• Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Pinterest
  • Collegamento a Instagram
info@andreatemporelli.com
Profezia privata
  • HOME Andrea Temporelli
  • SCRITTURA
    • AUTORE
      • PROFEZIA
      • AUTORITRATTO
    • SCRIVANIA
      • ZIBALDONE
      • OFFICINA
    • SCAFFALE
      • LIBRI
      • ATELIER
  • SCUOLA
    • INVENTARE
      • FINESTRA
      • LIM
    • INSEGNARE
      • LAVAGNA
      • CATTEDRA
    • APPRENDERE
      • QUADERNO
      • ZAINO
  • ARGOMENTI A-Z
    • APPUNTI
    • ARCHIVIO ATELIER
    • ARTICOLI E SAGGI
    • BIBLIOTECA SCOLASTICA
    • DIDATTICA
    • LIBRI
    • LEZIONI
    • MATERIALI MULTIMEDIALI
    • MATERIALI DIDATTICI
    • POESIE E RACCONTI
    • PROMESSI SPOSI
    • SCUOLA CREATIVA
    • TEMPORELLI
  • SCRIVI
  • POLICY
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu
Babele, di Laura Costanzi

Un’idea della letteratura italiana nell’esilio planetario delle lingue

16 Febbraio 2016/2 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

(L’opera scelta come copertina – cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa – è di Laura Costanzi)

Questo saggio era stato pubblicato in Sentieri poetici stranieri contemporanei, a c. di Federico Italiano e Giuliano Ladolfi, Novara, Interlinea, 2004, pp. 99-105.

1) Trovandomi fortuitamente a esercitare il ruolo di battistrada in questa rassegna sulla poesia contemporanea che si allargherà, a partire dall’indagine intorno alla situazione del nostro Paese, alla letteratura europea, a quella mediorientale e a quella americana, ritengo opportuno soffermarmi su un paio di spunti iniziali, che torneranno utili per lo svolgimento del tema specifico della poesia italiana. Intendo toccare, seppure in modo sommario, la questione del rapporto fra le varie tradizioni nazionali e abbozzare un’idea sintetica della nostra letteratura, intesa nella interezza del proprio svolgimento e nella relazione con il sistema globale delle diverse culture.

L’ampiezza e la complessità degli argomenti sono tali per cui qualunque tentativo di risultare completi sarebbe destinato al fallimento, quindi non starò a giustificare il tasso di genericità delle argomentazioni che seguiranno e non richiamerò la dose di ponderazione imprescindibile per declinare in ogni esempio concreto i concetti qui spianati.

2) Viviamo nell’epoca della traduzione. (Preciso subito, anche se non credo ce ne sia realmente bisogno, che per traduzione non intendo la semplicistica trasposizione da un codice a un altro, ma l’intero ventaglio di pratiche implicate dal termine: la traduzione è dunque reinvenzione, interpretazione, transfert idiolettico…)

Il cammino della modernità e il progresso tecnologico ci consegnano a un mondo in cui le culture e i diversi saperi sono sempre più strettamente interfacciati, quanto più vanno specificandosi intorno alla loro essenza. A dire la verità, le culture non sono mai esistite come compartimenti stagni – è facile provarlo –, ma credo che oggi per la prima volta nella storia il loro grado di interconnessione sia tale da rendere possibile il sogno goethiano di una letteratura mondiale. Il dialogo fra le culture, entità fluttuanti, è veramente inevitabile. Nel villaggio globale del nostro pianeta, ciò rappresenta una fonte di opportunità inimmaginabili, ma anche la causa dell’inasprirsi di contrasti latenti: le resistenze si acuiscono, nel desiderio di preservare identità minacciate; i nodi storici irrisolti riemergono, in modo più o meno esplicito, anche per l’accelerazione temporale imposta dai Paesi “più evoluti”, che è veramente difficile da armonizzare con lo sviluppo del resto del mondo.

Mentre rimaniamo stupiti per gli scenari che si prospettano, soffriamo la deriva delle nostre soggettività. Il discorso vale anche a livello sovrapersonale. Nessuno, per intenderci, può sensatamente riconoscersi più in alcuna “patria”. Ogni scrittore, oggi più che mai, è un migrante, un esiliato per natura: anche qualora vivesse nella sua comunità d’origine idealmente preservata (idillio affascinante quanto superato). Abbiamo già assistito alla fine della storia, intesa nell’accezione hegeliana di storicità di popoli chiusi in un profilo linguistico-spirituale certo e in una geografia letteraria definita (altamente significativo in tale prospettiva è il concetto stesso, per esempio, di letterature postcoloniali). La tecnologia ha abbattuto ogni reale distanza, il mondo è stato interamente esplorato, l’esotico è un’opzione del tempo libero da cliccare a piacere. Viviamo, dunque, nella deriva dei saperi tradizionali, che si sfaldano progressivamente. Non abbiamo più alcuna visione globale, alcuna filosofia, alcuna ideologia, ma nemmeno una religione o una scienza, solo esperienze molteplici, più o meno duttili, in cui adattiamo residui del sapere perduto (e penso che tale deriva sia il destino planetario di ogni cultura, non solo di quella occidentale). Gli unici miti cui ci aggrappiamo sono quelli che riducono il nostro commercio con le cose del mondo a un rapporto degradato, materiale, indotto da poteri di persuasione.

In qualsiasi ambito ci applichiamo, la molteplicità dei punti di vista rischia di generare dissociazione, a tutti i livelli. Non riusciamo più a vivere, a percepire il centro vitale delle nostre operazioni: teniamo separati i campi in cui ci esprimiamo, perché non è affatto semplice trovare una sintesi. Abbiamo imparato a convivere con la nostra schizofrenia. In altre parole, ci siamo assuefatti agli standard e ci limitiamo a dosare la fruizione dell’eccellente in dosi omeopatiche. Ciascuno ha la propria ora d’aria: l’uscita nel week-end, l’ora settimanale dedicata alla palestra, lo sballo in discoteca al sabato sera: si continuino e personalizzino gli esempi.

Proprio a causa di questo sfaldamento di sapere nelle moltiplicazioni dei saperi, molti fantasmi e molti idoli si frappongo al traduttore, nel suo cammino (e traduttori, sia chiaro, siamo noi tutti, all’interno della rete che ci trasforma in sinapsi sempre esposte, almeno potenzialmente, all’intero sistema). La sollecitazione peggiore, a mio avviso, che agisce sul traduttore, con la sua spossante costanza di sottofondo, è la mediocrità.

Nello specifico del nostro discorso, vale a dire nella letteratura, che cos’è lo standard che attutisce il senso di dissociazione, qual è la mediocrità cui siamo ormai avvezzi?

È il postmoderno, ovvero il polpettone delle culture cucite dallo spago dell’ironia, è l’anacronismo crudo eletto a criterio di coesistenza. È l’idea che tutto sia già avvenuto e che noi entriamo in scena a conti fatti, per cui non ci resterebbe che manipolare, combinare, rifunzionalizzare, riscrivere. È, letteralmente, la morte della poesia, la fine di ogni effettivo spazio di creazione. Entro quest’ottica, tutto si presta a materiale d’uso: anche la spazzatura. L’arte, in questo modo, non può che compiere l’estremo gesto di annichilimento: esistere nel momento stesso in cui si rinnega, eleggendo l’effimero a proprio altare, riconoscendo nella semplice ritualità performativa il proprio specifico. È la poetica del trash.

Nell’era della complessità, di fronte alle proposte infinite che ci vengono prospettate, ci si rifugia istintivamente nella mediocrità. Non conoscendo che poche lingue e pochi linguaggi rispetto alla moltitudine che ci assedia, ci si riduce a una lingua impoverita, di mero scambio: buona per tutte le occasioni.

D’altronde, è spontaneo pensare che per tenere insieme due punti (due sguardi, due giudizi, due intelligenze) sia necessario stare nel mezzo. Non è così, perché la traduzione è un processo infinito che si oppone alla stasi: pensare non significa rinunciare a dire sì o no, ma continuare a dire sì o no sulla base delle circostanze, trovando l’identità nel suo continuo farsi metamorfico, trovando insomma l’essere nel divenire. Il luogo che tiene insieme due punti è il luogo che li origina entrambi, la ragione che li trascende. Una persona intelligente non dice mai sì in modo inconsapevole: la sua affermazione è sempre la negazione della negazione, l’analisi insomma del punto di vista altrui. Solo realizzando le stesse aspettative legittime dell’altro (ovvero traducendo nella sua lingua il mio punto di vista), ho speranza di portare avanti il dialogo facendo leva sulle mie ragioni, valide al di là di me, fondate su un terreno comune di scambio, nient’affatto metafisico o ontologico, ma pienamente storico, preparato ad hoc.

Affermare di vivere nell’epoca della traduzione, significa in ogni caso dichiarare di vivere nell’epoca del paradosso. La traduzione è un paradosso, come l’uomo stesso. Ciò che è più mio, ciò che mi è più intimo, è la mia stessa umanità, ovvero ciò che ho in comune con tutti gli altri. La sostanza della mia identità è ciò che fonda la comunicazione, il mio essere, per natura, un’entità aperta, sociale. Io sono, nella mia parola più originale, una traduzione.

Tutto ciò mi porta a concludere che non abbiamo altra possibilità che scommettere che la traduzione non rappresenti mai una minaccia per l’identità, ovvero, in termini politici e più generici, che globalizzazione e difesa delle singolarità si coniughino realizzandosi a vicenda. A patto che non si stia mediocremente nel mezzo, ma si continui a viaggiare dal centro alla periferia, da un piano all’altro, ricostruendo ogni volta il sistema di cui sono elemento attivo. A patto, insomma, che si possa pensare le differenze all’interno di un processo di integrazione, anche superando il retaggio giudaico-cristiano e greco-romano che ci ha obbligato (almeno per come noi lo abbiamo inteso finora) a pensare secondo categorie esclusive.

Personalmente, sento di far parte di quella schiera di scrittori chiamati ormai ad assumersi la responsabilità di questo progetto: lavorare per una cultura planetaria, consapevole del proprio fondamento, che non sia semplicemente il prodotto (traumatico e traumatizzato), vale a dire il compromesso, delle tensioni storiche. La parola del poeta non entra in scena a conti fatti, ma si propone a suo modo, con la sua delicatezza e povertà destabilizzante, come interprete di un pensiero (di un sentimento del mondo) che non è l’ombra degli avvenimenti, ma è sempre compartecipe dell’evolversi della specie umana, fino a diventare talvolta anche pungolo evolutivo: mai ombra del già stato, ma memoria attiva ed evento.

3) Ora, nel contesto planetario in cui le culture si annodano e si tendono, quale idea non conservativa della letteratura italiana offrire? Qual è il sentimento primordiale che la nostra tradizione ha di se stessa? Cos’è che contraddistingue il fatto di scrivere nella nostra lingua rispetto alle altre?

La nostra letteratura si qualifica per un terribile privilegio: quello di poter leggere direttamente i testi delle origini. È sicuramente un privilegio straordinario fruire, con la scorta di minimi strumenti ausiliari (vedere il continiano Esercizio d’interpretazione sopra un sonetto di Dante [Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi 1970, pp. 161-168]), la Divina Commedia, ma è anche un dramma, perché la sensazione è quella di trovare, fin dall’inizio, già tutto compiuto. La nostra letteratura nasce perfetta. Ogni cosa è subito prodigiosamente espressa, non solo per la somma virtù poetica di Dante, ma per la miracolosa sintesi culturale che essa realizza. Dal principio, l’intero scibile umano è stato attraversato; l’universo intero è spiegato di fronte ai nostri occhi. Il mito dell’origine e il mito della perfezione si assommano e questo ci lascia l’impressione (poco importa si tratti in parte, magari, di un’illusione) di non poter essere altro che epigoni, nostro malgrado. Anzi, prevale la coscienza di un perenne disgregarsi dell’originaria potenza e unità immaginifica: per noi progresso è decadimento, perdita costante di senso, viaggio (senza più meta certa) nella modernità che disperde in mille rivoli il proprio destino. La letteratura italiana non si svolge orizzontalmente, andando a conquistare nuovi territori espressivi: concresce, al limite funghisce su di sé. Ogni conquista di materia, all’interno di un genere, è avvertita come “ruina”.

Ripeto: molte precisazioni andrebbero avanzate; tuttavia, credo effettivamente che il sentimento che la nostra letteratura abbia di sé stessa sia pressappoco questo. Tant’è vero che ogni volta che ci si confronta con chi scrive in altre lingue, per quanto essi possano avere un profondo rispetto per la tradizione del loro Paese, emerge il senso di una devozione quasi mistica dello scrittore italiano per la sua lingua: corpo sacro da trattare con sommo rispetto.

Lingua, peraltro, morta, quella italiana. Qual è il peccato originale che fissa eternamente il mito di questa lingua, se non la funzione che la nostra letteratura ha attribuito a Petrarca? Anche qui preciso: che Petrarca non sia riducibile al medaglione polemico da opporre a Dante, come diremo, ma resti un autore ben più complesso, è un dato che non discuto. Tuttavia, mi pare altrettanto indubitabile che nella nostra cultura Petrarca si sia trovato strumentalmente ridotto a modello per un’idea dominante di letteratura e di poesia. Non sto qui a sondare le ragioni politiche che hanno favorito questo passaggio (che cosa sarebbe potuta diventare la nostra letteratura senza Bembo!), fatto sta che Petrarca ha “neutralizzato” Dante, la poesia si è riconosciuta essenzialmente nella lirica “pura” rinnegando la propria tensione sperimentale e il prodigio universalistico dell’umanesimo ci ha presto lasciati in balia di una lingua imbalsamata, letteraria, distante dal vissuto, astratta ed elitaria. Ecco, la nostra lingua poetica è morta prematuramente. Questo è il problema della nostra letteratura, tant’è vero che la questione della lingua è il file rouge che cuce tutti i secoli o le scansioni in cui la suddividiamo.

4) Il Novecento, poi, è il secolo che ha visto il fiorire, spesso contraddittorio e conflittuale, di molteplici poetiche, le quali, in qualche modo, hanno dovuto fare i conti con l’idea della letteratura sovraesposta.

Non è proprio, il secolo scorso, il momento in cui massimamente si è acuita la contrapposizione fra Dante e Petrarca (ovvero la “funzione Dante” e la “funzione Petrarca”)? E l’Ermetismo, idolo polemico quasi sempre preso per la poetica canonica del Novecento, non è stato ricollegato, à rebours, ben oltre l’ascendenza francese, a una matrice petrarchesca appunto, raffinata e conchiusa, così naturale per le nostre inclinazioni retoriche? Non a caso si parla di Novecento e Antinovecento, andando a solleticare una dicotomia profonda, che non riguarda solo la prima parte del secolo.

Ma pensiamo anche, più genericamente, a tutte le forme di recupero nostalgico del mito, vale a dire di un discorso poetico che vagheggia, più o meno esplicitamente, un sapere unitario, in grado di abbracciare religione, scienza, letteratura ecc.: non si tratta del desiderio, appunto, di riappropriarsi di una dimensione anche sociale dello scrittore che si è smarrita nel tempo?

Antitetiche a ogni tentazione orfica della poesia, ma a ben vedere complementari a essa, nel comune anelito a ricostruire una riconoscibilità della comunicazione poetica nel mondo saturo dei media, sono tutti i manierismi e i neoformalismi.

Se poi il problema della poesia italiana è essenzialmente un problema linguistico, il dialetto non poteva non emergere come una risposta spontanea ed efficace, come se tale problema si potesse in definitiva scavalcare. L’effetto positivo è stato, in questo caso, quello di riscoprire tutte le tradizioni minori, tutte quelle figure periferiche rispetto alle voci canonizzate, tanto più che la nostra è «sostanzialmente l’unica grande letteratura nazionale la cui produzione dialettale faccia visceralmente, inscindibilmente corpo col restante patrimonio» (Contini). Insomma, il dialetto (D’Elia ha parlato tuttavia di “neovolgare”) si è configurato presto come un’arcadia, tanto che i poeti più consapevoli ne hanno infine svelato il «terribile bluff» (e qui rimando all’intervento di Flavio Santi su «Atelier» n. 19, settembre 2000): nient’affatto ascrivibile a un ingenuo localismo intellettuale, il poeta non si figura più (se non a livello di finzione originaria) voce di una comunità ideale e incontaminata. Il dialetto è divenuto lingua apertamente sperimentale (del tutto paritaria in questo all’italiana, vernacolo planetario): lingua originariamente poetica in virtù di quel surplus, di quel credito iniziale, che nasce dall’aggiramento di quella angoscia dell’influenza e di quell’egemonia delle corde liriche così avvertite nella nostra cultura.

Il Novecento ha elaborato quasi esclusivamente poesia di secondo grado: poesia sperimentale, poesia ironica, poesia iperconsapevole, sarcasticamente infastidita di sé stessa e del proprio declino. Le eccezioni, antivocentesche appunto, sono valorizzate a partire da questa prospettiva.

L’incapacità linguistica di adattarsi al mondo e di rinnovarsi (non importa se effettiva, ma sofferta come tale), si è tradotta per noi italiani in una deriva del poetico tout court. Non che Oltralpe questi temi non abbiamo avuto sviluppo, spesso anzi noi li abbiamo importati (si pensi solo al dibattito intorno al postmoderno), ma entrare nel Novecento significa per noi avvertire la morte della poesia, l’impossibilità di proseguire il discorso, il dramma (avanguardistico) di doverlo rifondare al di là dei paradigmi dettati dall’estetica (il bello è anacronistico cavallo di battaglia dei poeti neoromantici o mitomodernisti, oggi). In che modo competere con la canzone, senza ricadere nel poeticume di una lirica artefatta, falsificata dal nerbo stesso dell’evoluzione letteraria novecentesca, tesa a costruire un nuovo rapporto conoscitivo tra “parola” e “cosa”? Oggi, o si sceglie apertamente l’anacronismo (il mito, la maniera), cedendo insomma al postmoderno, oppure ci si congela in postavanguardismi altrettanto avulsi dal contesto, dal rapporto con un pubblico che non c’è più, a fronte di una pulsione amplificata a dismisura verso la creazione, oggi soddisfatta con mille surrogati. Come a dire che il bivio è fra poesia morta, da preservare con aristocratica devozione di fronte al disprezzo del mondo, e fra similpoesia, genere meticcio che si allontana dalla concezione lirica della nostra tradizione e si avventura in territori non giurisdizionali.

5) A dire la verità, assumendo l’ottica particolare della nostra tradizione, il dilemma è tutt’altro che infondato. L’oracolo si scioglierà solo quando saremo in grado di ripensare la poesia italiana e la sua identità nel contesto internazionale. Bisogna entrare con fiducia nel commercio fra le lingue e i saperi, abbandonando le vecchie rigide centralità e assumendo un punto di vista più ampio. Bisogna smascherare l’errore di sommare il dilemma dell’identità della poesia contemporanea con i tratti della nostra cultura; accettare l’esilio, insomma, e sulla scorta di Mandel’štam, di Canetti, di Miłosz, di Nabokov, di Brodskij e di tanti altri intraprendere le vie della migrazione tra le lingue, fiduciosi che in quest’atto si preserva lo stesso impulso poetico originario: sono prossimo alla mia origine quanto più mi avvicino all’altro, quanto più sono in grado di muovermi, di tradurmi.

Ciò significa che scriveremo inevitabilmente in inglese, bluffando come taluni oggi fanno con il dialetto? No, non è certamente questo il punto. Sarà necessario concepire la propria lingua come permeabile rispetto alle altre culture e flessibile rispetto ai mutamenti del reale: come sistema aperto e inclusivo, non necessariamente plurilinguistico (ricordare il pericolo di stare in mezzo ai due punti nell’illusione di mediarli), ma capace di tradurre, di lasciarsi fecondare.

Del resto, non è sempre stata la nostra maggiore virtù la capacità di armonizzare le diverse aperture linguistiche e regionali (frutto della nostra ben nota storia) in un sentimento comunque unitario? Serve dunque riscoprire nella tradizione le tradizioni, e aiutarle a fiorire, ma senza ridurle a ripiegamenti antiquati, senza perdere l’afflato universale che sostiene ogni singola poetica (in termini filosofici: qualsiasi programma individuale resti subordinato a una visione etico-estetica globale).

Se lo spirito poetico sussiste ancora, aleggia indubbiamente su tutti gli oceani e su tutti i continenti: cerchiamolo qui.

 

Tags: POETICA, TRADUZIONE
Condividi questo articolo
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su X
  • Condividi su WhatsApp
https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2016/02/Babele-di-Laura-Costanzi.jpg 1147 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2016-02-16 05:28:462016-07-21 10:03:21Un’idea della letteratura italiana nell’esilio planetario delle lingue
Potrebbero interessarti
La reputazione sul web Attenti alla vostra reputazione
La poesia è una marchetta. Express your artgratuito da pexels.com La poesia è una marchetta
Bufalino La prova del nove
Autoesegesi e profezia Autoesegesi e profezia
Fahrenheit 451, di Lorenzo Perrone Una rimozione colossale
La voce, di Wanda D'Onofrio La voce, l’ascolto, lo sguardo
bambino in ariagratuito: https://www.pexels.com/it-it/foto/bambino-che-ride-che-galleggia-sull-aria-294173/ Ballata del mese di maggio
Uomo di spalle, fotografia di Davide Nesti L’ultimo omaggio ai viventi
2 commenti
  1. Massimiliano
    Massimiliano dice:
    16 Febbraio 2016 in 20:41

    L’articolo è bello e complesso, l’ho letto due volte e sicuramente molto mi è sfuggito. Quel che trattengo è fondamentalmente la critica di base riferita alla mancanza di certezza, di un’unità a favore della mediocrità, il prevalere del mercato, di un linguaggio povero etc. Subodoro un sentirsi un pochino al di sopra delle parti; intravedo un piedistallo che in definitiva svela la paura atavica di estinzione. L’estinzione della poesia e di una lingua, l’incapacità di tradurre non tanto un testo ma una condizione esistenziale che non può più attingere al carattere monolitico della grande tragedia umana, ma solo a piccoli e sparsi rumori di fondo. Ovviamente di questo passo non si poteva non approdare a parlare della poesia che muore, della morte dell’arte. Beh, a parte il fatto che a me sembra che l’uomo migliori sempre di più, che il mondo migliori sempre più nettamente, sotto tutti i punti di vista, scienza, medicina, sapere, longevità, ingegneria, tecnologia, possibilità, potenzialità, ecco personalmente quel che non condivido affatto è il valore trascendentale che avrebbe per alcuni l’arte, quale unico baluardo capace di tradurre il mondo. Non è forse possibile che l’arte, come noi la concepiamo, abbia esaurito il suo corso? E se anche così fosse, davvero crediamo che l’uomo per questo diventerebbe un imbecille? Ma davvero c’è chi ancora crede che andare in palestra il finesettimana sia becero, mentre stare in casa a leggere i Demoni sia nobile? Questa forma di snobismo, personalmente, m’imbestialisce per la presunzione intrinseca, che separa, crea classi, alimentando proprio quegli scompartimenti a cui si accenna nel testo. E’ una forma di razzismo intellettuale che a mio parere esclude la possibilità di essere infettati, di prendere la febbre, cosa più che mai oggi necessaria per chiunque azzardi un processo creativo. Per pura polemica allora affermo: se anche si smettesse domani di scrivere poesia non vedo quali reali danni riceveremmo, cosa ben diversa sarebbe se smettessimo di estrarre il petrolio. O sbaglio? Di arte ce n’è fin troppa, altro che morta. C’è una super produzione e se questo è l’elemento che ne innescherà la sparizione significherà soltanto che l’arte non è più adatta alla sopravvivenza al mondo di oggi, che, sia detto tra parentesi, a me piace parecchio. Avete presente le piccole icone religiose, i santini insomma, grandi opere di pittura di scultura di architettura del passato miniaturizzate a decine di milioni trasformati in gadget spiritosi o spirituali? Ma anche tutte quelle opere del secolo scorso riprodotte incessantemente su carta, t-shirt, barattoli etc? (I bambini di oggi chiedono perché le figure dei quadri non si muovono, non è una fantastica osservazione?) Probabilmente è proprio questo il destino dell’arte, poesia inclusa. Una perdita di aurea, o un radicale spostamento in qualcosa d’altro, uno sbriciolamento in segni sempre più primari, che un giorno sfociano in utilizzi impensati, o spariscono e basta e fine. E sia! Credo che oggi solo chi non abbia timore di questo processo possa avere ancora qualcosa da dire, solo chi accetta in un qualche modo la sua sparizione ( di cui si parla da quanto?) potrebbe essere in grado, fosse anche nel suo piccolo, di rappresentare il mondo di oggi, di farlo sentire, di renderlo visibile, di saperlo tradurre. Trovo sia un atteggiamento patetico chi punti ancora i piedi a un magnifico politeismo poliedrico a favore di un unico e inossidabile dio morto. Nel secolo scorso è avvenuta forse la più grande rivoluzione dell’immaginario: la pop art. Wharhol non mescolò forse tutte le carte sul tavolo e ne rigettò una forma del tutto inaspettata? Non tradusse il mondo come era allora ( l’occidente quanto meno) miscelando il basso con l’alto, l’opera omnia assoluta intoccabile mutandola potenziata attraverso il multiplo? Non fuse il ruolo dell’artista, fino a quel momento per lo più solitario e disperato, intrappolato nel suo ego pieno di sensazioni, con le qualità del grande impresario? Non si trasformò quindi in una macchina pazzesca del tutto adeguata ai tempi?

    Riguardo alla traduzione vengono bene le parole che mi ha scritto un mio amico: ritengo che il problema sempre da affrontare ogni volta che si scrive (e per il poeta forse in modo particolare) è: noi costruiamo l’edificio delle nostre asserzioni, tutta la grammatica del dentro e del fuori, utilizzando un dizionario antico ( vale per ogni lingua) e non sappiamo se vi è corrispondenza tra ciò che sentiamo e ciò che viene espresso. In altre parole, non sappiamo se ciò che affermiamo, rispetto agli stati interiori, sia corrispondente alla verità. Non possiamo saperlo.

    Aggiungo: non è proprio per questo che si continua a scrivere?

    Rispondi
    • Andrea Temporelli
      Andrea Temporelli dice:
      16 Febbraio 2016 in 21:09

      Eccellente commento e provocazione, Massimiliano. Non si può certo liquidare rapidamente. Aggiungo solo qualche postilla: il saggio è di qualche anno fa e, per quanto mi senta di sottoscriverlo ancora, può darsi che il tono risulti un po’ sopra le righe o celi quella paura di estinzione che avverti. Fatto sta che: 1) non frequento palestre, ma il calcetto settimanale per me è sacro; 2) se andando in palestra ci portiamo dentro e proteggiamo la coscienza (questo è il vertice dell’evoluzione, secondo me) che ci ha portato a concepire i Demoni (o qualsiasi altra opera di genio), si abbandoni pure la poesia e si passi alla ginnastica; 3) io sono già estinto, mio caro Massimiliano, parlo dal mio aldilà.

      Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

L’amore e tutto il resto

Tag

ANEDDA ATELIER BUFFONI CAPRONI CRITICA LETTERARIA CUCCHI DE ANGELIS DIARIO ESORDI FIORI GIUDICI GRAMMATICA IL CIELO DI MARTE INTERVISTE L'AMORE E TUTTO IL RESTO LEOPARDI LETTERATURA LETTERE APERTE LUZI MAGRELLI MANZONI MAPPE CONCETTUALI MERLIN MONTALE NARRATIVA CONTEMPORANEA PASOLINI PENSIERO POESIA CONTEMPORANEA POETICA POLEMICHE E PROPOSTE PUSTERLA RABONI RICCARDI SCARPA SCRITTURA SCUOLA SERENI SMARCAMENTI TEMPORELLI TEORIE DELLA DIDATTICA TERRAMADRE TUTTE LE VOCI DI QUESTO ALDILA' VITA DA PROF VIVIANI ZANZOTTO

Download

AUTORE

Marco Merlin
MRLMRC73D04B019R
c/o Web’s River
Via Santa Maria 7
28010 Barengo [NO]

SCRITTURA

Pangea
Zibaldone
Il primo amore
Teatro delle Selve
Letteratura on-line

SCUOLA

Don Bosco Borgomanero
Life Skill's Italia
Rai Scuola
Educare.it
Nodemos
Istituto Luce

WEB AGENCY

© Copyright - Andrea Temporelli
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Pinterest
  • Collegamento a Instagram
Collegamento a: Estrema serietà e irriverente ironia (di Andrea Rompianesi) Collegamento a: Estrema serietà e irriverente ironia (di Andrea Rompianesi) Estrema serietà e irriverente ironia (di Andrea Rompianesi)Sfuggendo alla critica, di Pere Borrell del Caso Collegamento a: “Tutte le voci di questo aldilà” ci chiamano a veglia (di Franco Acquaviva) Collegamento a: “Tutte le voci di questo aldilà” ci chiamano a veglia (di Franco Acquaviva) Rubinetto (dettaglio), di Simone Giaiacopi“Tutte le voci di questo aldilà” ci chiamano a veglia (di Franco...
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto

Questo sito utilizza i cookie. Continuando a navigare nel sito, accetti il l'utilizzo dei cookie.

LEGGIAPPROFONDISCIACCETTO

Cookie and Privacy Settings



Come usiamo i cookie

Ti chiediamo che i cookie siano accettati sul tuo dispositivo. Utilizziamo i cookie per sapere quali siano le interazioni col nostro Sito Web, per arricchire e valorizzare l’esperienza di navigazione e per personalizzare il tuo rapporto con il nostro sito web.

Clicca sui titoli delle categorie per saperne di più. Puoi anche modificare alcune delle tue preferenze. Tieni presente che il blocco di alcuni tipi di cookie potrebbe influire sulla tua esperienza nel nostro sito Web e sui servizi ad esso connessi.

Cookie essenziali del sito Web

Questi cookie sono strettamente necessari per fornirti i servizi disponibili nel nostro sito Web e per utilizzare alcune delle sue funzionalità.

Poiché questi cookie sono strettamente necessari per fornire il sito Web, non è possibile rifiutarli senza influire sul funzionamento del nostro sito. È possibile bloccarli o eliminarli modificando le impostazioni del browser e imporre il blocco di tutti i cookie su questo Sito Web.

Cookie di Google Analytics

Questi cookie raccolgono informazioni che vengono utilizzate in forma aggregata per aiutarci a capire come viene utilizzato il Sito Web o l’eventuale efficacia delle nostre campagne di marketing o per aiutarci a personalizzare il Sito e la tua applicazione al fine di migliorare la tua esperienza.

Se non vuoi che monitoriamo la tua visita sul nostro sito puoi disabilitare il monitoraggio nel browser qui:

Altri servizi esterni

Usiamo anche diversi servizi esterni come Google Webfonts, Google Maps e fornitori di video esterni. Poiché questi fornitori possono raccogliere dati personali come il tuo indirizzo IP, ti consentiamo di bloccarli qui. Tuttavia sii consapevole del fatto che questo potrebbe ridurre pesantemente la funzionalità e l'aspetto del nostro Sito. Le modifiche avranno effetto una volta ricaricata la pagina.

Impostazioni di Google Webfont:

Impostazioni di Google Map:

Video Vimeo e Youtube incorporati:

Privacy Policy

Per ulteriori informazioni e dettagli sulle impostazioni e in merito alla privacy leggi la nostra informativa estesa.

Privacy e Policy del sito di Andrea Temporelli

Accettare le impostazioniNascondi solo la notifica