Czesław Miłosz

La velocità del pensiero: Czesław Miłosz

Qual è la velocità del pensiero?

A leggere certi scrittori, verrebbe da fare un elogio alla lentezza, per come sembrano regalarci tempo attraverso pagine così ponderate e sontuose, come avessimo davanti l’eternità per assaporarli; altri, invece, ci dànno la scossa adrenalinica di un pensiero che va dritto alla meta senza compiacimenti, istintivo e fulmineo.

Il lettore del volume Il cagnolino lungo la strada del polacco Czesław Miłosz (premio Nobel nel 1980) dovrebbe forse destreggiarsi fra entrambe le possibilità, per gustarne appieno il festoso assemblaggio (apparentemente caotico) di pensieri, saggi, brani narrativi, citazioni, poesie e aforismi. Già, perché la sintesi di alcune pagine di tale volume è davvero ricca e sapiente: per coglierne l’acume, dobbiamo avvertire di contemplare soltanto la punta di un iceberg. E, d’altra parte, l’intuizione guizza tra queste righe come un’anguilla, ci seduce con movimenti flessuosi che ci espongono al paradosso. Come quando, visti i tempi che corrono, il vero oppio del popolo è riconosciuto nella cultura nichilista, vale a dire nella nera beatitudine di credere che dopo la morte non ci sia nulla: «Dà un sollievo enorme l’idea che per le nostre infamie, misfatti, vigliaccherie e assassinii non saremo giudicati».

Certe riflessioni legittimano la sensazione che la partita aperta da questo libro chiami in causa l’intero Novecento, la sua storia e la sua cultura: del resto, a scrivere è appunto un intellettuale novantenne tanto acuto da non lasciarsi imprigionare dal suo ruolo, da non accettare, insomma, di vestire i panni del testimone che giudica e lancia proclami. Ecco allora il senso di un punto di vista straniante, attorno al quale prende forma questo libro senza forma: il cagnolino del titolo è il protagonista del primo brano, in cui l’autore si ricorda impegnato nell’impresa giovanile di esplorare la sua terra, quando attorno a lui abbaiavano zelanti cagnolini che, al principio del secolo, accompagnavano i passanti. Miłosz fa i conti col ventesimo secolo così, con una mossa leggera e ariosa, con tutta la flagrante giovinezza interiore di cui è capace.

E non si tratta di un ripiegamento minimalista, ma della certezza che ogni nostro pensiero del mondo e della storia è inadeguato, provvisorio. Molte generazioni che si credevano “decisive” si sono susseguite nello sguardo del cagnolino, lungo la strada.

Libro aperto o libro chiuso, dunque, questo di Miłosz? Libro che segna una disfatta della pretesa di sistematicità del pensiero, oppure percorso che sa addomesticare nei suoi movimenti capricciosi la naturalezza e la libertà della vita? «Gli animaletti dei disegni animati per i bambini», ci dice in un’altra pagina, «hanno tanta somiglianza con gli animali e insetti veri, quanto le nostre idee sul mondo ne hanno con il mondo reale. Pensiamoci e rabbrividiamo».

In quella clausola, «pensiamoci e rabbrividiamo», colpisce il cambio di velocità di pensiero: lo scatto abile di un atleta che ci lascia soli e se ne va, irraggiungibile.

 

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