Exhibition (“L’urlo” di Edvard Munch), di Pez

Autoironia un corno!

Continuo ad avere un rapporto controverso con l’ironia. L’ho sempre sentita come un tratto tipicamente novecentesco, una posa intellettualoide e furbetta. L’ironia novecentesca è una pars destruens fine a sé stessa. Figlia della grande autoconsapevolezza occidentale, resta sterile e sguazza nel pensiero debole (meglio: nel cascame del pensiero debole, dal momento che il concetto stesso di pensiero debole avrebbe, come dire, la sua forza). Insomma, di tutto si può sorridere, ormai; tutto si può sottoporre a critica. Già il peggior sofismo, all’origine del nostro pensiero, avvitava ogni concetto fino a svuotarlo. Figuriamoci oggi, al tempo di internet, della globalizzazione, dell’esplosione vertiginosa di ogni sapere specifico.

Quindi no, non sopporto l’autore che, alla fine, stringi stringi, esce di scena con una piroetta ironica.

Ci pensavo l’altro giorno, quando mi sono trovato a seguire su un social il breve post di uno scrittore, che peraltro ha scritto diverse pagine che reputo interessanti. Nel suo breve video suggeriva tre libri. I primi due me li sarei annotati. Il terzo era il suo romanzo (che ho già letto). All’improvviso, l’autore è comparso con una maschera.

Ora, autopromuoversi è una scelta. Ci può stare, specialmente se lo si fa con stile. E, sinceramente, la leggerezza con cui l’autore ha provato a farlo, non l’ho trovata fuori luogo. Infatti, per me il problema non è l’ironia riservata a sé stessi, come persone. Anzi, credo che sia sano ricordarsi che, per quanto possa essere alto lo scranno in cui ci troviamo (o ci crediamo) insediati, è sempre con le nostre natiche che ci appoggiamo. Il problema, per me, è che questa posa si è impressa nell’opera. Ora, forse per quel libro sarebbe più opportuno parlare di commistione fra pop e cultura alta, anziché di ironia (d’altronde, il tema del romanzo sarebbe addirittura tragico), ma nella mia testa è scattato il “clic” di allarme, connesso appunto all’autoironia. Risultato: non ho più annotato i primi due libri.

L’ironia dovrebbe mandare all’aria un’idea, per suggerire il suo opposto (antifrasi) o qualcos’altro. Incredibile potere del linguaggio: mentre diciamo qualcosa, gli altri capiscono che, in verità, stiamo suggerendo altro. Dovrebbe essere un esercizio acrobatico di pensiero. Oggi si è ridotta a un disvelamento di sottane che nascondono mutandoni. Disarcionata una posizione ideale, l’ironia passa alla prossima con il medesimo intento, fino, appunto, a rivolgersi su sé stessa. Non sarebbe meglio, allora, parlare di leggerezza nello stile, o di comicità nella sostanza? Perché, mentre si evita di prendersi troppo sul serio come persone (siamo sempre tutti così buffi, inadeguati…), non si ha più il coraggio di difendere la serietà delle proprie convinzioni e delle proprie opere? Perché si ha così paura di essere gravi, nell’esprimere un pensiero?

Dovremmo puntare a essere snelli e forti nel fisico, ma pesanti (pensanti) nella più leggera delle materie di cui disponiamo per contribuire all’esistenza: la parola.

(L’immagine di copertina viene da qui)

 

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