La scena del risveglio del protagonista, dal film Matrix

Nella pancia di Matrix

In questi giorni di tregua dalla scuola mi sto concedendo un po’ di ozio (attività in famiglia, letture, preparazione di lezioni…).
Colgo l’occasione per ripensare al percorso compiuto quest’anno con il sito e rilancio alcuni vecchi articoli, cui sono particolarmente affezionato. Questo era apparso il 24 giugno.

Questa intervista a cura di Davide Brullo è apparsa su “La voce di Romagna” del 18 giugno. Nel pubblicarla, Davide ha voluto togliere il suo nome, dai pochi esemplari che mi ero permesso di avanzare: qui sotto invece lo trovate là dove deve essere.

Magmatico, radicale, radioso: Andrea Temporelli ha scritto una delle opere critiche più avventate e vigorose del tempo presente. Lo abbiamo stanato dalla sua solitudine

In cerca dello sguardo abbagliante. Andrea Temporelli, nome da assalto e da battaglia, è così. Per diciotto anni (dal 1996 fino al 2013) ha guidato la rivista letteraria “Atelier”, che ha svezzato un paio di generazioni di poeti e sconvolto la placida carriera dei lirici “laureati”. Poi, evitando le celebrazioni e dando fuoco al carro del trionfo (nel 2005 ha pubblicato per Einaudi “Il cielo di Marte”), si è fatto altrove. Dalla tribuna della solitudine, Temporelli ha partorito un poema (“Terramadre”, per il piccolo, tenace editore Il Ponte del Sale), un romanzo (“Tutte le voci di questo aldilà”, per il riminese Guaraldi) e ora il libro che raccoglie editoriali, lettere e incontri di quando dirigeva “Atelier”, Smarcamenti, affondi e fughe (Giuliano Ladolfi Editore). Un libro, ne abbiamo già scritto, militante, militare e miliare. Pieno di bagliori e di colpi di lama. Per questo, abbiamo stanato Temporelli. Capendo che il suo non è un eremitaggio, ma l’assalto alla profezia, l’approdo al futuro.

Che senso ha la raccolta di editoriali di Atelier? Un gesto nostalgico, risolutivo, cosa?
Ogni bilancio è un rilancio. Gli editoriali che scrissi per Atelier erano bengala lanciati per mappare gli smarrimenti e gli assalti della giovinezza. Durante quell’avventura mi sono intestardito e alla fine mi sono perso, rifiutato dai compagni, esiliato dalla mia stessa generazione. Ora, reietto, quegli editoriali mi restano addosso come cicatrici che rimordono e chiedono cura, pretendono una soluzione evolutiva diversa, dal momento che l’opera comune non si è realizzata.

Da allora, vent’anni fa, ad oggi: cosa, sommariamente, è cambiato nella poesia italiana?
È successo che nel frattempo la poesia italiana è morta, quindi la domanda non ha senso. La poesia italiana non esiste più. So che agli altri la mia affermazione sembrerà un proclama pretestuoso e riciclato, mentre per me è un’evidenza, una considerazione ovvia. E’ tutto peggiorato, quindi: le energie telluriche che allora si agitavano e potevano generare un salutare cataclisma sono state assorbite come scosse di assestamento, sia per la forza del sistema sia per la debolezza dei possibili protagonisti della storia, cui ora tocca il compito di elaborare questa miserabile responsabilità. I fatti crudi sono questi: i pochi maestri del Novecento sono nel frattempo morti; i presunti eredi si sono ridotti a manichini, dal momento che con gli anni si sono sfilati da soli la spina dorsale, come dimostrano i loro libri sempre più sbiaditi; quelli dell’opera comune si sono dissolti come neve al sole, senza lasciare testi capaci di incidere e senza creare le condizioni perché un’eventuale opera capace di lasciare il segno fosse quantomeno inoculabile nel corpo della tradizione, ridotto ormai a cadavere inerte. I più giovani? Una masnada indistinguibile di belle faccine o di tigrottini carini, buone per le passerelle nei festival estivi. A dispetto di queste mie parole, comunque, io resto pieno di speranza e di vita, mi guardo intorno con tranquillità, continuo a cercare cellule di condivisione. Non appartengo all’abisso della mia epoca. Non mi sento alla fine, ma all’inizio di tutto. E non sono nemmeno un eroe romantico in preda a un titanico delirio di onnipotenza: sono una favilla che risale il camino, felice di uscirsene all’aperto, all’avventura. Del resto, il panorama che ho espresso potrebbe per quel che mi riguarda mutare domani stesso. Ne dubito, per le ragioni che ho esibito, ma sarei felice di dovermi ricredere.

Tu, per altro, hai abiurato (così pare) la poesia per verificare il genere del romanzo. Cosa ti ha spinto a questo salto (avvertito, per altro, negli interessi verso la narrativa denunciati negli ultimi anni della tue gestione di Atelier)? Cosa scrivi, ora, oggi, poesia, prosa, qualcosa che prescinda da queste categorie?
Io sono e resto un poeta, qualunque cosa scriva. Non ho mai abiurato la poesia, anche se posso attraversare periodi in cui non si forma in me nessun verso. In questi casi resto guardingo, mi preparo, cerco di farmi ricettivo, ma non mi forzo alla scrittura.
Le mie prime prove narrative risalgono al millennio scorso. Negli anni, mentre mostravo la mia attività critica e poetica, ho accumulato quaderni di appunti con immagini, storie, personaggi, dialoghi. Ne avevo bisogno, mi sentivo assediato da queste voci, che ora costituiscono un formicaio che mangia alla base ogni momento della vita. Scrivo quando mi capita di sollevare qualche parte di me e imbattermi in questo formicaio. Il mio romanzo d’esordio, Tutte le voci di questo aldilà, è emerso quando ho cominciato a chiudere la stagione di Atelier, mentre osavo l’ultimo, testardo rilancio. In questo senso, forse, tra questo mio volume di critica e il romanzo c’è una staffetta o, meglio, un legame di sutura.

Ti chiedo di indicare alcuni momenti capitali, per orientarci. Il numero di Atelier a cui sei più legato; il poeta che sei più fiero di aver scoperto; il poeta che sei più felice di aver studiato.
Il percorso di Atelier (ovviamente mi esprimo in merito ai numeri che ho curato, ovvero fino al settantaduesimo fascicolo) mi appare come un’onda che continua a rinnovarsi. Di volta in volta, la cresta si può spostare, ma in verità tutto rimane al suo posto. L’energia del primo editoriale fuoriesce nell’ultimo, benché i contesti, i riferimenti occasionali e forse persino lo stile restino imprigionati nella prospettiva storica. Detto ciò, l’incontro di molti giovani convocati a Borgomanero nel 2001, quando ancora nessuno aveva particolari credenziali letterarie da avanzare, oppure il convegno di Firenze del 2003, a Palazzo Vecchio, che ha davvero radunato tante esperienze da tutta Italia e posto faccia a faccia le ultime generazioni di poeti, mi sembrano momenti emblematici.
Sono fiero di aver dato a molti la possibilità di dimostrare il loro valore. Non posso lasciarti dei nomi, perché quelli che per me sono realmente autori imprescindibili esistono nella mia tradizione personale: come ti dicevo, intorno non c’è nulla di condiviso che non sia un caos indistinguibile o un perfetto giardino inglese – due versioni della stessa realtà. Nel via vai di libri, festival, premi, classifiche ecc. non sta accadendo più nulla. Che senso ha dirti, per esempio, che fra i pochi poeti che mi interessano leggere ci sei tu, Riccardo Ielmini e Andrea Ponso? Sono nomi che non esistono, per chi abita ancora nell’aldiquà, per chi dorme ancora nella pancia di Matrix.
Anche gli autori che a suo tempo ho studiato con felicità ora sono affondati in un sistema di opere che in me sta producendo collassi, esplosioni, dispersioni stellari. Non sento sulla testa nessuna costellazione fissa. Sto precipitando io o davvero l’universo sta cambiando forma? Ha senso questa mia ultima domanda?

Leggo, attraversando i tuoi editoriali, una idea di poesia, anzi, una idea di approccio alla scrittura, netta, radicale, dentro il mondo ma fuori dal mondo. Riesci a riassumerla? 
No. Mi manca una visione d’insieme del processo di cui sono parte. Dall’esterno, lo so, a molti ho dato l’impressione di un controllo totale, di una sapiente gestione della scrittura. Anche perché sono sempre pronto a ragionare, a rendere conto delle mie scelte – ma a posteriori. A qualcuno sono sembrato uno scrittore addirittura intellettualistico. In verità, io dall’interno ho un’immagine di me ben diversa. Forse questa discrepanza si deve alla cura che ho nel nascondermi, nel lasciare in ombra le fasi distruttive e magmatiche, nella pazienza che mi impongo nel nascere. Non tollero invasioni alla mia solitudine creativa: il rapporto con gli altri viene prima e dopo, preme intorno.
Mi piacerebbe scrivere tutto ciò che mi è necessario, poi avere il tempo di separarmi dalla mia stessa opera, di abbandonarla, per scegliere e offrire al lettore solo un dono compiuto, solo ciò che serve. Questa non è un’idea artistica di perfezione, ma una tensione etica al contegno, alla concentrazione. La biblioteca si è fatta insostenibile: si scrive anche per distruggere e compendiare, sia il lavoro altrui sia il proprio. Ogni vero scrittore, oggi, vuole scrivere la propria bibbia.

Cosa leggi ora, dove è degno guardare per sarchiare poesia?
Leggo sempre tutto quel che posso. Spesso anche autori mediocri, consapevole che c’è anche in loro un’intuizione che va sviluppata. Occorre giustiziare tutte le poetiche. Ma leggo sempre meno poesia, anche se fatico a tenere in piedi le distinzioni fra i generi e le forme di scrittura. Leggo testi scientifici, teologici, di psicologia, di arte, di filosofia. La poesia è il punto di fuga di ogni sapere che si sia dato una prospettiva, che abbia sconfitto il proprio delirio di autosufficienza.

 

1 commento
  1. fabio dice:

    Per il grande progetto (abbandonato) dell’Opera Comune bisognerebbe rinchiudere gli estroversi, coloro che vivono il mondo e nel mondo di tutti i giorni, nella tana dell’ impegno collettivo. Vedo sempre un po’ di egoismo individualista nell’eremita cronico.

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