Volto minaccioso, di Tiziano Masini

La fine del dialetto

(L’opera scelta come copertina è di Tiziano Masini.
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Can da l’ostie d’une storie buiace di sang e di mierde,
storie cangure d’int ch’al sclope te pisse!
Al duarm in me l’anim d’un bombarûl
là ch’io cjati sui mûrs “Berluska vafancûl”
ma no, purtrop no nu’ baste ‘ne bombe…
e a favelâlu par italian
a stress tajâ i genoi
a chei che an digià poches cocules par cjaminâ

(Storia canaglia di sangue e di merda, / storia bastarda di gente che crepa nel piscio. / Dorme in me l’animo di un bombarolo / quando leggo sui muri “Berluska vaffanculo” / ma purtroppo una bomba non basta… / e a dirla in italiano / sarebbe come tagliare le ginocchia / a chi ha già poche rotule per camminare)

Flavio Santi

Con Flavio Santi la poesia in dialetto finisce.

Intendiamoci, ci sarà ancora chi ricorrerà al dialetto per i propri versi, anche nelle generazioni successive, ma lo farà, credo, a partire inevitabilmente da posizioni anacronistiche. Flavio Santi rappresenta, con piena consapevolezza, la condizione terminale del dialetto. È lui stesso, in effetti, a informarci che tale scelta espressiva risulta alla nostra altezza cronologica un trucco (si veda il suo intervento dal titolo Il terribile bluff, apparso nel settembre 2000 su «Atelier»), perché scaturisce da un inevitabile artificio: «altrettanto legittimo sarebbe scrivere in aramaico o in antico egizio». Santi, dunque, compone in dialetto come Rimbaud componeva in latino: potrebbe adottare prossimamente l’inglese o una lingua morta.

Non so se questo avverrà, ma con la raccolta Asêt (Aceto), da poco edita nella bella collezione del Circolo Culturale di Meduno, è lo stesso autore (nato ad Alessandria nel 1973 e residente a Pavia, ma originario di Codugnella, in provincia di Udine) a congedarsi con un Addio (Mandi) che, sui toni danteschi di un’invettiva all’Italia, pare alquanto esplicito in talune dichiarazioni (riporto per comodità solo la versione in lingua): «Venite tutti qui: Lermontov, Rimbaud, Nerval, / Puskin, Lautrémont e Pier Paolo, / a reggermi la candela della mia gioventù, / non ho combinato niente e ho il freddo del latte / che fa scagazzare il cuore. / Questo forse è un addio, a parole / non ho cambiato il mondo, / perciò ho irrimediabilmente fallito. / […] / Ora ho smesso col dialetto, / sarò come una monaca / nei geloni del convento, / che per voglia di cazzo / può farsi solo ditalini. // “Caro Flavio, / crepa subito”».

Così si chiude un libro denso, strepitoso, pregno di linfe velenose che corrodono l’alto tasso di letterarietà gestito sempre con estrema malizia, anche in virtù della valenza civile, prima ancora che poetica, di questi versi.

 

2 commenti
  1. Massimiliano dice:

    Quando solo mi soffermo alla lingua in poesia mi viene da piangere. Dialetto, certo, ma pensa anche l’Italiano.
    Per divulgare dovremmo scrivere in Cinese, altrochè. Sono miliardi mica una manciata di milioni.
    Voglio dire: per pochi cinesi che si interessino alla poesia immagino che saranno sempre di più dell’intera popolazione che parla in Italiano.
    Certo non deve essere semplicissimo 🙂

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