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Anonimo, di Tiziano Masini

Il Grande Autore Sconosciuto

16 Marzo 2016/0 Commenti/in POESIE E RACCONTI/da Andrea Temporelli

(L’opera scelta come copertina – cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa – è di Tiziano Masini)

Benché non avesse pubblicato pressoché nulla, a parte un manipolo di poesie su rivistine ciclostilate, il Grande Autore Sconosciuto, che il più delle volte coincideva con il Giovane Autodidatta Solitario (d’ora in poi, amichevolmente, Gas) era in attesa della sua necessaria consacrazione. E per consacrazione, nel suo caso, intendeva esattamente l’assunzione nell’olimpo dei classici. Il fatto che non avesse ancora scritto una paginetta dei suoi capolavori era in fondo un dettaglio. La sua occupazione principale era quella di smaniare per la pubblicazione, di predisporre i contatti e le occasioni per preparare l’evento, di progettare i suoi scritti — di tutti i generi: poesia anzitutto, certo, ma anche racconti, romanzi, pièce teatrali, saggi critici, radiodrammi, sceneggiature: la sua fantasia non aveva limiti. E si stupiva di come il mondo della cultura potesse ancora andare avanti senza di lui. Anche quella rivista così combattiva intraprendente e lungimirante, perché non aveva ancora chiesto a lui di rispondere all’inchiesta carina che stava portando avanti da qualche numero?

Perché scrivi?
«Perché ho un rapporto intimo con il mondo.»
Qual è il tuo scarto rispetto alla narrativa odierna?
«Leggo poco gli scrittori contemporanei e non mi sono mai posto il problema di che cosa sia o dove stia andando la narrativa odierna. Io vado per la mia strada. In direzione ostinata e contraria, mi pare di intuire. Non ho compagni al fianco.»
Indicami un ingrediente a te caro per l’elaborazione del capolavoro di domani
«La grandezza. Intesa ovviamente non in senso materiale. Si possono scrivere anche quindici paginette, ma nelle quali ci si giochi tutto.»
Strappa un angolo dalla tua veste perché ci si possa fare un’idea del tessuto: autocìtati.
Qui Gas dovrebbe, a rigor di logica, trovarsi in difficoltà, non avendo ancor scritto nulla: macché, lui ha già nella testa una notevole quantità di frasi che, ne è certo, entreranno nelle sue storie, quando sarà davvero il momento di scriverle. Certo, per una citazione serve qualcosa che sia dinamite.
«Dunque, vediamo… Scegliere è imbarazzante, anche perché ritengo che tutto, nelle mie opere, sia essenziale… Ogni singola parola, ogni virgola, ogni postura sintattica è frutto di una riflessione profonda… Ecco, dunque, un po’ a caso, dal nuovo romanzo, che ho da poco cominciato a scrivere:
“Sì, ora ti uccido. Certo. È un gioco. È un gioco? Non è più un gioco. Ho doppiato il mio sguardo e sono diventato adulto adesso. Davanti a questo specchio. Sento tutta la mia forza. Perciò ti uccido. Risparmiami le tue parole. Non vellicare i morti. Tra poco potrai baciarli. Tra poco. Finiscila di scrivere. Questo sudicio suicidio che non ha fine. Sì, ora ti uccido. Certo. È un gioco. È un gioco?”»
Come si forma un’opera nella tua officina?
«Suppongo che dall’esterno si possa aver un’impressione errata, della mia officina. Dicono che il controllo della materia in me sia esasperato, che non ci sia abbandono, azzardo, spontaneità. Diciamo pure incoscienza. Affermano che il mio stile sia troppo sorvegliato, troppo perfetto. Eppure, come ho cercato di dire in altre occasioni, la disciplina esiste, ma è solo preparatoria; quando arriva, l’ispirazione butta all’aria tutti i piani e i calcoli non tornano mai. Dunque, la mia officina è sempre in ordine, prima: i libri al posto giusto, la legna per il camino è pronta, lo sherry a portata di mano… Poi scoppia il vulcano, e la lava erutta in diverse direzioni, aprendo svariati crateri. E arrivo a scrivere febbricitante, nel cuore della notte, al freddo, con lo stomaco a pezzi, a digiuno da giorni. Naufrago sulla pagina, letteralmente, e sono disperato e non so che cosa fare. Sono solo e non ho nulla. Finché capisco che, in fondo, il bello è proprio questo.»
Qual è il tuo maggior cruccio, rispetto a quanto hai finora scritto?
«Quando pubblico un libro, non mi appartiene più. È una scelta radicale. In fondo, io non smetterei mai di scrivere e riscrivere. Arriverei a corrompere la pagina autentica, a profanare il testo sacro che mi sono inventato. Scriverei infinite volte la stessa storia. Arriverei alla pazzia. Quindi, per salvarmi, mi impongo, a un certo punto, di fuggire. Sono una specie di Don Giovanni, solo che ogni volta che abbandono una donna, abbandono la sola donna che abbia mai amato nella vita.»
La critica più intelligente che hai ricevuto diceva che…
«Mi hanno definito in tanti modi diversi e contraddittori: uno scrittore postmoderno, un realista assoluto, un visionario, un umanista d’altri tempi… Credo quindi che abbia ragione il critico che ha affermato che, per riuscire a capirmi davvero, sarebbe necessario liberarsi una volta per tutte da qualsiasi categoria interpretativa, e ricominciare tutto da capo.»
Si beava, Gas, del proprio genio. Davanti al sogno di queste risposte, quasi quasi avrebbe preso in mano la penna, per annotarsele, ma in fondo sarebbe stato tempo sprecato. Altro che piccole inchieste! Se anche questa rivista specializzata non aveva ancora scoperto il suo genio, non era certo un problema suo. E il genio non difetta di pazienza. Così già Gas si rituffava nella propria indefessa disciplina propedeutica e immaginava, vittima di una nuova autoipnosi, le copertine di vari numeri monografici a lui dedicati. Quelle di gossip, con qualche scoop sulla sua biografia, magari avrebbero intervistato anche qualche sua futura ex (“bisogna trovare il modo di farlo sapere a tutte le ragazze, che sono un genio”), e via così, fino alle inevitabili comparse in tivù, che in cuor suo Gas disprezza, ma alla quale dovrà pur concedere qualche intervista, almeno per esempio a Marzullo in occasione della vittoria al Premio Strega…
«Caspita, e che si può rispondere a una domanda come la fatidica: “Si faccia una domanda e si dia una risposta?” Dicendo che è una domanda cretina? Che è una domanda geniale?». Il vulcano gorgogliava. In effetti, si tirò un po’ su dalla sedia nella quale era sprofondato e sollevò un poco il sedere da un lato, aiutandosi con uno sforzo degli addominali per liberare un peto. Silenzioso, controllato. Si ricompose subito, come fosse davvero davanti alla telecamera, un attimo prima della fatidica domanda, e non nel suo desolato appartamento di periferia. «Mi farei una domanda terribile e mi darei una risposta che mi ridurrebbe a zero, se davvero potessi sdoppiarmi e interrogarmi. Ma qui, in uno studio televisivo, davanti a una telecamera, non è possibile essere sinceri, e solo un cretino potrebbe rispondere in buona fede.» Si compiacque ancora una volta di sé: questa era una non-risposta che sarebbe anche servita per mostrare il proprio disprezzo per la televisione in modo garbato e intelligente, lasciando intendere che non si contraddiceva a trovarsi lì, che non scendeva a compromessi con il mondo falso e ipocrita che, in fondo, con la sua arte combatteva più di ogni altro. Lui, così grande da essere un vero classico e allo stesso tempo uno scrittore apprezzato sopra ogni altro già in vita.
«Come dice? Il mio rapporto con il successo? L’idea in sé è morbosa e in quanto tale mi disgusta. Per un certo momento ho pensato che fosse la dimostrazione della mia mediocrità, perché, lei capisce, le ragioni del mondo non sono quelle della letteratura. Insomma, il successo non mi interessa, mi è caduto addosso e cerco di conviverci.»
In linea di massima, però, il suo stile nelle interviste sarebbe stato epigrafico, fulmineo.
Quand’è che sente di aver terminato un nuovo libro?
«Mai. Un libro non si conclude, si abbandona.»
Lei, è noto, è uno scrittore estremamente esigente con sé stesso e molto di quello che scrive alla fine lo distrugge. Quando capisce che l’opera che ha scritto funziona e merita di essere pubblicata?
«Quando mi permette di dire: “Averla scritta, mi ha reso un uomo migliore”.»
Qualcuno trova che le sue opere, per quanto leggibili e di successo, risultino all’occhio più attento difficili da capire fino in fondo.
«Io non scrivo per essere capito. Io scrivo per essere studiato.»
Ora permetterà qualche domanda personale. Un aggettivo per definirsi come persona?
«Morbistente. Sì, come la pubblicità della carta igienica. Del resto sto sul culo a molti scrittori».
Il suo prossimo viaggio?
«Sempre lo stesso. Quello da me a me; al più, da me al cortile. O, se riuscissi ad andare davvero molto lontano, da me ai miei figli.»
Ma le interviste non sarebbero certo state il suo impegno principale, non per lui, così schivo e anzi schifiltoso rispetto alla mondanità — ma anche qui, essendo ormai parte di un sistema colossale, che si innestava su circuiti editoriali addirittura mondiali (l’uscita del suo nuovo libro sarebbe stata prevista in dieci paesi in contemporanea), la partecipazione ad alcune serate di gala, a discussioni sul libro che un critico gli aveva appena dedicato, e poi ancora cene, incontri con docenti universitari che istituivano corsi su di lui con relative giovani studentesse che lo pretendevano come argomento per la loro tesi, e poi tanti giovani aspiranti scrittori (come lo era stato lui un tempo!) che pendevano dalle sue labbra di guru degli scrittori del nostro tempo… accidenti, alla fine della giornata, c’era da stupirsi se Gas, fiaccato da queste preveggenti preparazioni al proprio successo, non avesse più energie per scrivere i propri capolavori?
Potreste, voi, biasimarlo?

 

Tags: NARRATIVA CONTEMPORANEA, TEMPORELLI
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