La fine della tradizione

Dove sono finiti i maestri?

Il capolavoro si può scrivere a vent’anni come a novanta, non si discute. Però credo che si possa sensatamente affermare che quelli della mia generazione sono entrati nel decennio decisivo. Ormai uomini fatti e a nostro modo collocati nel mondo (con tutte le differenze rispetto alle incertezze del tempo attuale rispetto al passato, con la relativa liquidità evaporante di ogni identificazione), dovremmo in questi anni attraversare la congiuntura fondamentale del nostro percorso.

Ma quali punti di riferimento, quali maestri dovremmo guardare, per mettere a fuoco la nostra opera?

Pensavo a questo, l’altro giorno, passando nella redazione di Atelier e sfogliando alcuni libri. Ho preso in mano per esempio Il conoscente di Umberto Fiori: un autore che mi interessa e che dovrebbe ormai essere un punto di riferimento nella poesia contemporanea. Ne ho ricavato un senso di desolante sconforto. Per carità, non ho ho letto il libro né pretendo di esprimere un giudizio sensato, ma in tutte le pagine in cui ho affondato gli occhi, non ho trovato uno scatto minimo, un guizzo di interesse. Non avrò colto l’impianto poematico, il contenuto complessivo, la potente valenza allegorica ma, per quel che mi riguarda, il carotaggio compiuto ha suscitato solo un moto di stanchezza. Dopo Raboni, mi sono domandato, chi sarebbero i maestri, oggi, in poesia? La carrellata di nomi e volti che mi sono passati davanti sbiadivano istantaneamente. E pensare invece all’ardore senile, alla capacità di rinnovarsi e rimettersi incredibilmente in gioco che dimostrarono, appena prima, Mario Luzi o Giorgio Caproni, o lo stesso Giovanni Raboni

Attendo volentieri smentite e cercherò indizi diversi da quelli raccolti finora, ma allo stato attuale mi sembra che il solo Milo De Angelis abbia espresso un magistero almeno avvicinabile ai predecessori (e se lo dico io, che sono l’unico ad aver messo il dito in certe piaghe del suo lavoro…). Valerio Magrelli vive da decenni di rendita in uno splendido isolamento, da perfetto amministratore del proprio algido regno poetico, promosso al Parnaso fin dall’inizio e mai più messo in discussione. Cesare Viviani continua la sua ultima maniera, quasi in analogia (con le dovute differenze) con il già citato Luzi, senza emanare nel contesto la medesima autorevolezza. E gli altri? Via via in diminuendo rispetto a questi, per quel che mi riguarda. Certo, c’è chi continua a macinare buon grano nel proprio mulino, magari collocato su uno strategico crocevia generazionale (i più bravi, quelli che nel tempo hanno acquisito credibilità? Per me Fabio Pusterla, Paolo Febbraro, Marco Munaro, Gian Mario Villalta), ma il salto definitivo sembra essere sempre rimandato.

Il mio è un discorso sommario, l’ho già detto. E forse negli ultimi anni – da quando, abbandonata la guida di Atelier, non seguo più la poesia italiana in modo sistematico – qualcosa mi sarà sfuggito. E metto pure in conto che i paragoni con il passato non si debbano più proporre, perché effettivamente la tradizione è finita, come avevo suggerito studiando la generazione degli autori appena precedente alla mia (a proposito: è da poco scomparso Mario Benedetti: per qualcuno sarà anche uno splendido appartato, ma chi oserebbe proporlo come un paradigma di questi decenni?). Il mio è anche un discorso decisamente antipatico, ma non posso fare a meno, per onestà, di registrarlo.

Del resto, metto in preventivo che anche la mia generazione sconterà le stesse difficoltà e rischierà di non lasciare traccia. Avrebbe potuto avere altra sorte, ma la dispersione ha prevalso.

Ma, da poeta, voglio continuare a credere nella possibilità che un’opera sappia imporsi, magari col tempo, se davvero ha valore, e che dunque tutti i discorsi sociologici di contorno non debbano stornare l’attenzione dal dubbio che mi assale: dopo un brillante esordio o qualche passaggio importante, né i “padri” né i “fratelli maggiori” ci hanno lasciato un’opera capace, per la sua grandezza intrinseca, di obbligarci ad alzare lo sguardo o a cambiare direzione.

Si tratta di un vantaggio? Abbiamo libero il campo? O siamo anche noi predestinati alla morte per bonaccia, all’illusione che un frenetico commercio e viavai di eventi sappia certificare il nostro valore letterario?

La risposta è in fondo a questa solitudine.

 

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