Un'ottima annata, di Cristina Carcavecchia (olio su tela, 60x40 cm)

Moti di nostalgia (3)

(L’opera scelta come copertina è di Cristina Carcavecchia.
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Moti di nostalgia nella de/generazione. Lettera aperta a Roberto Galaverni (3/4)

Non ho paura di quello che ho scritto. Ho detto che non siamo stati (mi inserisco anch’io, dunque) all’altezza dei nostri ideali. Sul più bello, è prevalsa la paura. Quella stagione ha ormai le sue date: fissa tu l’inizio, fra l’avvio di Atelier (1996) oppure l’uscita delle celeberrime antologie (L’opera comune è del 1999) o il “mitico” convegno di Borgomanero ricordato da Isabella (del 2001, a pochi giorni dai tragici eventi dell’11 settembre); la fine invece è indubbiamente il 2005 (tant’è vero che nel 2006 avevo scritto un editoriale proprio su questa fine, anche se poi Giuliano mi ha impedito di pubblicarlo: è ora reintegrato fra gli Smarcamenti). Con questo, ne approfitto per troncare sul nascere un’altra interpretazione, che ho ben sentito tra i denti a qualcuno di noi: l’idea che fosse il suicidio di Simone a determinare questa fine. No, non permetterò a nessuno di usare Simone come “facile mito” per giustificarsi, quando una parte di me (quella più sanguinante, sì) non riesce a estirpare il dubbio che semmai sarebbe potuto accadere esattamente l’opposto, ovvero che, qualora si fosse sprigionata davvero l’opera comune, forse Simone….

Sto esagerando, delirando, mi avventuro in zone pericolose, in una narrazione degli eventi che pone una responsabilità enorme. Ma non so farne a meno, è questa la mia natura. Per ciò merito effettivamente di essere un reietto, io stesso ho anzi deliberatamente deciso a un certo punto di allontanarmi dalle persone che amo, per non procurare più loro del male. Fino a quest’estate, fino al tuo invito.

Provo allora a riabbassare i toni, e ti mostro un’immagine che mi porto dentro dall’incontro di Rimini. Mentre ho risollevato la questione del Cielo di Marte, ho visto che Milo De Angelis (fino ad allora attento e impassibile, come durante tutte le letture poetiche) ha avuto una reazione e ha bofonchiato qualcosa con i vicini. Ebbene, mi è sembrato un moto di fastidio, suppongo che avesse avanzato una decisa presa di posizione: “del Cielo di Marte non si è parlato perché non meritava attenzione, perché è un libro sbagliato…” Ti giuro, avrei voluto interrompere il dibattito e passare il microfono a Milo. Colui che è indiscutibilmente un maestro, forse l’unico punto di riferimento certamente decisivo per le nuove generazioni, stava per stroncarmi pubblicamente: che bello! Ero sul punto di nascere: io a suo tempo avevo osato andare contro tutte le opinioni comuni (altro gesto che ha prodotto crepe determinanti con diversi redattori di Atelier) e reagire al poeta che era stato per me importante quanto Eliot o Montale, e adesso lui finalmente era sul punto di offrirmi il suo sguardo… Capisci? Chi mi uccide, mi fa nascere. Chi poeticamente mi catapulta in un mondo più vero, non è che prevale su di me, non è per me perdente un vincitore, ma un genitore, uno che mi concede la vita. Che gioia sarebbe stata, per me, dopo più di dieci anni di rimozione, vedere il Cielo cadere non più nel vuoto, ma dentro la letteratura (o la tradizione, o la società letteraria o qualsiasi altro termine si ritenga più congeniale per la propria sensibilità). Che sarebbe successo? Il maestro avrebbe agito, e io sarei stato liberato dalla mia presunzione di poesia, costretto, felicemente, a ricominciare tutto da capo, pieni i polmoni di un’aria nuova? Oppure avrei misurato la resistenza della mia voce e aperto ufficialmente la mia strada (pure minoritaria, non decisiva)?

Torniamo a noi, e alla domanda che ti ponevo all’inizio di questa lettera. Se l’intento di questo incontro fosse stato veramente un moto di nostalgia, sarebbe già qualcosa: significherebbe che la nostra coscienza da qualche parte è ancora attiva. Se così non fosse, tutti questi noiosi tentativi di edificare un canone precocemente aggiornato sarebbero veramente detestabili e, francamente, inutili. Perciò, mettiamola pure nei tuoi termini: non possiamo indicare un libro decisivo (e tuttavia, non limitarlo al campo della nostra generazione: quali libri fondamentali i poeti del limbo ci avrebbero lasciato?) perché, semplicemente, non lo abbiamo scritto. Replicherei solo in questi termini: evviva! Vuol dire che siamo vivi, che non siamo una generazione benedetta da un primo grande libro e poi condannata a riciclarsi; significa che siamo ancora nel fervore di un lavoro davvero straordinario, se in questi termini volete porre la questione. Perché, ne converrai, ci sono autori giganteschi, nella mia generazione, sotto questo profilo. (Te lo annoto negli stessi giorni in cui quello che è per me uno dei poeti migliori tra i “nuovi” da te indicati nell’anno in cui nasceva Atelier, ovvero Antonio Riccardi, vince il premio Lerici Pea… col suo primo volume.) A nemmeno quarant’anni, Brullo ha attraversato in lungo e in largo, traducendola in gran parte, l’intera Bibbia, e il suo lavoro intorno al sacro o il suo confronto con i classici antichi e moderni non si può certo confinare in quel Libro. Marchesini è un poeta-critico di prim’ordine (e lui sì che li ha indicati, i libri importanti anche recenti). Piccini è un filologo di alto lignaggio e dalla produzione feconda. Santi ha compiuto l’attraversamento di più sfere, dal mondo accademico al lavoro di traduzione alla poesia, fino ad approdare alla narrativa di genere. Federico Italiano è l’ultimo grande flâneur che riannoda, tra moderno e postmoderno, gli intrecci culturali dell’Europa, e non solo. Andrea Ponso è immerso da anni nei suoi studi sui temi del rito, ancora nei territori fecondi del sacro che lo riallacciano persino alle radici più recondite della patristica. E, su un fronte di lavoro diverso, più pratico, Isabella è giunta, imperterrita, alla tredicesima edizione del festival e progetta le future, divenendo di fatto madrina delle generazioni successive, per ricambiare il dono ricevuto; Gezzi può sedersi ormai al fianco di Buffoni come promotore della mai abbastanza celebrata esperienza dei Quaderni di poesia contemporanea e da quell’osservatorio agire sulle voci emergenti… Basta, prosegui tu. Per quel che vale. Non è detto, infatti, che a fronte di tutto questo lavoro non si presenti un giorno un giovane sconosciuto, che non ha mai presenziato ai festival o pubblicato in alcun collettivo, che non ha letto un libro di queste generazioni non decisive, che non ha nemmeno un particolare lavoro letterario come proprio retroterra e che, nonostante tutto, sconquassi l’epoca con i suoi versi meravigliosi… È quasi la trama di un romanzo, non credi? Ma il bello è che questa eventualità sarebbe giusta: perché il lavoro buttato all’aria o disperso non risulterebbe affatto vano, avrebbe semplicemente preparato il terreno a una nuova naturalezza. Se io non mollo la presa è per permettere che tale gesto decisivo possa effettivamente accadere, avere storia, trovare cittadinanza nella società che noi (noi chi?) formiamo in modo vigile e responsabile.

Abbiamo ancora orecchi per ascoltare davvero la poesia? Oppure siamo tutti persi nella presunta crisi in cui sempre più affondiamo, cercando di combatterla? Ah, non sopporto proprio più le tiritere sugli spazi ormai marginali a cui è ridotta la poesia, sulla mancanza di attenzione critica… Certo, questi dati sono veri. Lo erano già vent’anni fa. Ma questo non è più un mondo in crisi, è la nostra epoca. La società capitalista ha esaurito la propria spinta. Ma di che cosa stiamo diventando poeti, su che cosa vogliamo ragionare? Se il mio libro è primo, decimo oppure settantesimo nel ranking generazionale? Se è ben segnalato sugli atlanti dei poeti scientificamente mappati? Ma che cosa spera di ottenere questa necrofila e perenne autopsia del cadavere della poesia? Sarebbe questa la disputa per la costruzione del canone? Lo so, lo so, non sono innocente. Ho predisposto anch’io i miei elenchi… Ma io, santo cielo, stavo giocando! Mostravo le mie genealogie per la gioia del possibile assalto del vicino che mi avrebbe squadernato chissà quali altri orizzonti. Ecco, se c’è un aspetto di cui ho davvero un po’ nostalgia riguardo ai tempi dell’opera comune, era quel frenetico suggerirci letture, scambiarci linfe vitali, provocarci con titoli, creare disordine negli scaffali degli altri. Poi, però, è arrivata la stagione in cui ha prevalso la voglia di dialogare con quelli che parlano la stessa lingua, che leggono gli stessi libri. Capirsi è rassicurante. Trovare una società a cui omologarsi produce una confortevole percezione di verità.

Questo favorire le generazioni successive, quasi rovesciando la mancanza di paternità dell’ultima generazione che ha ottenuto una sia pur controversa canonizzazione, è diventata una farsa. È un’altra de/generazione che ha anestetizzato il lavoro che si voleva compiere, che ha normalizzato lo scandalo di Atelier (l’antologia L’opera comune, tieni presente questo, non nasceva come le altre dal vaglio di qualche maestro o di qualche critico super partes; anche se è firmata da Giuliano, che ha liberamente approntato il discorso critico, essa era frutto delle mie scelte, scaturiva cioè dall’interno della generazione medesima). È diventato troppo facile trovare un palco per declamarsi addosso i propri versi (diciamoci la verità, solo un pubblico ormai assuefatto o meritevole di santificazione ha potuto sopportare lo strazio dell’ultima lettura collettiva a Rimini, congruentemente conclusa dal peggiore di tutti, ovvero il sottoscritto). Queste ripetute pacche sulle spalle non sono segni di vita. Questo non è leggersi davvero. Siamo – ripeto ancora i termini di Ponso – alla simulazione della comunità dei poeti. Le ragioni per cui questo modo buonista di leggere fa comodo a tutti sono ovvie: è un’ottima strategia per tentare, caro Roberto, di simulare la propria decisività. È la stessa logica accademica ed editoriale: trova e coltiva la tua nicchia. Ah, il clientelarismo poetico…

 

4 commenti
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    Aldo Ferraris dice:

    Caro Marco, ho seguito sin dall’inizio la storia di Atelier e dell’Opera comune, da esterno da patrigno non riconosciuto, e solo ultimamente (forse a causa di una malattia) ho tirato le fila dei miei 44 anni di poesia (condensati in un libro colmo di luci e ombre) e posso dirti con convinzione che per me quel periodo trascorso tra giovani poeti é stato determinante per una ulteriore maturazione della mia scrittura (non si finisce mai di maturare).
    Chi si sente un maestro o anche solo un piccolo maestro ci pensi bene… non si finisce mai di maturare…

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  2. Andrea Temporelli
    Andrea Temporelli dice:

    Spero che Andrea Ponso non si offenda, ma vorrei fissare anche qui un suo commento, comparso su Facebook. Mi sembra troppo intelligente per lasciarlo scorrere in quel contesto. Eccolo:
    Marco, io penso che tu abbia toccato uno dei nodi scoperti proprio con l’esempio dell’atteggiamento di Milo: io sono convinto che anche i padri non abbiano saputo dire dei NO importanti, avvallando così indistintamente quasi ogni cosa che veniva loro proposta, con quel buonismo da pacche sulle spalle che poi si riflette invariabilmente anche nelle letture pubbliche e in tutte le altre occasioni. Non è solo colpa loro, naturalmente, perché un padre, come nella tradizione spirituale, nasce dalla sinergia di due umiltà, quella del figlio e quella del padre stesso; e a volte dire si a scritture francamente improponibili non è segno di bontà e di umiltà ma proprio il suo contrario, e cioè l’uso e il mantenimento della propria autorità o, meglio, autorevolezza. Mi ripeterò, ma ormai è in qualche modo il mio paradigma di lettura: anche in questo caso si tratta di una simulazione della paternità e del discepolato intesi in senso vero e forte. Sarà che sono immerso, come dici tu, nella patristica, ma le condizioni che vi ritrovo, e che vedo di una attualità persino sconcertante, erano veramente molto, molto diverse. In quella finta umiltà si nasconde forse una disperazione, un “a niente vale”, una visione desolante della scrittura dei presunti, e spesso presuntuosi, figli. Questi figli che non sanno “consegnarsi” e questi padri che non sanno “accoglierli” davvero: e non uso a caso il termine “consegnarsi” perché è il fulcro della tradizione che amo, ed è lo stesso termine che viene usato nei vangeli per la “consegna” di Cristo, sia ai suoi aguzzini, sia ai suoi discepoli: “tradere”, che è anche sempre un “tradire”, qualcosa che fa necessariamente male e che non sappiamo e non vogliamo più fare.

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  3. Avatar
    Stuart Evans dice:

    I padri, noi padri, non potremo mai auto-assolverci dalla colpa di non aver saputo dire di no. Se mai avremo l’opportunitá, la grazia di un/a nipote, allora forse potremo riscattarci, almeno in parte, a beneficio di una generazione di uomini del 2040. Non ottimale ma augurabile. Buona semina.

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