Tag Archivio per: POESIA CONTEMPORANEA

Tutta colpa dell’ermetismo

Fino a qualche anno fa ero una specie di super esperto di poesia contemporaneissima. Qualcuno suggeriva un nome e, per quanto si trattasse di un poeta giovane, esordiente, praticamente inedito, quasi certamente non mi era ignoto.

Ora, ovviamente, non è più così. Sono rinsavito, almeno un poco. Però ogni tanto mi capita di lasciarmi incuriosire da qualche nuova proposta. Talvolta, per esempio, sbircio sul sito di quella che fu la “mia” rivista (anche se, a sfogliarlo, risulto a tutti gli effetti rimosso), che è diventata sul web un emporio senz’anima. Oppure, su siti di maggiore personalità, incappo in articoli come questo.

Ecco, adesso vi butto lì la mia tronfia, non richiesta, sommaria, incontestabile impressione d’autore su tutti i nuovi poeti. Continua a leggere

La voce che ci espone. Umberto Fiori

Milano, 3 febbraio 1997

Marco per favore non suonare il campanello. Entra pure, la porta è aperta.

Il biglietto, sulla soglia dell’appartamento, mi invita a gettare lo sguardo su un corridoio semibuio. Un po’ impacciato, muovo il primo passo oltre la porta e in fondo al corridoio si affaccia Umberto Fiori, che viene ad accogliermi. «Siamo appena riusciti a far addormentare Cecilia…», mi sussurra. Continua a leggere

Aprile dei ricordi e dei rimorsi: Gianni D’Elia

Pesaro, 9 aprile 1997

 

                                                      Ora posso dire
che questa è la nostra vera colpa. La mia non è

una generazione che non ha sognato: ha sognato
male, senza saperlo, senza la coscienza e la cultura
e la poesia che sono necessari al sogno
G. D’Elia

L’esile filo azzurro che tento di seguire dal treno che mi porta a Pesaro, mi pare talvolta essere un’intuizione. È là fuori, semplice e terribile, per chiunque lo guardi o pensi, ma con una bellezza diversa per ognuno, custode della solitudine di tutti.

Il ricordo dei versi di D’Elia, che rileggevo, si mischia alle sensazioni dettate dal viaggio e dalla situazione, e da alcuni ricordi personali, violenti. L’impasto della mia vita con questo nuovo paesaggio e con la poesia è dolceamaro, perciò mi appendo, fin che posso, a quel filo azzurro che corre, alla sua assoluta presenza. Continua a leggere

Vittorio Sereni, il fantasma del lago

Il fantasma del lago

Voi morti non ci date mai quiete
Sereni

Di tanto in tanto torna a visitarmi lo spettro di Sereni – questo poeta costretto a vagare irredento tra le rovine del secolo passato, senza trovare requie, tagliato fuori dalla storia, smarrito nel suo interregno «tra due epoche morte dentro noi». Viene in «una notte di passi e di rintocchi» per mormorarmi: «Ma dimmi una sola parola / e serena sarà l’anima mia». Mi tormenta indispettito con un soffio di vento: «facciamola finita fammi fuori», come fossi veramente io il suo killer. Mi accompagna come un padre davanti al mito dell’amore giovanile, assoluto, che tutti portiamo dentro, per insegnarmi l’orgoglio dell’uomo: «Non si perdona a una donna un amore bugiardo, / l’ameno paesaggio d’acque e foglie / che si squarcia svelando / radici putrefatte, melma nera». Poi singhiozza con me in disparte sul nero di tutta l’esistenza: «Ma nulla senza amore è l’aria pura / l’amore è nulla senza la gioventù». Poi spezza l’indugio elegiaco, tanto che io m’illudo di sentire la sua mano forte sulla spalla mentre m’insegna la solidarietà tra gli uomini, la pietra dell’amicizia che sempre deve difenderci: «Un grande amico che sorga alto su me / e tutto porti me nella sua luce, / che largo rida ove io sorrida appena / e forte ami ove io accenni a invaghirmi…». Eppure, appena mi volto, è già scomparso, e non faccio mai in tempo a interrogarlo, a provare a chiedergli del suo (mio?) nodo irrisolto. Continua a leggere

Autodafè dello stregone

Mantengo la tradizione e pubblico una poesia che mi riguarda, inserita nella raccolta Sofegón carogna (Rovigo, Il Ponte del Sale 2011). L’autore, Maurizio Casagrande, si rivolge al sottoscritto con varie allusioni (stregone e mago rimandano ovviamente al mio vero cognome, il riferimento a Marte allude al mio libro di poesie edito da Einaudi, e così via). Non ricordo se l’accusa di aver «poco cervello» si riferisca a qualche questione particolare, ma credo che i versi che seguono mi denigrino complessivamente per il progetto dell’opera comune e, in generale, per l’avventura di Atelier. Continua a leggere

Per Simone Cattaneo

Simone Cattaneo era un amico. È un grande poeta. È stato un punto di riferimento per la mia generazione. È ed è stato molte cose, insomma, ma non deve essere congelato nel mito, rimosso nelle celebrazioni, usato per giustificare alcunché – nemmeno il perdersi dell’opera comuneContinua a leggere

Attraversare Montale

.                    Potere
simili a questi rami
ieri scarniti e nudi ed oggi pieni
di fremiti e di linfe,
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger folle
di voci verso un esito; e nel sole
che v’investe, riviere,
rifiorire!

Ben oltre ogni possibile disquisizione letteraria, l’attenzione rivolta al centenario della nascita di Eugenio Montale proprio sul finire del Novecento (1996) rappresenta la conferma diretta della sua riconosciuta e tuttora indiscussa centralità nella poesia italiana di questo secolo, tema presente già nella presentazione di Giorgio Zampa all’edizione, dal titolo improprio, di Tutte le poesie dell’autore e ribadito in un articolo di  Marco Forti, apparso su “Poesia”. Continua a leggere

Le poesie di József (lettura di Casagrande)

È incontestabile in poesia, come in letteratura o nella vita, che un autore aderisca intimamente ai propri luoghi, che ne porti nel sangue l’impronta archetipica al pari del patrimonio genetico ereditato con il latte materno. Tale l’impatto che il lettore ricava dall’approccio ai testi di questa antologia [si cita da Poesie. 1922-1937, Milano, Mondadori, 2002] curata da Edith Bruck: dall’inizio alla fine, infatti, Jozsef viene precisando un’immagine di sé (e degli altri) che si direbbe non possa prescindere dai grandi spazi della puszta ungherese (per quanto quest’ultima non venga mai espressamente nominata), dai cieli dell’Ungheria – sempre attraversati, però, da una venatura «metallica» o annuncianti un «azzurro ferreo» (Notte d’Inverno, p. 105) – dalle stelle che ne rischiarano le notti o dal corso placido e insieme imponente del Danubio (come non ricordare, a questo proposito, il libro omonimo di Magris?), fiume «torbido, saggio, grande» del quale «ciarla la superficie e tace il profondo. / Come se il Danubio fluisse dal mio cuore» (Presso il Danubio, p. 151 ). Continua a leggere

L’altro tempo di Auden

L’opera poetica e saggistica di Auden (1907-1973) sta ottenendo in questi anni, sull’onda di un forte rilancio editoriale che vede in prima linea la casa editrice Adelphi, un certo successo di pubblico e di critica. Quali sono le ragioni di questa riscoperta? A un primo sguardo, sembrerebbe trattarsi di uno dei non rari paradossi editoriali del nostro Paese, considerando quanto poco dovrebbe risultare congeniale alla nostra tradizione l’innesto delle opere del poeta angloamericano. L’Italia, secondo i parametri più diffusi, è un Paese malato di lirismo, viziato, sin dall’origine della propria letteratura, da un peccato di petrarchismo: la “religione delle lettere”, sulla base a volte di consolidati classicismi, a volte di risorgenti idealismi, domina le nostre scene, guidando il gusto dei critici e dei lettori verso un ideale di poesia pura. Questa, almeno, è la facciata che manifesta una tradizione in cui autori come Pasolini, Fortini, Bertolucci o Pagliarani, per fare qualche minimo esempio, devono cedere i riflettori ad altre, più celebrate esperienze. Continua a leggere

Umiltà dell’ambizione. Incontro con Antonio Riccardi

Attraverso una terra triste, senza palpiti, sebbene nascosta dietro il viavai di molta gente. Costeggio uno specchio d’acqua sulla scorta delle indicazioni di una voce, la voce di un poeta che interrogo da tempo con attenzione, perché mi parla di qualcosa che mi riguarda, e non so che sia. Trovo infine il Palazzo che si staglia nella sua magnificenza sulla desolazione che lo protegge. Ma in tutto questo io non sono Parsifal, l’Idroscalo non è un lago incantato, il Palazzo Mondadori non è il castello che custodisce il Graal. Forse ne varco la soglia per la prima volta troppo tardi, con troppo disincanto sulle spalle, per subirne il fascino. Piuttosto, mi tornano alla mente certe immagini di Aquarama: «Brasilia, poco oltre l’Idroscalo. […] Nessuno da questa campagna provi a volare / mai, né mai desideri la bella Sirena». Il mistero dunque c’è, ma non la suggestione. È un mistero materiale, la poesia. A spiccare il volo sono i grandi uccelli di metallo di Linate. Eppure, lo so, verrò coinvolto in strani riti, vedrò simboli a me ignoti o oscuramente fraterni, farò domande – ma ho la sensazione che la domanda essenziale non potrà che sfuggirmi. E sia. Continua a leggere