Poeti contemporanei: Andrea Gibellini

Le ossa di Bering si aprivano posando lo sguardo su «pozzanghere vicine al corso del selciato», vale a dire specchi di realtà minute, «di chi ha vissuto aperto gli occhi e chiuso». In quell’immagine si esprimeva bene il senso di una voce un po’ depressa, che all’interno di un biografismo pudico (quasi rimosso come una colpa) si manteneva ostinatamente fedele all’accento emotivo che origina la scrittura, senza frapporre mediazioni intellettualistiche fra l’esperienza e la pagina, volenterosa semmai di impastare l’esistenza con il paesaggio, con la dizione sporca (non lirica e rilucente) e riavvolta su sé stessa di chi, solitario e monologante, viaggia radente la prosa. Continua a leggere

Poeti contemporanei: Franco Marcoaldi

Recensendo Amore non Amore, «terzo libro di poesia in cinque anni», Bacigalupo afferma che «all’interno del discorso minimo tutto è detto. La parola è usata come rispondendo al telefono quando si è occupati, o appunto scrivendo in una materia refrattaria. […] Beato Marcoaldi, che è capace di questi tagli netti, nella vita e nella poesia». Rovesciando il giudizio del critico-traduttore o smascherandone le allusioni, parleremo di un’impressione di frenesia o di applicabilità manieristica della scrittura, come se ci si trovasse di fronte alla compiuta manifestazione di una delle possibili degenarazioni del codice caproniano e tardo-montaliano (trascuriamo, ovviamente, altri riferimenti possibili, dai poeti classici della latinità a Philip Larkin), tutto giocato su un’esausta ironia novecentesca e sul gusto della boutade. Continua a leggere

Poeti contemporanei: Remo Pagnanelli

A differenza di Beppe Salvia (e si rammenti il confronto con cui si era avviato il discorso), è già possibile leggere tutte Le poesie di Remo Pagnanelli nell’edizione, ancorché discutibile per le scelte di fondo, curata da Daniela Marcheschi, che ha il merito di presentare in modo completo l’opera di un poeta fondamentale (e oggetto di appassionata memoria) per quella linea marchigiana che lui stesso ha contribuito a delineare (si veda per esempio l’antologia Poeti delle Marche curata insieme a Guido Garufi, ma si tengano presente anche diversi suoi interventi teorici, su tutti il saggio Leopardi e la recente poesia marchigiana), linea che ha un robusto tessuto di esperienze letterarie che attraversa più generazioni: si possono fare i nomi, per rendere l’idea, di Volponi, di Scataglini, di Piersanti, di De Signoribus, di D’Elia ecc., fino, volendo proiettarci anche nell’immediato futuro, ai giovanissimi Gezzi e Piergallini. Continua a leggere

Poeti contemporanei: Marco Molinari

Risulta inevitabile parlare di elegia, a proposito delle poesie di Molinari. Anche solo un rapido assaggio della raccolta Madre pianura attraverso i titoli in cui si articola (Poesie di settembre, Poesie sparse per la terza casa, Poesie scritte sotto gli alberi) o un primo tratteggio del paesaggio (la pianura padana, evidentemente) che detta il titolo complessivo ma che, soprattutto, permea ogni verso imponendosi più che, come sfondo occasionale, come luogo elettivo della sensibilità poetica e della percezione del mondo, fornirebbero le giustificazioni per riferirsi a tale classificazione. Ma, sopra tutte queste indicazioni, pesa l’autorevole opinione di Milo De Angelis, che nella prefazione al volume parla addirittura di un innesto a posteriori della vena elegiaca di Molinari nell’esperienza della rivista «Niebo» (nome adesso prestato alla collana che, appunto, edita Madre pianura). Continua a leggere

Poeti contemporanei: Beppe Salvia

La vicenda di Beppe Salvia presenta molte analogie con quella di Remo Pagnanelli, anche al di là dei dati biografici che pure finiscono, nella scelta di entrambi di abbracciare volontariamente la morte, per avvolgere i loro versi con un’aura tragica: questi scrittori sono divenuti emblemi non solo di due linee di ricerca della poesia di fine Novecento (l’area romana e quella marchigiana), ma di un’intera generazione e del suo dramma segreto (Di Palmo, nella sua curatela I begli occhi del ladro, vi accosta anche i casi di Giuseppe Piccoli, di Nadia Campana, di Eros Alesi, di Angelo Fasano e di Ferruccio Benzoni). Non si pone in apertura questo raffronto per cedere alla suggestione di fissare, nei due poeti, dei medaglioni che finirebbero, in modo del tutto gratuito, per suggerire uno sbocco estetizzante nella loro vicenda paradigmatica, ma per avvicinare con discrezione un dato non eludibile se si vuole tracciare la Stimmung di un’epoca. Continua a leggere

Sulle orme di Thoreau

Non sono mai stato attento alle ricorrenze, nemmeno a quelle familiari, figuriamoci quelle letterarie. Ma Davide Brullo mi ricorda che Henry David Thoreau il 12 luglio ha compiuto 200 anni. Ho partecipato alla sua festa senza nemmeno saperlo, invitato dallo stesso Davide, nell’articolo comparso su “Il Giornale” che vi ripropongo

Sulle orme di Thoreau che cercò nei boschi i segreti della letteratura
Una nuova biografia e il «Walden» illustrato celebrano uno dei padri della cultura americana

di Davide Brullo

Ci sono momenti nella storia dell’umanità rosolati nell’oro in cui cinque anni valgono cinque millenni. 1850: Nathaniel Hawthorne pubblica La lettera scarlatta; 1851: il suo amico Herman Melville pubblica Moby Dick; 1855: Walt Whitman pubblica la prima edizione di Foglie d’erba. Continua a leggere

Salesiani in salsa laica

Datemi una chitarra, un pallone e un libro e vi mostrerò che cos’è un salesiano.

Il libro, ovviamente, è anzitutto il vangelo, ma anche il libro di scuola. Il sistema preventivo di don bosco, come è noto, si è infatti specializzato in ambito pedagogico.

Oggi probabilmente accanto alla chitarra, al pallone e al libro dovrebbe comparire anche un mouse, perché i nuovi ambienti in cui è necessario intercettare i giovani sono le piazze virtuali del web e i salesiani sono tra i primi ad averlo capito e ad aver accolto la sfida. Continua a leggere

Per inoltrarci in un’epoca nuova

Dar fine all’epilogo

Di discorsi sulla crisi della poesia non se ne può più, viviamo in tempi saturati da iniziative culturali e il pubblico oltremodo annoiato tenta di rianimarsi con intrattenimenti ben più allettanti, comodamente seduto sulla propria poltrona. Ma rileggere il Novecento, per superarlo, è fondamentale. Continua a leggere

In viaggio con Magrelli (di Sandra Piraccini)

(La fotografia in copertina è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

IN VIAGGIO CON VALERIO MAGRELLI
di Sandra Piraccini

«Ci incontriamo di fronte alla biglietteria. Porto gli occhiali, ho un giubbotto verde e una borsa blu. Non le sarà difficile riconoscermi».

Stazione di Pisa. Ore 16,30. Lo vedo avanzare nell’atrio verso il tabellone delle partenze finché non si ferma quasi di fronte a me. Esito: non so come presentarmi. Poi, faccio un passo verso di lui e «Salve, signor Magrelli?». Continua a leggere

Esodi ed esordi. Passi di poesia dentro il principio

Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle.
Walter Benjamin

Abbiamo tutti la faccia dell’angelo di Klee, mentre ci allontaniamo non più, ormai, soltanto da un Novecento di orrori che ancora ci invadono gli occhi, ma anche da un ventennio esangue che ne ha occultato il cadavere, riciclandolo in veste di nuovo idolo fino alla mistificazione più scaltra, fino all’adulterazione delle parole. Entriamo perciò in un’epoca di cui non abbiamo ancora prefigurazione. Il futuro ci coglierà alle spalle, è inevitabile, quindi non è il caso di vestire i panni sempre scomodi, quando non ridicoli, di profeti, né sarebbe sensato agevolare l’oblio, assecondare la rimozione del male. Anzi, proprio il fatto di stare piantati nel dolore mette in moto risorse inaspettate. La tragedia costringe all’evoluzione – quando non spezza irrevocabilmente.

Abbiamo tutti, come poeti, un corpo perfettibile, la testa gigantesca di bambini e piedini come artigli: siamo goffi e mostruosi insieme. La mimesi della realtà ci è ormai negata e anche quando viene esibita è solo un riflesso, ma nella nostra astrattezza agisce il ricordo, forse la nostalgia di un mondo perduto. Le nostre radici sono dentro questa origine, questo inizio irraggiungibile. La nostra vita, in tutto e per tutto pari a quella di chiunque altro, è il tronco che permette la fioritura, ramo dopo ramo, della visione. Abbiamo una tradizione sconfinata che ci è esplosa davanti agli occhi insieme alla storia. Non crediamo nemmeno più nel progresso, che pure è la tempesta che ci travolge e ci impedisce ogni indugio, ogni compiacimento. Siamo sfiniti e sfigurati.

Questo è il principio. Qui, svuotati i polmoni, riprendiamo fiato. Nel momento stesso in cui cataloghiamo i reperti del passato, infatti, coltiviamo il nostro esordio. Non si tratta più, quindi, di puntellare le rovine, di accogliere i frantumi per alzare barricate e resistere, nei margini di insignificanza cui è costretto il poeta nell’oggidì. Si tratta di avventurarsi, di muovere i primi passi esplorativi nell’epoca informe che, inevitabilmente, ci darà un volto, per quanto con tratti scomposti, con dettagli sfuocati. E benedetto sia l’anonimato che ci permette la libertà degli infiltrati e l’allegria dei disperati. Attraversiamo regioni psichiche senza permesso, corriamo rischi colossali mentre gli altri nemmeno più vedono le nostre ali da gigante sempre spiegate, mentre camminiamo, lavoriamo, amiamo e ci indigniamo come tutti.

Diamo il sangue, in quanto poeti, per guadagnare un centimetro appena di senso dentro al vuoto, perché sappiamo che in quel centimetro ci sarà terra dove far riattecchire le parole, e lì avremo dimora. La nostra sfida, infatti, è proprio rivolta alla depressione postmoderna, alle sabbie mobili della non-storia, che sono la nostra misconosciuta tragedia. Il male di vivere non si risolve con un atto di finzione, ma cogliendo l’impulso evolutivo che porta nel suo stesso grembo. Per attraversare questo limbo molti hanno scelto l’immobilità come forma di resistenza, noi preferiamo la sperimentazione ponderata e sofferta, la varietà che si stringe in abbraccio evolutivo, il gesto magari nervoso e impreciso di chi ha paura, ma vuole nascere. Per questo cerchiamo esordi significativi non per la loro impossibile compiutezza formale, dal momento che non esiste poetica che ci garantisca a priori il senso. Il nostro stesso stile ci coglierà alle spalle, sarà il giusto contraccolpo alla risposta, anzitutto esistenziale, che daremo al Novecento e a questi anni doppio zero, che ne rappresentano un rigurgito terminale, la fastosa celebrazione di una fine spacciata per un inizio che non c’è stato. La vera novità germoglia nel tempo, infatti, al quale noi per primi ci consegniamo, con un inchino all’universo, nel rettangolo che ci è dato.

Per questo facciamo esercizio di pazienza, setacciamo voci con estrema discrezione, mettendo nel solco di ogni ascolto il seme di un incontro, che non è accondiscendenza gratuita ma, all’opposto, sfida a usarci reciprocamente per muovere un passo oltre noi stessi. Proviamo a radunare, qui, la carovana dei migranti che, magari, scopriranno il nuovo, perché non dimenticano l’antico; mettiamo insieme i fratelli maggiori, che l’amorevole lotta ha nel frattempo fortificato nel ruolo di sponde da sottoporre alla prova decisiva, e i più giovani, verso i quali abbiamo l’obbligo di offrirci, allo stesso modo, come esempi e bersagli.

Ogni parola che pretende di drizzarsi in un verso, ogni discorso che si mette in verticale contro il vento dell’epoca, ha l’umiltà di accettare questa sfida, con la gioia impertinente dei bambini che chiedono ragione di tutto.