Il poeta è un cavaliere Jedi

Le forze oscure ci stanno assediando. Il Mercato ci impone il ritorno della Grande Saga, che è poi la proiezione intergalattica di schemi narrativi piuttosto elementari. Come possiamo difendere il nostro piccolo immaginario personale? Leggendo, mi sono risposto.

Così sono tornato dal maestro Yoda Roberto Galaverni, autore nel 2006 di Una difesa della poesia (questo il sottotitolo) siglata dal motto Il poeta è un cavaliere Jedi (editore: Fazi).  Il nucleo di tale intervento, tra l’altro, affonda le radici nel convegno internazionale di poesia “Dopo il Novecento. Prospettive della poesia contemporanea”, organizzato dalla rivista di letteratura “Atelier”, tenutosi a Firenze il 5 dicembre 2003 nel Salone dei Dugento di Palazzo Vecchio a Firenze.

Da pag. 11 riprendo questo passaggio:

“Da un punto di vista creativo l’esilio rappresenta allora la condizione in cui un poeta riesce ad ascoltare e a far parlare la lingua; il luogo, o la strada, della ricerca e dell’affermazione di una lingua viva. Detto altrimenti, l’esilio è quel faccia a faccia o quel punto d’intersezione con la lingua che si dà quando un poeta ha ricusato ogni indulgenza a diminuire lo spessore e l’intensità che le sono possibili. Il suo orientamento infatti è a questo punto per la lingua, in suo favore: per tenerne vivi e ossigenati e perfino per ampliarne i territori, non importa se questi siano di pienezza o invece di assenza (sia il tardo Leopardi che l’ultimo Sereni, il poeta del “colore del vuoto”, possono essere compresi anche così, come due cacciatori delle lacune della realtà, due esploratori abilissimi dei suoi buchi neri). Trascendere il legame privato con la lingua per un poeta significa relegare al silenzio le lusinghe di una sua assoluzione personale, la tentazione di eleggere la propria partita doppia con l’esistenza, il proprio dare e avere con la vita, a misura di tutte le cose. È in causa niente di meno che la fertilità o la capacità della sua mente, intesa questa sia come capienza dell’abbraccio con la realtà, sia come virtù di comprensione, nel suo insieme d’intelligenza e di pietà. Si tratta sempre di definire una relazione col linguaggio non esclusiva né oscurantista o in qualche modo dimissionaria, ma intensificata e totale, che si distingua in ogni caso dalla mortalità. Il poeta, dunque: ovvero la lingua – la vita e la luce della lingua – come destinazione e come destino”.

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