Tag Archivio per: IL CIELO DI MARTE

La voce fuori dal limbo (di Luca Cignetti)

Attenzione alla funzione e rifiuto di esibizione della forma conducono la lingua di Temporelli su un versante opposto, insomma, rispetto a poetiche della dissémination […], ma anche rispetto ai “rovesciamenti” ironici deliberati e virulenti

Proprio il rapporto con la tradizione è la migliore chiave di lettura del poeta novarese Andrea Temporelli, i cui temi centrali sono sintetizzabili nella «tensione tra identità e scrittura, tra verità poetica e verità autobiografica, etica, esistenziale»[1]. Questo atteggiamento compare nell’eco dei molti maestri, dichiarati e no, risuonante in ogni sezione dell’opera: Sereni, Eliot, Montale, Luzi, per citare i più ricorrenti.

Già nella Buonastella (2001), dove il tema del padre compare come dato biologico, Continua a leggere

La casa in cui hai sempre abitato (di Elisabetta Pigliapoco)

sembra che il poeta voglia sempre mantenere le distanze: in primo luogo da se stesso, scegliendo un altro sé, un’altra identità a partire dalla decisione di utilizzare uno pseudonimo, essere chi non è stato […], chi non è più; in secondo luogo dal lettore

È una poesia con la P maiuscola quella a cui guarda Andrea Temporelli, pseudonimo dietro il quale si cela/rivela l’identità di Marco Merlin, scelto per dare alla luce la sua creatura poetica, Il cielo di Marte (Einaudi, Torino 2005). Temporelli è un poeta padre (per parafrasare una formula cara a Pier Paolo Pasolini) che della paternità ha fatto metafora della poesia e dell’essere uomo. Essere padre significa fare i conti con la parola responsabilità («Quel giorno avrò sicura la pronuncia / mi farai responsabile») Continua a leggere

Una discendenza europea (di Salvatore Ritrovato)

Piemontese all’anagrafe, italiano di lingua, europeo di poesia

De Il cielo di Marte di Andrea Temporelli disarma, prima del titolo, il retrocopertina, privo di notizie biografiche ma pronto a fornire indicazioni su latitudine e longitudini poetiche (linea lombarda, impegno, quotidiano in forma di epopea, cronaca personale, fantastico…) intorno al noto melting pot tardo-novecentesco. Andrea Temporelli è Marco Merlin, e la sua poesia è anche il frutto di uno studio appassionato della poesia contemporanea (di cui è giusto rammentare l’ormai decennale direzione di «Atelier», e il recente saggio Poeti nel limbo, pubblicato da Interlinea). Continua a leggere

Dedicato a chi crede che la poesia sia morta (di Luigi Mascheroni)

Accusato da più parti di essere una sorta di iceberg difficilmente digeribile per le anime belle, la raccolta-poemetto in trenta stazioni punta altissimo, guardando non tanto a Vittorio Sereni e a Mario Luzi […] quanto alle finezze di un Thomas S. Eliot

ANDREA TEMPORELLI, noto anche come lo spettro di Marco Merlin (1973), è uno dei “poeti nuovi” che si è imposto con precocità lampante all’attenzione della grande editoria. Il suo primo libro, lieve e abissale, dal titolo Il cielo di Marte, è stato infatti edito da Einaudi nel 2005. Continua a leggere

Terra chiama Marte… Marte chiama Terra (Gian Ruggero Manzoni)

Forse che un dolore, già vissuto esistenzialmente, non voglia essere riportato o non lo si possa riportare su carta, ma ne vengano accennati solo certi fraseggi, solo certe sfumature?

In copertina della Bianca Einaudi, sotto il bel titolo “Il cielo di Marte”, appare questo stralcio di poesia messo in prima, redazionalmente (cioè come scelta di collana, da oltre 30anni), quale introduzione-cardine (che si reputa significativa-portante) al/il libro del poeta che si è dato alle stampe (mantengo gli a capo tipografici di copertina, non quelli che figurano nel componimento all’interno della raccolta da cui è tratto): “Ecco, quello che pensi sia dio e in / fondo / Continua a leggere

Un esperimento interessante (di Attilio Motta)

la raccolta si fa notare subito per l’uso sistematico […] della forma più nobile della tradizione poetica italiana classica, ovverosia la canzone di endecasillabi e settenari

Esordio ‘secondo’ sotto mentite spoglie di un giovane redattore di «Atelier» (classe ’73), la raccolta si fa notare subito per l’uso sistematico, con le specificazioni che diremo, della forma più nobile della tradizione poetica italiana classica, ovverosia la canzone di endecasillabi e settenari, in 30 testi titolati e quasi tutti pluristrofici (12 da due, 6 da tre e quattro, tre da cinque, uno solo da sei), con stanze fra 8 e 35 versi (ma per lo più contenute fra 10 e 20), organizzate secondo schemi rimici finissimi specie per l’uso di sdrucciole, ritmiche, irrelate ed interne. Continua a leggere

Il problema è il tempo, il problema è la parola (di Mimmo Cangiano)

Sbaglierò, ma il tentativo di […] Temporelli mi sembra sia tutto giocato sul problema del superamento della forma, e questa è una sfida etica che ha in sé dell’impossibile

Sono due a mio giudizio i versanti principali del libro einaudiano di Marco Merlin: la colpa e il problema del consistere, ci torneremo in seguito.

Cominciamo dall’epigrafe sereniana [1] su cui qualcuno troppo facilmente si è avventato Continua a leggere

Un senso di ineluttabilità (di Alex Caselli)

Anche nel ritmo queste poesie procedono con un senso d’inevitabilità: un’amara litania che non diventa macabra o grottesca, ma rimane fissata in versi quasi sempre sobri, a volte misteriosi.

 

Una raccolta di Temporelli — all’anagrafe Marco Merlin — è stata edita nel 1999 con questo stesso titolo dalle edizioni della rivista «Atelier», di cui il poeta è fondatore e condirettore. Viene ripresentata ora da una grande casa editrice come Einaudi, il che è veramente un successo per un poeta nato nel 1973 e quindi ancora giovanissimo. Certo, nel corso degli anni Andrea Temporelli Continua a leggere

Una sorta di sobrio vangelo personale (di Paolo Febbraro)

La declinazione è spesso quella allegorica: Temporelli svolge la sua argomentazione più grazie alla poesia che attraverso di essa

 

L’annata è stata prodiga di testi poetici ascrivibili alla nuova leva. Lo testimonia fra gli altri Andrea Temporelli, con Il cielo di Marte (Einaudi). Temporelli replica il titolo del suo cripto-esordio del 1999, dimostrando la misura e la saggezza di un libro breve ma denso e di alto profilo discorsivo. La declinazione è spesso quella allegorica: Temporelli svolge la sua argomentazione più grazie alla poesia che attraverso di essa. Il tasso di figuralità è alto, Continua a leggere

Un poeta che rischia (di Alfonso Berardinelli)

Temporelli dimostra di avere un’eloquenza, un impeto che fanno pensare più a Luzi che a Sereni: monologhi drammatici di una voce in scena che non si dà limite

E Vittorio Sereni chi lo legge? Ci sarà qualcuno che sta imparando da lui? Me lo sono chiesto, in questi ultimi anni, ogni volta che mi capitava di rileggere qua e là “Gli strumenti umani” (1965) e “Stella variabile” (1981). Molti dei poeti italiani delle ultime generazioni si capisce che hanno cominciato a scrivere avendo in mente Penna, Amelia Rosselli, Caproni, Luzi, Giudici o Zanzotto, Pagliarani o Sanguineti, Pasolini e perfino Fortini, o chissà quale poeta straniero tradotto, o meglio chissà quale mescolanza di tutto questo. Ma Sereni? Continua a leggere