, seguita, al peggio, da un successivo: “Don’t worry, però dobbiamo progettare insieme un nuovo sentiero per raggiungere il tesoro“.

 

2 commenti
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    Monica Ambrosi dice:

    Vorrei condividere alcune idee sulle valutazioni, che poi sempre voti sono e se si vuole spaventare il lettore basta parlare di docimologia… Insomma sappiamo bene quanto contino in ogni ordine di scuola e quanto vengano “ritarati” al ribasso, mediamente, ad ogni cambio: dalla primaria alle medie e da queste alle superiori. È una questione davvero spinosa. In questo periodo sto partecipando ad un progetto dell’università della mia città che ha come obiettivo quello di studiare il feedback di interrogazioni e verifiche sugli alunni. La modalità è piuttosto originale poiché alunni e insegnante vengono ripresi da una telecamera in aula e poi i docenti si confrontano sullo stile dell’insegnamento e soprattutto su quanto gli alunni hanno imparato dai propri errori, sull’autovalutazione, la consapevolezza di sé e così via. (Ovviamente tutto è autorizzato dai genitori in carta bollata.) Finora ho imparato che sarebbe buona prassi restituire le prove corrette ma senza valutazione perché alunni e genitori si fermano a quel numero e non vedono più tutto il resto che invece è la cosa più importante. Si può quindi svolgere una correzione puntuale e un’autovalutazione per ricevere solo alla fine il vero e proprio “voto”. Inoltre si può capire meglio quali sono stati i punti critici e ipotizzare una strategia di recupero. Pare un po’ utopistico ma è praticabile e, come spesso accade, le resistenze al cambiamento vengono più dagli insegnanti che non dagli alunni. Personalmente credo che ci sia ancora tanta strada da fare… Anch’io sarei per abolire i voti e sostituirli con giudizi come quelli che proponi ma poi mi trovo a fare i conti con la normativa sull’esame di terza media (e immagino anche quello di maturità) che spazza via tutte le considerazioni pedagogiche del mondo e ti impone una media matematica con tanto di arrotondamento obbligato! Alla fine “io speriamo che me la cavo”! Buon lavoro.

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    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:

      Hai ragione, Monica, la scuola è piena di contraddizioni, è schizofrenica. Ti invita a sperimentare e rinnovare da una parte, ti blinda in uscita dall’altra. Ma è come per la poesia: c’è una rima obbligata che mi attende, ma questo limite può scatenare la creatività. Quello che conta è il viaggio, non la meta…
      Buon lavoro!

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