Il futuro della letteratura
Ogni epoca vive l’estremo. Che ne senta l’ebbrezza dell’inizio o l’angoscia della fine, ogni scrittore avverte alle spalle l’onda gigantesca di una tradizione (da cavalcare, o da cui farsi travolgere) e di fronte una cateratta vertiginosa verso l’ignoto; e basterebbe questa constatazione per concederci il diritto, oggi come sempre, di emettere le nostre sentenze sul filo di un sentimento apocalittico che, a ben vedere, è la temperatura ordinaria di chiunque scriva.
Qualche ragione in più, del resto, parremmo averla, per i mutamenti repentini che, a nemmeno trent’anni dal giro di boa del millennio, ci spingono verso territori di cui nessuna tradizione serba memoria. Il recente caso dello scrittore canadese-haitiano Thélyson Orélien, escluso dalla corsa al Goncourt perché sospettato di aver composto il suo romanzo con ampio ricorso all’intelligenza artificiale (e il titolo, C’était ça ou mourir, suona ora come un aut aut intimato alla letteratura intera), ha rilanciato, al di là della vicenda specifica, la discussione intorno al futuro della scrittura nel tempo dell’AI; vicenda istruttiva, peraltro, già nella sua meccanica, poiché l’accusa, nata da un account anonimo e sorretta da un software di rilevamento che altri software contraddicono, ha dimostrato soprattutto che nessuno, oggi, sa più certificare chi abbia scritto che cosa. C’è chi minimizza e sfida chiunque a scrivere un capolavoro pilotando il nuovo, potentissimo strumento, ricordando come l’auctoritas sia stata da tempo relativizzata non solo dai vari supporti tecnologici, ma dagli stessi meccanismi della filiera editoriale, e in particolare dalla figura dell’editor, demiurgo sempre meno occulto alle spalle di un autore talvolta ridotto a mero personaggio, specchietto per allodole, “gancio” per le speranze di successo; c’è chi decreta, per l’ennesima volta, la fine della letteratura, magari sventolando l’articolo di Eco, dalla storica rubrica “La bustina di Minerva”, che profetizzava l’avvento della macchina che avrà letto tutto – e poco importa che l’articolo si sia rivelato un falso, anzi una vera e propria performance per buggerare democraticamente allodole e allocchi, con tanto di pollice a reggere la pagina dell’«Espresso» per rendere credibile la bufala: per costoro, ulteriore dimostrazione che la letteratura non potrà mai più pretendere di cercare la verità, nemmeno una sua piccola verità particolare, nel tempo delle narrazioni falsificanti a ogni livello, dalla geopolitica al miserrimo profilo di chicchessia.
L’impressione è che il problema abbia radici più profonde, e che l’AI, ahinoi, non sia destinata che ad amplificare i mali attuali: produzione ipertrofica, ambizione letteraria endemica, incapacità di valutare il singolo in relazione a un contesto ingovernabile, poetiche in antitesi eppure pacificamente conviventi, impossibilità di certificare la reale sorgente inventiva di un’opera, lettori pressoché inesistenti e sostituiti da macchine onnivore, e così via. Risultato complessivo: innalzare ulteriormente non solo la quantità, ma anche la qualità media dei libri. Ci avviamo, insomma, verso una nuova età dell’oro, soltanto estremamente frenetica, in cui sempre più scrittori potranno ottenere l’agognata fama – per i fatidici quindici minuti che saranno loro riconosciuti.
Ma il problema, si diceva, ha radici antiche, e a misurarne la profondità è proprio uno di quei demiurghi: Antonio Franchini, editor e scrittore disincantato, di qualità riconosciuta su entrambi i fronti, che in Leggere possedere vendere bruciare (Marsilio, 2022) ricorda come Il deserto dei Tartari, uscito nel 1940, fosse ancora ristampato in edizione rilegata nel 1969 e ancora letto, all’inizio dei Settanta, come una novità; come le opere di allora avessero tutto il tempo di farsi assorbire, al modo di una pioggia autunnale lenta e nutriente che imbeve il terreno poco alla volta, mentre i successi di oggi – e cita Canale Mussolini, Strega 2010, romanzo nato per entrare nell’immaginario di una nazione e rimasto alla superficie della memoria collettiva – sono tempeste tropicali che allagano il terreno, lo sbancano e non lo fertilizzano, incendi allargati dal vento. Tanto che, conclude perentoriamente, dopo la morte di uno scrittore allora cominciava il processo di canonizzazione, oggi comincia l’oblio. L’AI, in questo quadro, non appicca nessun incendio: è soltanto un vento in più.
Ora, se il destino della letteratura sia davvero segnato, o se un giorno tornerà possibile dare forma a un’epoca attorno a qualche capolavoro riconosciuto e capace di resistere al tempo, non saprei dirlo: la futurologia, anche letteraria, è una scienza che si smentisce da sé. Al pessimismo della ragione avrebbe pur senso opporre l’ottimismo del desiderio, nella certezza che spendere una vita a inseguire un obiettivo tanto alto e sofisticato basterebbe a renderla meno vile, forse persino più luminosa, anche al cospetto del fallimento. Il bello di scrivere, insomma, più della soddisfazione di aver scritto; e persino il piacere insito nella fatica di scrivere – con la macchina che potrà attendere il suo turno, semmai, quando le spetterà sostituire il lettore scomparso, ma guai a permetterle di sostituire l’autore là dove egli vive, e dispera, e gode, e attende, e si annulla, e si realizza. Dunque, più che la fosca profezia della fine, è altro a inquietare. È la rassegnazione imperversante, il “mal comune mezzo gaudio” di chi si accontenta dei quindici minuti di gloria che, prima o poi, toccheranno anche a lui. È l’accettazione del principio per cui la propria mediocrità potrà essere ritoccata da altri o da altro, e spacciata, almeno per un momento, per eccellenza. Qui il presunto scrittore si tradisce, perché tradisce le parole: compie una mistificazione, accetta e consacra l’inganno. Nel tempo della mediocrità, ossia degli standard più elevati di sempre, ciascuno potrà crearsi lo specchio che allunga e snellisce la figura, lieto, da nano, di vedersi gigante. E sia chiaro: non penso affatto a un contrattacco titanico al sistema, a una moreschiana pretesa di grandezza a dispetto di tutto e di tutti. Si tratta di tornare a volgere lo sguardo alle nostre spalle, verso i giganti della tradizione, perché solo il confronto con quell’onda da cui siamo partiti potrà innalzare la nostra pochezza. Si tratta di passare dalla mediocrità di chi disconosce la tradizione e sgomita solo con i contemporanei, schiacciati dall’angoscia della fine, per riscoprire la modestia di chi si affida a uno strumento più potente della sua stessa potenza creativa: e non si tratta del sapere sconfinato della macchina, ma la memoria umana che filtra, sceglie, plasma, persino equivoca una tradizione secondo il proprio specifico punto di vista esistenziale. Si tratta di rifiutare la postletteratura patinata pronta per il mercato mondiale e il consenso standardizzato e risalire invece i sentieri che ciascuno vorrà percorrere per inventarsi una genealogia e accettare nuovamente di percepirsi nani sulle spalle di giganti. Ciò significa, strategicamente, tornare a rileggere il modernismo e la percezione della crisi degli istituti letterari di cui si era fatto carico, alla ricerca di una soluzione diversa rispetto alla stagnazione postmoderna, magari in consonanza con l’esempio di Anne Carson, premiata con il Nobel proprio in queste ore, e capace di riattingere alla tradizione classica per generare nuove forme per la letteratura contemporanea, come recita la motivazione.
Il futuro resta comunque imperscrutabile, vivaddio; l’esito della nostra avventura non è predeterminabile. Ma la sfida ci pare piuttosto chiara: opporre all’oblio la memoria e ritrovare la grandezza e la bellezza nella modestia, persino nella meravigliosa miseria del nostro restare – chissà ancora per quanto – pienamente umani.




Marco Merlin



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