Vecchi libri

Oggi si legge ancora poesia?

È la domanda che ci eravamo posti all’inizio dell’avventura di Atelier (qui di seguito, ecco il saggio di Giuliano Ladolfi che tentava una risposta), ma che ha senso ripetersi ancora oggi.

Oggi si legge ancora poesia?
di Giuliano Ladolfi

Agli inizi degli Anni Sessanta in Italia si sviluppò un interessante dibattito sulla funzione della poesia nella civiltà industriale. Questa iniziativa ebbe il merito di spingere gli studiosi a riflettere sulla funzione di quest’arte all’interno di una società che rapidamente stava cambiando volto.

A più di trent’anni di distanza la storia ha subìto un processo di accelerazione tale da collocarci, in un arco di tempo relativamente breve, in un tipo di civiltà postindustriale, dotata di caratteristiche originali e talmente diverse dall’epoca precedente da rendere difficile qualsiasi analisi comparativa.

Oggigiorno all’interno di questo settore si possono riscontrare due tendenze costitutive fondamentalmente contraddittorie: da una parte, si avverte un rinnovato amore per la poesia, testimoniato dall’accresciuto numero di persone che scrivono, che partecipano ai premi letterari, che cercano di pubblicare le loro opere e, dall’altra, la constatazione che i libri di poesia contemporanea non sono letti.

La presenza di due tendenze contrastanti in un medesimo settore risulta per lo meno anomala e richiede un ulteriore approfondimento. L’amore per la poesia non è mai venuto meno in questo secolo: la diffusione dell’istruzione ha permesso praticamente a tutti gli Italiani di accostarsi in prima persona, anche se con diversi livelli di comprensione, al patrimonio della nostra cultura. La necessità di uscire dal cerchio della propria solitudine per rivelare se stessi agli altri ha sempre spinto e continua a spingere un elevato numero di persone a riempire quaderni di impressioni sotto forma di versi.

Eppure, nonostante questo profondo amore, non si legge poesia. Per quale motivo? E’ importante chiarirne le cause, perché, in caso contrario, non si possono individuare i rimedi. Spesso mi sono chiesto: «E’ proprio vero, come affermano gli editori più importanti, che non si legge più poesia o non è piuttosto vero che la vera poesia viene proposta male?». La risposta non è facile, perché la pubblicazione di autori classici non soffre cali di vendita. Ultimamente i programmi editoriali di libri a bassissimo prezzo hanno offerto al pubblico con successo un notevole numero di testi poetici. In secondo luogo ogni anno si pubblicano moltissime raccolte di poesia: esistono case editrici minori che si specializzano in questo settore.

Ma paradossalmente quest’ultimo fenomeno non favorisce la diffusione della poesia, perché si innesta una specie di cerchio chiuso: chi pubblica una silloge propria o alcune liriche su riviste specializzate, spesso si compiace solo di leggere se stesso e non allarga gli orizzonti ad altri autori. In questo modo il grande pubblico e gli stessi cultori di questa nobile arte rimangono estranei al processo di distribuzione. Personalmente sono convinto che il problema non riguarda né il prezzo (anche se alcune pubblicazione della più grandi Case Editrici a quaranta, cinquantamila lire per un centinaio di pagine possono frenare l’acquirente) né la poesia in generale, ma piuttosto la poesia contemporanea. Diversi sono i motivi per cui un lettore viene distolto:

  1. il fenomeno dell’Ermetismo. La più importante corrente letteraria del nostro secolo deriva i suoi fondamenti estetici da Mallarmé, il quale si lamentava che «i primi venuti entrano tranquillamente in un capolavoro» ed auspicava «una lingua immacolata, delle formule sacre ed ieratiche» il cui studio difficile accecasse il profano. L’intento del grande maestro è senza dubbio lodevole, ma questa impostazione è certamente responsabile dell’allontanamento del grande pubblico dalla poesia. Di fronte ai funambolici giochi di intelligenza, all’ascetismo esasperato della parola, al rarefatto preziosismo analogico o al compiacimento di oscurità assolutamente arbitrarie si è ritratto non solo il lettore fornito di media cultura, ma anche la maggior parte degli appassionati per i quali l’inintelligibilità dei testi produceva (e produce) una sensazione di ignoranza e di inferiorità. La poesia ermetica, quindi, venne relegata ad una piccolissima schiera di raffinati specialisti, per i quali era dilettevole gioco scoprire i sensi reconditi di un crittogramma letterario. Mi sembra opportuno precisare che queste considerazioni non esprimono un giudizio estetico su questa corrente, ma pongono in luce unicamente gli effetti pratici.
  2. Le Avanguardie e le Neoavanguardie. Un secondo motivo che può aver distolto il lettore dalla poesia è costituito dai movimenti di sperimentazione. Come per l’Ermetismo, in questa sede non si vogliono sottovalutarne i meriti sotto il profilo storico. Nessuno, infatti, potrebbe mettere in dubbio la funzione di rottura con la tradizione classicista promossa dalle Avanguardie dei primi decenni del secolo o da movimenti analoghi negli Anni Sessanta, tuttavia non ci si può neppure nascondere che molte di queste manifestazioni hanno sconcertato il lettore abituato a modelli di carattere diverso. Quindi, la questione esige, da una parte, un tipo di educazione che aiuti a decifrare i nuovi orizzonti artistici e, dall’altra, estrema chiarezza: non si può definire arte ogni tipo di espressione e giustificarla unicamente con le etichette quali «sperimentalismo» e «innovazione». Non si auspica il ritorno alla classicità omerica, ma un contenuto letterario che possieda quanto meno i requisiti di dignità.
  3. La critica contemporanea. L’Ermetismo poetico ha influenzato la critica. Il linguaggio volutamente oscuro, difficile, inutilmente specialistico ha accecato il pubblico. La presentazione di un’opera, invece di mirare alla chiarezza, alla perspicuità e alla linearità, è diventata troppo spesso un esercizio di «critichese», in cui sono motivi di vanto il fatto di non essere compresi, l’adozione di espressioni rare e raffinate e soprattutto un lessico eccessivamente specialistico che impedisce una immediata comprensione. Alcuni testi suggeriscono l’idea che l’autore si sia proposto soltanto di sfoggiare la sua abilità di manipolatore del linguaggio piuttosto che l’intenzione di introdurre il testo preso in esame. Per questo motivo anche le opere che avrebbero dovuto aiutare a capire, spesso diventano più incomprensibili degli stessi lavori poetici.
  4. Confusione a livello poetico. In questo momento storico convivono all’interno della poesia diverse posizioni estetiche: sopravvive il filone classico mai estinto, la poetica romantica ed i princìpi decadenti unitamente a tentativi di rinnovamento. Evidentemente ogni scelta comporta esiti diversi, che diversamente vengono valutati dai critici, dai lettori, dai giudici dei premi letterari. La diversità di concezione non è un limite, è una ricchezza, ma, quando diventa il pretesto per giustificare ogni tipo di espressione, si deve parlare di caos e di incompetenza. È ovvio che ogni giudizio è soggettivo, per cui sempre esisteranno differenze di valutazioni, ma risulta difficile accettare che si giustifichi come grandi esiti letterari lavori superficiali, eccentrici o semplicemente insulsi; est modus in rebus, sunt certi denique fines / quos ultra citraque nequit consistere rectum: (Orazio), ci sono dei limiti anche alla soggettività del gusto, al di là e al di qua dei quali non può esistere l’arte.
  5. La mancanza di grandi autori. I maestri del Novecento sono scomparsi senza che alcun altro poeta sia considerato come punto di riferimento per le nuove generazioni o per un cammino di ricerca. Anche a proposito di questo problema ci si potrebbe domandare: «Non esistono grandi autori o non sono stati scoperti?» Personalmente sono più incline alla seconda posizione. A mio parere, esistono autorevoli voci, le quali non sono tenute in adeguata considerazione, per cui non possono rappresentare un elemento di confronto. La consacrazione di un grande potrebbe essere positiva non solo perché costituirebbe un elemento di confronto o di scontro, ma soprattutto perché potrebbe operare come elemento catalizzatore delle diverse tendenze segnando la strada entro cui indirizzare la ricerca poetica.
  6. La mancanza di selezione degli autori. Il caos a livello estetico favorisce il proliferare di un numero impressionante di cultori di poesia, i quali, basandosi su perversi e superficiali princìpi di poetica, compongono, vengono premiati e pubblicano con la presunzione di aver raggiunto la perfezione. Questa affermazione non intende in modo assoluto limitare il diritto di composizione poetica solo ai grandi, anzi mi pare positivo sintomo di cultura diffondere la passione di affidare ai versi l’espressione dei propri sentimenti; occorre, però, aggiungere che tale auspicio non deve mai essere disgiunto dalla necessaria umiltà di chi è consapevole che l’eccellenza è una meta ardua, difficile e raggiungibile per mezzo di esercizio stilistico e di profondità umana. Purtroppo troppe case editrici e riviste pubblicano ogni tipo di composizione anteponendo necessità economiche a valori letterari. E il lettore trova difficoltà a destreggiarsi in tale situazione: non può leggere le circa tremila pubblicazioni annuali! I grandi gruppi editoriali difficilmente puntano su nuovi nomi e, quando ciò avviene, non sempre il criterio artistico si pone come elemento di scelta. I piccoli editori seri sono una minima parte e raramente vengono conosciuti dal grande pubblico, perché non riescono ad imporre sul mercato le loro proposte.

E’ evidente in tale situazione che rari ed esigui sono gli investimenti nel settore della poesia e di conseguenza anche le poche opere valide non giungono al pubblico. Di fronte a tali difficoltà, quali rimedi proporre? Non si deve certo ritornare sulle orme del passato, occorre ripensare il ruolo della poesia nella società del Duemila. Non pretendo di formulare soluzioni universalmente valide, ma solo tracciare alcune linee di proposta suscettibili di dibattito, di integrazione e di miglioramento.

  1. In primo luogo si richiede un’opera di “chiarimento a livello estetico” facendo pulizia di pseudomanifestazioni che con la poesia non hanno nulla da spartire. Si incontreranno certo molte resistenze per tutta una serie di motivi facilmente intuibili, ma sono convinto che solo questa è la strada per ridare dignità a quest’arte.
  2. In secondo luogo è necessario promuovere tutta una serie di “proposte editoriali” di elevato valore letterario, offerte come garanzia della validità dell’intento perseguito.
  3. Tutto questo lavoro deve essere supportato da un adeguato “sostegno critico” da parte di persone, capaci di motivare i propri giudizi, di persone che, estranee ad altri interessi, ancora credono nella validità della poesia e soprattutto nella sua forza di scoprire e di comunicare i grandi valori umani, perché, sganciata dall’uomo, essa si è ridotta a gioco letterario o a compiacimento narcisistico.
  4. In ogni caso chi opera in questo campo, qualsiasi posizione estetica e poetica segua, qualsiasi funzione ricopra all’interno del circuito poetico sia come autore sia come critico sia come recensore sia come direttore di Riviste o di collane di Case Editrici sia come Editore, deve recuperare la fiducia del pubblico mediante una serie di operazioni e di comportamenti che, pur non trascurando il fattore economico, salvino la dignità della poesia e della letteratura in generale, contribuendo a ridefinire chiare e condivise regole morali. In caso contrario la poesia diventerà uno dei tanti prodotti che si trovano sugli allettanti scaffali dei Supermercati.

 

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