Conchiglie sulla riva, di Barbara Ghisi (2009, olio e resina su tela, cm 50x60, collezione privata)

Uno stupore che continua

(L’opera scelta come copertina è di Barbara Ghisi.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

“Il miracolo è che il cielo
non scivola di un dito, che il mare
non trabocca nella conca
su cui pende – questi colori,
che in un piano segreto della mente
sono cose, legano il nostro corso
a uno stupore che continua:
perciò dovete accorgervi
che è tardi, che c’è da condividere
il pane del linguaggio, la forza,
la fatica – stiamo nel minimo
tempo di un’eclisse: bisogna
partire una volta per sempre”.

Massimo Gezzi

Il poeta scrive sotto dettatura, si usa dire. Scrive non per capriccio, ma per necessità. Scrive perché non ha scampo.

Dovremmo, con questo, ricadere nell’immagine del poeta romantico invasato? No, certamente. Il fatto è che il poeta registra un movimento tellurico del linguaggio (che è anche, evidentemente, una forte scossa interiore che lo ristruttura percettivamente) e sente di doverne rendere ragione, far sì che tutto non si dissolva nella sua individualità insignificante, ma entri nel recinto della comunità, diventi realtà. In questo consiste la creazione: «condividere il pane del linguaggio», come ci dice il ventottenne Massimo Gezzi, alla sua seconda raccolta, Il mare a destra (Edizioni Atelier). Per quanto angusto sia il suo spazio nel mondo o difficile la sua condizione («stiamo nel minimo tempo di un’eclisse»), egli si misura con il cosmo intravisto dalla specola della sua esistenza particolare, fino a trasfigurarla, fino ad andarsene («bisogna partire una volta per sempre»), lasciando pienamente il campo, appunto, alla voce universale del senso che si annuncia. Il viaggio che porta un giovane dalle Marche verso il Nord non è significativo dal punto di vista poetico più di qualunque altra esperienza umana, ma è il grado di fedeltà e di aderenza linguistica all’evento, al suo accadere, alla sua natura non riducibile alle pretese dell’io a renderne dirompente la condivisione. Il poeta, diceva Caproni, è un minatore che scendendo nelle caverne dell’io scopre il noi. Se la voce del poeta non s’innerva nella vicenda comune dell’uomo, non ha valore. E non importa se il suo orizzonte non è paragonabile a quello del comico o del politico che possono esibirsi di fronte a una platea sconfinata: è una questione di qualità, di densità, di resistenza all’effimero.

Assumendo questa inclinazione sulle cose, il suo sguardo sostiene il mondo con uno stupore continuo. E dico esattamente che sostiene il mondo perché la sua pupilla riesce a cogliere il miracolo di un cielo che non si sposta di un millimetro, di un mare che non si allontana, di una natura che ci sovrasta, malgrado le nostre velleitarie presunzioni di dominio.

“Rendete straordinaria la vostra vita”: questo è il monito che esalta la vanità del nostro passaggio. E il poeta ci ricorda la meraviglia di ogni esistenza: l’eco del mare dentro alla conchiglia.

 

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