Simone Cattaneo

Di incontri fuori tempo: Giovanni Succi e Simone Cattaneo, artisti di nicchia

La vita di tutti è costellata di incontri avvenuti fuori tempo. L’amore dei vent’anni. Il padre a cui si saprebbe che rispondere quando è troppo tardi. Il fratello rimasto alle spalle per sempre, durante la rincorsa. Lo sconosciuto a cui si poteva tendere la mano e non sarebbe costato nulla, a pensarci bene. Quel professore più volte maledetto, e poi invece vallo a indovinare che aveva ragione. E chissà quanti altri volti, quante altre mani o voci, incontrate in seguito per giorni, mesi, anni − magari solo nei sogni, nelle pieghe del pensiero.

Ma se c’è un luogo pensato apposta per gli incontri fuori tempo – fuori storia – questo è il luogo degli artisti. Che cosa sono la letteratura, l’arte, la musica, se non l’universo parallelo in cui vivi e morti continuano la disputa umana, infinita?

A Simone Cattaneo sarebbe piaciuto Giovanni Succi. Aveva anche il fisico appropriato per salire sul palco e dominarlo con lui, non fosse stata per quella strana timidezza. La grinta, Simone l’avrebbe tirata fuori per strada, in qualsiasi vicolo. Specie per questioni d’amicizia. O di donne, naturalmente.

Simone e Giovanni, due artisti di nicchia che s’incontrano adesso. E che incontro. E che nicchia.
Dopo aver dedicato un podcast a Sanguineti, Succi dedica l’attuale monografia per “Fuori Di Testo”  a lui, a Simone il grande.

FUORI DI TESTO è un podcast di versi, vini e mix. Nel caso di Simone, si troveranno 7 mix, praticamente un intero album (il primo è accessibile free, lo offre la casa). E devo dire che è un’emozione vera risentire anche la voce di Simone campionata in diverse interpretazioni, ma soprattutto cogliere il racconto di un incontro vero, per quanto fuori tempo, fuori storia.

Così, spettatore di questo intreccio di voci, mi è venuto da immaginare che, senza saperlo (ma è questo che accade, quando si fa arte) Succi in certe sue strofe avesse cantato anche la vicenda di Simone, che nel mondo della poesia è stato davvero soffocato dai melliflui. E non è un caso raro, anzi, è ormai la norma. Basta sfogliare la marea di pagine che vi vomita addosso qualsiasi libreria nei primi metri dopo l’ingresso: ne trovate qualcuna capace davvero di arpionarvi l’anima, di pugnalarvi a tradimento, di avvelenarvi? No, sono tutte lì per blandirvi, sculettanti sirenette. Voci rigorosamente vaccinate, preservite dal mercato, preservate dal caso, preservative della storia.
Per gli incontri veri, qualche ombra vi aspetta sul retro, se il vento giusto vi poterà oltre lo spettacolo, oltre le vetrine, nelle latrine dietro al palco.

Giovanni Succi è voce rock che sa mordere la poesia. Riesce a rodere persino le rime petrose di Dante − e ci sarebbe da spaccarsi i denti – ma attraversa la letteratura spaziando con voracità fino alla poesia contemporanea, da Gozzano al Caproni del Conte di Kevenhüller inciso sul vinile, passando per il già citato Sanguineti. E se adesso legge – elegge Cattaneo, significa che non ha santi banali da porre nelle nicchie a cui inchinarsi.
Anche perché in poesia, le nicchie che contano restano vuote. Non c’è spazio per feticci ingombranti, serve il vuoto nella pietra per il giro pulito della voce.
Su, cammina, nicchia. La morte non ha potere, negli anfratti dove s’infila il vento giusto.

 

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