Dante Alighieri

Didattica della poesia ovvero insegnare poeticamente

Schiudere i cuori dei fanciulli alla Somma Conoscenza, è inutile negarlo, è un bel casino. Quando poi si tratta di insegnare poesia…

Con tutte le difficoltà che si trovano per far capire la differenza tra un verbo transitivo (“no, andare non transita!”) e un verbo intransitivo, com’è possibile iniziare i giovani alle prelibatezze della Sapienza, introdurli nelle Segrete Cose?

Eppure, i ragazzi sono lì, già tutti pronti a sporgersi sugli abissi della loro anima, frementi e impauriti come uccellini al primo volo. Noi adulti, invece? Ci buttiamo nelle aule come soldati in trincea.

Per insegnare, bisogna sentire. Essere coscienti anche di tale contesto.

Soprattutto per insegnare poesia, bisogna educare a sentirla. Non c’è bisogno di spiegarla, o meglio, lo si può fare soltanto dopo averla già bevuta.

Prima regola: innescare la sete.

Seconda regola: abbandonare il tempo del pensiero normale ed entrare nel tempo della poesia. Leggere, insomma. Rispettando il tempo della poesia, non le scansioni con cui vorremmo somministrarla. Facendo gustare il reato che si sta compiendo nel cuore delle istituzioni.

Terzo: non dire: “guarda, c’è una allitterazione”, ma fa’ loro sentire la folata di vento dei suoni che a un tratto si apre nel testo:  facciamola finita fammi fuori.

Qualcuno dirà: ma così si vuole impressionare gli alunni creando un contesto poetico, piuttosto che fare loro veramente capire la poesia.

Falso! La poesia non può vivere nella loro mente, in qualche luogo astratto e separato: può pulsare soltanto nel loro corpo, battere nelle loro tempie, innervarsi nelle aule, spezzando il fiato al compagno di banco, sentendo il singhiozzo emozionato dell’insegnante che legge: solo lì abita la poesia. Nel folto della vita.

Non avranno memorizzato un solo verso, in questo modo? Pazienza, lo faranno dopo. Avranno, piuttosto, trovato il punto da cui può nascere la poesia: non dai libri, ma dalla voce. «E poi che la sua mano alla mia puose, / con lieto volto, ond’io mi confortai, / mi mise dentro alle segrete cose».

Quante manine tese e trepidanti, alzando la testa dalla cattedra!

(da Nodi di Hartmann)

1 commento
  1. Massimiliano dice:

    Ci vogliono i maestri giusti. Non ne ricordo uno che abbia letto una poesia in classe. Dico uno. Però ricordo l’ultimo verso di una poesia, che non era ovviamente da studiare, troppo moderna, un linguaggio troppo comprensibile figuriamoci. La lessi cosí, pur di non stare attento a non ricordo quale lezione. Era di un poeta italiano. Parlava di trasparenza. Di lui che vedeva attraverso i muri delle case, un paesaggio totalmente terso, in ogni direzione, tanto che vedeva “sotto la terra i morti”. Ero alle medie e quel solo verso fu una rivelazione.

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