Restare vergini o vendersi (di Tiziano Scarpa)

Tiziano Scarpa risponde alla lettera aperta di Davide Brullo in merito al mio romanzo. La risposta di Tiziano era stata pubblicata il 19 dicembre su ilprimoamore.com, precisamente qui

Caro Davide,
non ci conosciamo, non ci siamo ancora incontrati di persona, e forse anche per questo mi stai mitizzando. Ma io mi sento inadempiente. Non riesco a stare dietro a tutto. Ci sarebbe da impegnarsi su mille fronti, sono tante le situazioni insoddisfacenti, nell’editoria, nella cultura, nella politica: sento spesso un impulso a fare da supplente, in tante cose, ma ovviamente non ce la faccio, perché non sono in grado, non ho le forze né le competenze; e, soprattutto, credere di essere utile a troppe cose è un sintomo di megalomania: “Il primo fondamento dell’essere apparecchiato in giuste occasioni a spendersi, è il molto apprezzarsi” (Leopardi).
Nella tua lettera esageri parlando di me, sia nei fatti che nelle metafore. Per esempio, non sono stato io a “scoprire” Antonio Moresco, che aveva già pubblicato due libri con Bollati Boringhieri, né a “portarlo” in Feltrinelli: si è portato da sé; io quell’anno lavoravo come redattore e conoscevo i suoi primi libri; così, quando Moresco ha proposto Gli esordi alla Feltrinelli, la direttrice editoriale Gabriella D’Ina mi chiese un parere di lettura, dato che avevo già letto Clandestinità e La cipolla. Quel romanzo mi suscitò incontenibilmente una scheda critica fuori misura, parecchio lunga (che poi Antonio Moresco ha avuto la generosità di ospitare nella riedizione Mondadori del 2011): credo che la convinzione infervorata con cui reagii a Gli esordi abbia contribuito un po’ alla decisione di Gabriella D’Ina e Carlo Feltrinelli di pubblicarlo: tutto qui; ma il merito è loro, non mio. Allo stesso modo, il merito di avere pubblicato Tutte le voci di questo aldilà è tuo e di Mario Guaraldi.
L’aquila, il sole, la neve: ovviamente le tue sono iperboli. Ma per il resto, condivido la sostanza di quel che dici. Anch’io sono perplesso, per non dire altro, che il romanzo di Andrea Temporelli non sia stato pubblicato al volo dagli editori che lo hanno letto, grandi o no che fossero. Allo stesso tempo, però, ho un debole per le imprese che nascono piccole, mi piace l’idea di dare man forte a questo libro, a maggior ragione se il suo editore non ha il potere di diffonderlo in tutte le librerie.
Ho poco tempo per mettere il naso nei libri inediti, ma avevo voluto leggere il romanzo di Andrea Temporelli perché ho rispetto e curiosità per i poeti che si mettono a scrivere narrativa. Lo so che sono diffidenti verso i romanzi e i racconti, perciò, quando decidono di scriverne, credo che stiano facendo qualcosa di speciale, una vera trasgressione interiore, se mai ancora ne esistono: una trasgressione, cioè uno sconfinamento; che, tra l’altro, è un termine caro a noi del “Primo amore”. Ce ne sono stati tanti, negli ultimi vent’anni. Ma anche prima. Vado a memoria: Aldo Palazzeschi, Pier Paolo Pasolini, Guido Ceronetti, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Sandro Penna, Antonio Porta, Milo De Angelis, Giuseppe Conte, Roberto Carifi, Maurizio Cucchi, Aldo Nove, Lello Voce, Gian Mario Villalta, Valerio Magrelli, Franco Buffoni, Flavio Santi, Gilda Policastro, tu stesso…
(Una volta ho orecchiato una conversazione fra due di loro: “Come va? Stai scrivendo?” “Sto finendo un romanzo”. “No, ma sul serio: poesie nuove?”)
Seguivo la rivista “Atelier” curata da Temporelli, che si occupava in prevalenza di poesia, e a un certo punto, fra un poeta e l’altro, sono spuntate inchieste sui romanzi. Così l’inedito di Temporelli l’ho ricevuto con grandi aspettative. È una scelta forte, per un poeta, scrivere un romanzo. È come passare dal lago al mare aperto: dall’ambiente lacustre – insidioso, sì, ma tutto sommato protetto – degli addetti ai lavori e degli altri poeti, alla distesa marina del pubblico, del mercato, del voto in stellette nelle librerie in rete, delle letture naïf e sofisticate, da soddisfare a livelli diversi di severità e di attese. È passare da un’idea verticale a una pratica orizzontale della parola. È passare da una scrittura fatta di affondi essenziali e sintetici a un’altra che accetta di diluirsi nei connettivi e nei portavoce figurali, compresi i personaggi con cui l’autore non è d’accordo. È passare dalla santità virginale dell’eremo alla prostituzione sacra nel vestibolo del tempio…
Per di più, Andrea Temporelli su “Atelier” si dimostrava molto esigente verso la narrativa di questi anni; a maggior ragione, la sua decisione di scrivere un romanzo mi colpì molto. Carico di aspettative, ho letto Tutte le voci di questo aldilà; e, senza che lui me l’avesse chiesto (ma con il suo permesso), l’ho proposto ad alcune case editrici, grandi e meno grandi. Non ha suscitato la reazione che prevedevo, pazienza. Non suonerei per questo la campana a morto per la cultura. È già successo tante volte in passato: per libri belli, bellissimi, decisivi o capitali, e in ambienti editoriali e culturali cinicamente feroci (basta ridare un’occhiata a Le illusioni perdute di Balzac). L’importante è che le cose vengano alla luce.
Ti racconto una cosa. Una dozzina d’anni fa fui invitato per qualche mese in una residenza in Germania. A un certo punto arrivò anche un famoso scrittore europeo, autore di bestseller globali. Doveva fermarsi per un po’, ma ripartì dopo due giorni. Si scusò dicendo che doveva correre in California perché aveva avuto un’inaspettata convocazione da un produttore hollywoodiano, per la trasposizione di un suo romanzo in film. Tra l’altro, se la cavava piuttosto bene con il pianoforte. Ebbi modo di sentirlo (in quella specie di villa di campagna c’era anche un piano). Più che suonare, spalmava sui tasti un viscoso pastriccio, una secrezione zuccherina di omottero in forma musicale: qualcosa che a quelli della mia generazione poteva ricordare Richard Clayderman, e agli ascoltatori di oggi… meglio non fare nomi.
È stata una piccola rivelazione. Quella volta ho capito che anche i suoi romanzi erano fatti degli stessi ingredienti. Perché il problema, con i libri, è che, apparentemente, sono fatti tutti quanti dello stesso alfabeto; la differenza fra uno e l’altro non salta immediatamente agli occhi. Con la musica invece basta mezzo minuto e senti subito che quella che ti stanno gettando addosso è una secchiata di melata andata a male.
Tutto sommato, non è spiacevole avere le papille in grado di gustare la differenza, e cercare di condividerla con gli altri.
Grazie della tua lettera, è bello sapere che si sta combattendo fianco a fianco anche a distanza.

Tiziano Scarpa

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