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Genitori e prof: la confusione dei ruoli

Qualcuno lo ha dichiarato esplicitamente: da quando i genitori hanno cominciato a mettere piede nella scuola, per la tanto invocata collaborazione educativa (che qui, peraltro, si sostiene), i guai si sono moltiplicati. Di fatto, anziché praticare la collaborazione, si è incappati in una confusione dei ruoli. Le spie linguistiche in bocca alle mamme e ai papà sono evidenti: “Abbiamo studiato le invasioni barbariche, ma…”; “Le ho spiegato il teorema di Pitagora e abbiamo svolto i compiti…”; “L’ho interrogato io su tutta la lezione e…”; “Ci siamo organizzati in questo modo: io lo seguo per matematica e scienze, mia moglie invece per Italiano e Storia, per cui…”; “Abbiamo lavorato tutto il fine settimana…”, e così via. Dichiarazioni del genere sono prodromi per lo più di qualche lamentela: i carichi di lavoro sono eccessivi, l’insegnante ha assegnato un compito senza spiegare il metodo per svolgerlo, dopo tanto impegno non si capisce perché il risultato sia così inferiore alle attese – e chi più ne ha più ne metta.

Insomma, i figli, da soli, non sanno studiare. E va bene, concediamo allora che si studi di più in compagnia (pur con nove asterischi per riprendere il concetto), ma che almeno ciò avvenga in classe, tra pari, sotto la guida del professionista di turno, che fino a prova contraria è ancora il docente. Il genitore a casa si sente tuttavia in dovere di controllare l’acculturazione della propria prole? Si tratta di un diritto inalienabile, ci mancherebbe; ma poi non pretenda di essere anche in classe a misurare il raggiungimento degli obiettivi scolastici.

Stiamo raccontando un altro aspetto del ménage del docente, con le sue amorevoli, fisiologiche fatiche, e non è il caso di ricamarci su. Gli aspetti interessanti della questione però, secondo me, sono due.

Anzitutto, l’autonomia del figlio desta preoccupazioni. Se da una parte si dichiara di favorirla e si desidererebbe sinceramente di non doversi sobbarcare, oltre allo stress del proprio lavoro, anche quello per lo studio del figlio, dall’altra si vorrebbe mantenere perfettamente il controllo sulle idee dello stesso. I figli sono assolutamente liberi, purché pensino le idee che pensano mamma e papà.

Sto un po’ esagerando, lo so, ma i genitori oggi percepiscono e soffrono il fatto che la scuola, volenti o nolenti, si trasforma in un fattore di emancipazione dalla famiglia. Quando possono, si preoccupano di controllare le relazioni che si instaurano in aula, ovvero il lignaggio dei compagni, che potrebbero avere sul proprio figlio (che è sempre quello ingenuo e puro) un pericoloso ascendente. Ma, in seconda istanza, si allarmano anche quando scoprono che la scuola, attraverso l’attività del docente, si pone effettivamente come traguardo l’autonomia del ragazzo, e dunque ne stimola il senso critico generale. In altre parole: la scuola addestra i figli al conflitto con i genitori (ma, si badi, anche con il docente stesso). Ovviamente, il termine “conflitto” non vorrebbe suggerire la distribuzione gratuita, da parte degli insegnanti, di armi da taglio ed esplosivi di varia natura. Ma l’insegnante ambisce a diventare inutile, per i suoi studenti: l’autonomia e la libertà sono i frutti ideali di ogni processo di apprendimento. Molti genitori non sono preparati a questa scoperta, che avviene, puntualmente, durante gli anni della scuola “media”.

Il secondo aspetto genera invece un attrito “tecnico” tra genitori e docente. Quest’ultimo insegna (dovrebbe insegnare) con metodologie aggiornate, come ogni professionista, mirando essenzialmente alle fatidiche competenze (sì, lo so, l’attuale vocabolario didattichese è riduttivamente funzionalistico, ma, per carità, soprassediamo). Il genitore, invece, cova dentro di sé il fantasma dell’insegnante che potrebbe ancora scatenarsi nei suoi incubi. Per farla breve, non è impossibile che un docente preoccupato di insegnare come valutare e apprendere determinati contenuti debba fronteggiare gli assalti dei genitori preoccupati invece di quanti (di solito, troppo pochi) contenuti siano stati appresi. A scuola insomma il docente lavora per sottrarre ansia e preparare il contenitore, a casa il genitore premuroso angoscia il figlio perché non è stato farcito a dovere di date, nomi, concetti, principi, giudizi, verità sacrosante e altri idoli vari.

Schemino conclusivo:

educare = tirar fuori dall’allievo ciò che è in lui allo stato nascente.

Insegnare = riempire l’allievo di nozioni da ottenere a comando.

Eccoci alla confusione dei ruoli. Oggi l’insegnante è diventato un educatore e il genitore un insegnante.

 

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