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Per una nuova epocagratuito da pexels.com

Per inoltrarci in un’epoca nuova

5 Luglio 2017/0 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Dar fine all’epilogo

Di discorsi sulla crisi della poesia non se ne può più, viviamo in tempi saturati da iniziative culturali e il pubblico oltremodo annoiato tenta di rianimarsi con intrattenimenti ben più allettanti, comodamente seduto sulla propria poltrona. Ma rileggere il Novecento, per superarlo, è fondamentale.

Certo, parliamo di Novecento consapevoli che il secolo esiste solo in quanto fantasma, che però agisce veramente sulle nostre coscienze, ci propone le sue eredità, le sue domande irrisolte, le sue risposte incapaci di darci pace. A noi interessa la filologia del futuro, per questo serve definire il corpo inerte che ci lasciamo alle spalle, se davvero possiamo/vogliamo inoltrarci in un’altra epoca.

Tra utopia e risveglio

Che cos’è, dunque, il Novecento? Proviamo a sbozzarne appena il volto…

Il Novecento è il secolo dello choc tra utopia e risveglio. È l’astiosa ricerca di realismo di chi vuol punire i propri sogni. È l’adesione cinica alla vita di chi ha smesso di vivere. È un matrimonio senza amore dettato dal senso di colpa.

All’inizio, pareva che la poesia, pur reietta, rivendicasse i propri cieli, esecrando la scienza che la dissacrava. Poi ci si è rassegnati a volare basso: si è accettata la finzione del reale.

Il problema, ovviamente, non è scrivere impennandosi su immagini reboanti, denigrando schifiltosi il presunto minimalismo: semmai, è far saltare questo stesso dualismo. Non credere, cioè, che il mondo sia lì, alla nostra portata, oggettivo, inerte. Perché anche noi siamo parte del quadro e il nostro movimento sommuove gli orizzonti.

Una sfida: ricongiungere fantasia ed esperienza, ispirazione e sguardo, presunzione e umiltà.

Il Novecento è il secolo dell’ironia, figlia capricciosa del presunto (e presuntuoso) realismo. Qualunque cosa si dica, c’è sempre una battuta pronta a smontare il discorso, pronta a paventare il limite di ogni affermazione, pronta a lasciarci nudi. E poi? E poi non c’è più niente da ridere, una volta che si è nudi. Perché fare dell’ironia significa lasciar intendere di saperla lunga, salvo poi defilarsi elegantemente per non doversi calare i pantaloni e prendere atto della reale (e regale) realtà: il nulla attorno al quale fila l’elica del nostro patrimonio genetico, l’immaterialità sostanziale dell’atomo. Tutto spazio ancora abitabile, frontiere impertinenti che ci sorridono. Senza ironia.

Da soli, fare giustizia di sé

Altra sfida: imparare nuovamente la leggerezza del pensiero, l’ingenuità che affonda, ridendo di noi stessi ma non delle cose che facciamo seriamente, con passione.

Il Novecento è il secolo della Tradizione che incombe, mastodontica, inibente, da adorare e farne un feticcio oppure da tradire, come figli ribelli. È il secolo delle giovinezze già tarlate dalla vecchiaia, della consapevolezza precoce, della letteratura accettata come nostalgia. È il secolo dell’orizzonte postumo in cui proliferano le poetiche, i congegni preconfezionati per far scattare la scintilla creativa. È il secolo della poesia studiata in vitro, delle reazioni a catena controllate in laboratorio, delle emozioni anestetizzate dall’intelligenza.

Terza sfida: ricordarsi che la poesia è evento irriducibile al progetto, innesco vitale a qualcosa che, mentre cerchiamo di dargli forma, ci “informa” a sua volta.

Non si scrive, infatti, per riprodurre o conservare, si scrive per mantenere in vita, per far sì che ciò che ci ha attraversato continui a pullulare, a generare in noi. L’unico modo di tamponare l’emorragia della memoria è quello di stornare gli occhi dal passato per lasciarlo andare con amore. «La vittoria è di chi dedica e dimentica», recita un verso di Milo De Angelis. Se non c’è perdono, non c’è creazione.

Sperimentare l’essenziale

Il Novecento, poi, è il secolo delle Avanguardie. È il secolo delle azioni di gruppo, delle ricerche collettive, delle sperimentazioni globali.

Ancora: cercare il confronto che riconduce al centro della solitudine, perché l’altro non è uno specchio che regge all’urto della propria vanità.

L’unica sperimentazione è rivolta all’essenziale, e l’essenziale è sempre ciò che differisce, ciò che manca a ogni identità costituita. Mettersi in rete, oggi, ha senso soltanto se tutti sono contemporaneamente al centro e alla periferia, se restano imprendibili, se attraverso il contatto comunicano il loro essere-sempre-altro rispetto al sistema: così circola davvero ossigeno e ogni volta si è a un passo dal crollo, sempre in pericolo, sempre desti.

Il Novecento è il secolo della paralisi conoscitiva, del nichilismo a buon mercato, che costa poco e rende molto. Ricordate? Possiamo pronunciare solo ciò che non siamo e ciò che non vogliamo (ma chiedo scusa al Montale qui ridotto a feticcio, poeta invece così centrale nel secolo da rendersi precocemente consapevole di dover finire fagocitato da se stesso e dal mercato). Il Novecento è il secolo del frammento, del balbettio, dell’afasia. Nasce qui il pruriginoso desiderio di raccontarsi, di tornare a dire, di svolgere i nostri versi usando appieno tutte le potenzialità ritmico-sintattiche della lingua. E non è semplice, certo, orchestrarle mantenendo alta la tensione, dall’inizio alla fine. Si rischia la caduta di tono, l’inflessione infelice, oppure la retorica fanfaresca.

Ennesima sfida: non limitarsi a un solo strumento espressivo, cercare piuttosto uno stile abbastanza evoluto da lasciarci liberi di dire tutto ciò che ci sta a cuore.

Purché, ovviamente, si tratti di cose che veramente ci stanno a cuore, vale a dire che non ci si faccia prendere dalla smania di dimostrare che tutto è potenzialmente poetico, anche, chessò, la lettura di un giornale.

Certo, certo, tutto è poetico. Ma non è solo una questione di tecnica, di intelligenza, di applicazione.

Responsabili della nostra nascita

Lasciar essere le cose, costruire uno spazio di attenzione e di silenzio, smettere insomma di imbavagliare con etichette prefabbricate ogni piccolo palpito di novità.

Ecco, il Novecento è questo e tant’altro ancora. È la consapevolezza che lo spettacolo è finito da tempo, eppure siamo sempre qui davanti al sipario calato. Tali sono anche le provocazioni raccolte in questa pagina. Siamo immuni a ogni provocazione, abbiamo visto tutto, dissacrato tutto. Siamo adulti e vaccinati. Le raccomandazioni degli altri ci danno, al massimo, un brivido momentaneo. Per lo più: fastidio. Siamo ipersensibili, maliziosi, nevrotici.

Perché, allora, radunarsi di nuovo per celebrare la fine? Forse, per provare una volta per tutte a porre fine all’epilogo. Non tanto, dunque, per parlarci addosso, ma per guardarci in faccia, annusarci, toglierci le maschere. Non tanto per proiettare le nostre prospettive sulla poesia, ma per lasciarci inondare dalle prospettive della poesia. La poesia non si de-finisce, non si programma: comincia sempre un po’ oltre il punto che potevamo immaginare.

Ricordate questi altri versi? «Chi non sedé angosciato dinanzi al sipario del suo cuore? / Si aprì: la scena era addio». «S’è mai cominciato?» (Rilke).

Sì, l’inizio è irraggiungibile. Ma non perché è impossibile. Perché è già stato, e non ce ne siamo ancora accorti. C’è stato, e noi non c’eravamo.

Che cosa sia il Novecento ce lo dice un secolo di poesia: una terra desolata, una sconfinata discarica, un’eterna attesa di nessuno.

È questo, ancora, il nostro orizzonte? È una risposta che sentiamo di poter sottoscrivere, oggi?

La domanda per tutti quanti è, in fondo, una sola: “Vogliamo renderci finalmente responsabili della nostra nascita?”

 

Tags: POETICA
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