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Poeti nel limbo (2). Un limite all’enciclopedia

Un limite all’enciclopedia

Quali sono, concretamente, i luoghi che hanno visto la gestazione e lo sviluppo della ricerca dell’ultima misconosciuta schiera di poeti del Novecento? E si tratta poi effettivamente dell’ultima del secolo passato o la prima di un nuovo canone ancora a venire? Se il secondo dilemma è sensato, ecco un altro deterrente per la loro comprensione. La risposta al primo quesito invece è ovvia: le palestre per la formazione degli scrittori sono rappresentate dall’innumerevole serie di riviste e di pubblicazioni, magari di precoce estinzione, che circola solitamente fra addetti ai lavori, molto spesso entro confini territoriali ristretti. Si tratta di un coacervo impressionante di esperienze che, in una società che ha subìto un bruciante passaggio da una cultura d’élite a una cultura di massa, confondono e smentiscono i più immediati criteri di valutazione e impongono questioni assai complesse e ampie, che dalla poesia si aprono alla sociologia e all’analisi storica.

In tanti, tantissimi scrivono e ambiscono ad accedere alle successive tappe di un’ideale carriera letteraria. Chi più è in grado di presiedere all’elezione di un autore, garantendo l’esistenza di un filtro fra la produzione popolare, la letteratura di consumo e le opere tese a istituire un ipotetico canone? Non si tratta, è chiaro, di rimpiangere gli assetti (mitizzati) tipici di una società in una fase precapitalistica e rivitalizzare accenti moraleggianti. Con il Franco Fortini di Verifica dei poteri non ci si può fingere ignari del fatto che «l’industria culturale non sopravviverebbe […] senza quella massa di libri inutili o cattivi che ingombra il tavolo»:

Infatti se l’economia editoriale non consentisse che il successo di un libro compensasse l’insuccesso di tre né esisterebbe la produzione editoriale di prestigio (i «fiori all’occhiello» di tanti editori) né il critico potrebbe permettersi il lusso di occuparsi ogni tanto, sulle colonne del quotidiano, o del settimanale, di libri che interessano solo lui e i suoi amici. [1]

Si tratta, semmai, di andare a fondo alla questione del valore di un’opera e dell’autorevolezza del pensiero critico che la sostiene, in un contesto in cui ognuno a turno denuncia, entro la frammentazione di ogni ideologia e di ogni visione estetica, la mancata corrispondenza (o per lo meno l’assenza di una sua riprova) fra le opere che si impongono per inerzia e il sottobosco in cui prolifera la cultura.

Ne consegue che qualunque tentativo di indagare questa negletta zona intermedia tra le pubblicazioni entrate nel circolo patinato del mercato e quelle dall’esistenza semiclandestina e artigianale deve fare i conti con la complessità della situazione, senza dismissioni di responsabilità. Definitivamente compromessa l’idea di una tradizione come trasmissione continua, diretta e naturale, nella quale l’autorevolezza di ogni passaggio era garantita dalla stessa comunità dei letterati, la promozione di un autore, ridotto se non propriamente a monade a individuo di una comunità virtuale, diventa credibile nel momento in cui non si presenta come scelta capricciosa, ma rende ragioni delle esclusioni: altrimenti non la poesia, ma la critica, ridotta a effimera informazione giornalistica, dimostra sul campo una condizione postuma. Se questo è vero, allo studioso non rimane neppure la possibilità di esplicitare una poetica e scegliersi il campo di applicazione: anche in questo caso, infatti, oggi nessuna concezione particolare saprebbe imporsi e costituire da sé canone.

In questo libro, frutto di un decennale confronto metodico con la produzione contemporanea in versi (svolto sulle pagine della rivista «Atelier», che ha ospitato, eccezion fatta per pochi testi inediti, in una prima stesura le analisi qui rivedute e aggiornate), si è tentato di attraversare tutte le tensioni, le ricerche, le differenti inclinazioni registrate. Con ciò non si vuole affatto suggerire l’assenza di un’opinione letteraria generativa, che peraltro il lettore saprà agevolmente ricavare dai giudizi e dalle preferenze fissate capitolo dopo capitolo, ma la necessità di argomentare le opzioni personali in campo aperto e dimostrare l’ampiezza dei riferimenti sottintesi. A coloro i quali questa indagine parrà persino troppo vasta (trovano qui ascolto sessanta voci), non resta che ricordare come essa risulti solo l’apice di un iceberg più vasto e che altrettanti nomi il curatore potrebbe addurre da sé medesimo, prevenendo le abituali contestazioni che tutto riducono a un gioco nomenclatorio. Eppure, non si è voluto proporre un’indagine enciclopedica, perché una restrizione di campo è vitale. L’ampiezza del repertorio, lungi dal giustificare l’omertà del critico, lo invita a sviluppare la capacità di scelta, purché essa si presenti, ancora una volta, come atto di mediazione persuasivo e non retorico. Anche per questo la valutazione degli autori qui inclusi mostrerà senza reticenze le individualità ritenute di spicco, che sono una minima parte rispetto al quadro generale.

Per giustificare i limiti di questa campionatura e motivare le assenze, non resta che esplicitare il particolare credito che si è concesso ad alcune esperienze ritenute fondamentali nel corso di questi anni per la fuoriuscita dall’ambito privato della scrittura verso un primo riscontro con il contesto letterario: ci si riferisce anzitutto alla serie dei Quaderni italiani di Poesia contemporanea che hanno trovato continuità sotto la cura di Franco Buffoni, alla rubrica Poeti di trent’anni curata da Milo De Angelis per «Poesia», ai tentativi di ripensamento sistematico di ogni Annuario di Giorgio Manacorda, all’attività di quelle collane che hanno rappresentato uno spazio di ricerca vitale per le generazioni nuove, agli attestati di stima più perentori espressi dagli operatori sulla stampa o nelle occasioni pubbliche di confronto, fermo restando, innanzi a tali canali privilegiati, la possibilità di inserire qualsiasi altra voce ritenuta meritevole, sulla base di una ricchezza di tratti stilistici e di consapevolezza culturale sufficiente a comprovare, se non l’attraversamento completo, almeno l’assidua frequentazione con la tradizione del Novecento, soprattutto nei suoi recenti sviluppi.

Va da sé che l’analisi di un panorama ancora in divenire presuppone la flessibilità di taluni puntelli e la mobilità degli orizzonti. Chi scrive confida tuttavia che sia sufficiente spostare l’attenzione dai margini più sfocati e provare uno sguardo d’insieme per individuare un corpo certo, ormai ben definito all’interno della membrana osmotica del gusto personale, in modo da fissare il profilo della poesia contemporanea, almeno così come si mostra nella fisionomia assunta per mezzo del lavoro dell’ultima… generazione?

NOTA

[1] Franco Fortini, Verifica dei poteri. Scritti di critica e di istituzioni letterarie, Milano, Garzanti 1974, p. 47.

 

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