• Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Pinterest
  • Collegamento a Instagram
info@andreatemporelli.com
Profezia privata
  • HOME Andrea Temporelli
  • SCRITTURA
    • AUTORE
      • PROFEZIA
      • AUTORITRATTO
    • SCRIVANIA
      • ZIBALDONE
      • OFFICINA
    • SCAFFALE
      • LIBRI
      • ATELIER
  • SCUOLA
    • INVENTARE
      • FINESTRA
      • LIM
    • INSEGNARE
      • LAVAGNA
      • CATTEDRA
    • APPRENDERE
      • QUADERNO
      • ZAINO
  • ARGOMENTI A-Z
    • APPUNTI
    • ARCHIVIO ATELIER
    • ARTICOLI E SAGGI
    • BIBLIOTECA SCOLASTICA
    • DIDATTICA
    • LIBRI
    • LEZIONI
    • MATERIALI MULTIMEDIALI
    • MATERIALI DIDATTICI
    • POESIE E RACCONTI
    • PROMESSI SPOSI
    • SCUOLA CREATIVA
    • TEMPORELLI
  • SCRIVI
  • POLICY
  • Fare clic per aprire il campo di ricerca Fare clic per aprire il campo di ricerca Cerca
  • Menu Menu
Romano Luperini

La rancura, motore della storia (per Luperini)

26 Agosto 2016/2 Commenti/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

Ho letto La rancura di Romano Luperini per un paio di buoni motivi: 1) la stima per il critico e la sua scelta di calarsi nei panni del narratore; 2) il discorso generazionale che detta una scansione in tre fasi del libro, che si divide in una parte prima, Memoriale sul padre (1935-1945), una parte seconda, Il figlio (1945-1982) e una parte terza, Il figlio del figlio (2005). Nell’attraversare oltre mezzo secolo, seguendo le vicende, più che di una famiglia, di tre uomini, ci si affida a generi letterari diversi, rispettivamente: la docu-fiction, l’autobiografia romanzata («quasi un’autofiction») e il racconto in terza persona.

Pur senza vantare la fluidità di altri romanzi che abbracciano diverse fasi della storia italiana (penso in particolare a Canale Mussolini), anche per questa differenziazione interna di genere e per la scelta di concentrarsi su alcuni periodi circoscritti (la parte centrale per esempio si divide in due sezioni, determinate cronologicamente: 1945-160 e 1978-1982, mentre l’ultima si riferisce al solo 2005), il romanzo risulta tuttavia felice nel raccontare gran parte del nostro Novecento, fino al suo trascolorare nel mondo attuale.

Tecnicamente, potrei dire che a volte affiora la sensazione che certe vicende ed episodi siano proprio finalizzati alla volontà di rappresentazione di un periodo storico e di un ambiente sociale, caratteristica del resto connaturata alla docu-fiction, ma che resta sempre sospetta, per un lettore come me. Tuttavia, non si scade quasi mai nel bozzetto didascalico, almeno fino alla terza parte, di cui diremo meglio in seguito. Nella sezione dedicata all’infanzia del protagonista (il figlio è l’unico che parla in prima persona) si raggiunge poi un equilibrio veramente pregevole per capacità di resa del contesto sociale e dell’epoca, dell’infanzia di Valerio (questo il nome scelto per il personaggio), della sua educazione sentimentale. Con un procedere asciutto, sobrio, in grado di rendere ragione anche di tematiche scabrose come la maturazione sessuale e, ovviamente, il contrastato rapporto con il padre, la realtà si manifesta nella sua crudezza e ambiguità originaria, senza concessioni alla lirica, senza distorsioni nostalgiche o idealizzanti. Lo stile dell’autore è dunque di ottima caratura, con qualche toscanismo (spengere) e qualche finezza sintattica (nonostante che) a screziarne la superficie controllata, essenziale, elegante nella sostanza più che nell’esibizione. In tal senso, persino l’incipit, sintatticamente scombinato («La prima immagine che ho di mio padre è seduto, con le spalle al muro»), sotto l’egida di un titolo tanto letterario quanto arcaizzante (il termine rancura, di ascendenza dantesca, viene da Montale) e di un attacco colloquiale, in prima persona, si rovescia paradossalmente in preziosismo letterario. Senza arrivare a richiamare l’anacoluto con cui Petrarca avvia il canzoniere, si può restare in prossimità di Montale, e pensare alla lingua degli Ossi di seppia, che strozzava i virtuosismi di un d’Annunzio in un tono nuovo, non tanto crepuscolare e compiaciuto, ma più sincero e confidente («Io, per me…»). L’imitazione insomma di una imprecisione tipica dell’espressione orale, in apertura del romanzo, è fautrice di uno choc voluto per introdurci a una lingua che sarebbe troppo facile, ma nient’affatto insensato, definire saggistica – da intendersi, altro paradosso, come un pregio per il narratore.

Purtroppo, però, la terza parte risulta davvero poco convincente. Ci sarebbero anche qui ragioni tecniche da addurre (è la più sbrigativa, la meno coerente, con personaggi più piatti, quella in cui emerge in modo più fastidioso la sensazione che davvero certe scene siano di mero servizio rispetto all’intento rappresentativo: ecco che Berlusconi o il Grande Fratello finiscono per proporsi allora come bersagli troppo ovvi e meccanicamente centrati, in modo sommario e quindi retorico), ma in fondo a me qui non interessa sviluppare una recensione, ma affrontare proprio il nucleo ideologico dell’autore. Come guarda Luperini a questi anni e alle ultime generazioni?

Si potrebbe pensare che, in fondo, emerga una visione pessimistica, che narra una decadenza complessiva, lungo la parabola del comunismo. Per quanto in parte ciò sia vero, non si può negare che Luperini colga bene anche le ragioni del mondo attuale o comunque la complessità di una valutazione. Marcello, figlio di Valerio e nipote di Luigi, si interroga, alla fine, intorno alla figura del nonno: «Era un giovane depresso con le spalle al muro o un capo che decide per tutti e si mette a gambe larghe nella strada col mitra puntato? Fra il reduce frustrato che segue la figliastra zigzagando sulla bicicletta con figlioletto sulla canna e il comandante partigiano che guida l’attacco alla caserma fascista che coerenza c’è?». Insomma, sarebbe semplicistico cadere nello schema dell’uomo forte, che ha partecipato alla guerra e in qualche modo ha fatto la storia ottenendo almeno una parziale vittoria, a fronte del quale sia il figlio, che pure si scontra con la realtà ma dovrà ammettere la sconfitta dei propri ideali, sia ancor più il nipote, risulterebbero schiacciati nella loro inadeguatezza. In verità, anche Luigi è, nel privato, un fallito, e la sua identità è più che composita, quasi dissociata, a seconda dei frangenti narrativi e dei punti di vista adottati. A Luperini insomma non manca la capacità di cogliere con esattezza anche lo spirito dell’epoca attuale: «Loro [sono sempre parole di Marcello, dalle ultime pagine del romanzo] credevano nei fatti e nelle emozioni, erano seri e patetici, noi siamo ironici o cinici. Loro sono stati fascisti o antifascisti, partigiani, comunisti, sessantottini, avevano un’idea del passato e una del futuro. Di qui errori terribili e tragedie continue. Noi si vive senza tragedie e senza grandi conflitti, in una confusione generale, dove tutti sono contro tutti ed esistono solo obiettivi temporanei e personali». Ineccepibile. Peccato però che si limiti a tratteggiare l’epoca attuale secondo coordinate sociologiche generiche, senza la forza di sviluppare fino in fondo il dramma, narrativamente e psicologicamente.

Così, alla fine, la rancura resta un ammanco perenne, una sorta di catena (maschile?) che potrebbe risalire ancora a ritroso nella storia: pensiamo anche come lo stesso Luigi all’inizio del romanzo appaia agli occhi del padre come una sorta di inetto. Se è potuto crescere come personaggio, non è dunque per merito proprio, ma per la spinta di un vento che lo ha trascinato: il vento della storia stessa. La fluidità esasperante della nostra epoca fa di questo ammanco una maledizione destinata a perpetuarsi, anche per noi, quarantenni ironici e cinici – noi, la prima generazione che ha davanti a sé un futuro non più ricco di promesse, si dica pure di illusioni, ma di minacce, di ritorsioni di un passato di cui non siamo nemmeno responsabili? A me verrebbe piuttosto da pensare che la rancura sarebbe ancora un motore, in qualche modo, e che invece oggi è persino la mancanza di un contrasto con i padri (dal momento che non abbiamo nuovi sogni da rivendicare, visioni alternative da proporre) a condannarci. Però, ecco, sarebbe bello poter vedere nell’uscita da questo schema, da questa catena delle necessità, un altro varco montaliano per una nuova dimensione storica.

La rancura è dunque il romanzo che narra il dramma di coniugare felicità personale e spazio pubblico, identità individuale e politica. Esattamente per questo mi interessava leggerlo, dopo anni in cui, per quanto fuori da schemi ideologici, proprio in concomitanza con il ventennio berlusconiano, ho combattuto la mia battaglia (quella che ho chiamato opera comune) in un ambito strettamente letterario, ma consapevole che tale ambito non fosse separato rispetto a una dimensione umana globale. Sono stati decenni in cui l’assenza di storia, il vuoto pneumatico della nostra epoca (che è l’altra faccia della saturazione capitalistica), ci ha costretto a una mancanza di verifica, per cui tutto ciò che è stato compiuto è ricaduto nell’insignificanza, non è stato colto e letto dallo sguardo di nessun padre, nemmeno nell’ottica della critica e del contrasto aperto. (Di questo parlerò tra qualche giorno, un’ultima volta, attraverso la lettera aperta a un altro critico).

E va bene così, questa è la nostra realtà impalpabile, sfuggente, contraddittoria, confusa. Siamo troppo disillusi per alzare bandiere o trovare modi alternativi di attestare la nostra esistenza. Questo è il capitolo che ci è stato riservato: sbrigativo, variegato, inconcludente. Siamo un rapido catalogo, una rassegna, un’antologia di aborti.

A meno che non si trovi da qualche parte la forza per diventare una volta per sempre padri di sé stessi, di rovesciare la rancura in pietà, e di farci responsabili della nostra nascita, guardando al futuro non come a una conseguenza del passato, ma come a una possibilità delle nostre scelte.

L’ho già detto: quello che alcuni di noi stanno scrivendo verrà capito tra un secolo.

 

Tags: NARRATIVA CONTEMPORANEA
Condividi questo articolo
  • Condividi su Facebook
  • Condividi su X
  • Condividi su WhatsApp
https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2016/08/Luperini-La-rancura.jpg 752 800 Andrea Temporelli https://www.andreatemporelli.com/wp-content/uploads/2015/09/andrea-temporelli-logo-header-website.png Andrea Temporelli2016-08-26 07:54:322024-06-04 17:56:52La rancura, motore della storia (per Luperini)
Potrebbero interessarti
La letteratura presa a calciCopertina del libro dell'autore La letteratura presa a calci
Il lettore ingordo CONSIDERAZIONI PER IL LETTORE INGORDO (sulla scorta di Bernhard, Nabokov e Brodskij)
Copertina di "Configurazione Tundra" Narrativa contemporanea: Elena Giorgiana Mirabelli
Davide BrulloSimone Casetta Narrativa d’oggidì: la voce di Brullo
Antonio Moresco MORESCO E IL GRANDE DILEMMA INTERIORE
Simona Baldelli La vita a rovescio di Simona Baldelli
Cattività, acquerello (47x33 cm) di Alessandro VascottoRiproduzione concessa dall'autore Etica dell’acquario di Ilaria Gaspari
Roth Philip Contro i manuali e le scuole di scrittura. Oppure no?
2 commenti
  1. massimiliano
    massimiliano dice:
    27 Agosto 2016 in 22:50

    e’ un percorso difficile quello che proponi. suona bene, del resto è un percorso antico, visto che lo stesso cristo fu abbandonato da suo padre e sconfitto dall’uomo e in un qualche modo, solo nel sepolcro, se l’è dovuta vedere da solo. credo che nessuno possa dare quel che non ha già, credo non si possa imparare il valore della responsabilità e il piacere di essere operosi se non lo si è già: a maggior ragione i padri di oggi, nati quando il complesso di edipo aveva ancora un senso e trovò il suo scopo: rappresentava uno scoglio, un muro che oggi manca. non esiste più il padre che dirige, il padre che castra, il padre che esercita un potere. dopo molti anni di smantellamento e autocritica, se è un bene che un certo tipo di padre padrone si sia dissolto, al suo posto non troviamo granché. forse il fallimento delle ribellioni nate nel 68 a poco a poco hanno dati i loro frutti confusi, sono entrati nei genoma,

    a una sorta di dittatura più o meno velata, il nemico che fu è svanito, e il figlio si trova nella stessa posizione di un immigrato: lotta contro un’immagine più grande che lo inghiotte nel vapore. catturato da un miraggio, si incammina verso di esso senza mai toccarlo ( senza essere accarezzato o almeno bastonato)e del resto non può tornare nemmeno indietro perché morirebbe di fame. e anche se questo figlio, se questi figli, diventassero padri, come lo diventano – volutamente o per sfortuna o per comodità- gli immigrati allora saranno due. tutto ciò assomiglia a un esodo, di simboli e di popoli. chissà se il terrorismo non sia in parte il risultato di una mancanza di contenimento che non c’è più, prima relegato ai governi, a una politica nazionale, quando la parola nazione aveva un senso di qualche tipo, mentre oggi tutto deborda, travalica, grazie alle tecnologie, all’investimento dei capitali altrove, a interessi più ampi dei confini fisici. E cosa troviamo là fuori? non lo sappiamo ancora. quindi vaghiamo, senza un punto cardinale verso cui dirigerci. il solo amarsi tra di noi non è mai bastato, l’odio sembra, purtroppo, un collante più efficace al momento. Non credo sia finale, perché altrimenti ci saremmo già sbranati, già estinti, ma assolutamente presente sì.

    credo che l’assetto padri e figli muterà non con una rieducazione ( da parte di chi? della nostra religione?, dal governo? della scuola? di una profonda auto riflessione narcisistica e auto celebrativa allo specchio? ) ma per esempio con il diffondersi delle adozioni alle coppie omosessuali, con l’uso della fecondazione artificiale, l’utero in affitto, con l’uso massiccio dell’adozione a distanza, lo scambio di coppie non so, o la castità più totale, o chissaà quale altra forma che però scardini quel nucleo che ancora oggi ci illudiamo sia il tassello fondamentale della società: la famiglia tradizionale. Le nuove modalità cliniche, con le quali l’uomo verrà alla luce, coadiuvate a poco a poco da una legislazione che diventerà sempre più chiara e puntuale, genererà io credo nuove strutture del sapere e del sentire. nuovi segni e nuove generazioni di ferite, quindi di feritoie. L’assetto che abbiamo adesso, in questa piccola, piccolissima parte della nostra civiltà, ricchissima non del tutto corrotta ma apertamente corruttibile, pare marcire sera rimedio. Cosa spaventa di più di una cultura della morte, per noi straniera, se non la sua fede smisurata che riesce infondere ai loro eredi e ai loro stessi corpi, senza che noi, qui, riusciamo a tener testa ai capricci dei nostri figli, o che se solo danno qualche segno di ribellione lo mandiamo dallo specialista? io noto per lo più il cedimento del maschile inteso come segno, in quanto potenziale, che viene meno aumentando necessariamente il segno di una femminilità sempre più nevrotizzata, mascolinizzata, frustrata, e secondo me sempre più aggressiva, sentimentalmente autistica. al momento padri e figli sono orfani di una legge, ecco cosa. o almeno così mi sembra, su due piedi.

    Rispondi
  2. massimiliano
    massimiliano dice:
    27 Agosto 2016 in 23:13

    aggiungo e poi chiudo: una cosa condivido pienamente: che il rancore diventi pietà. un programma diciamo minimo e individuale, difficilissimo, che vale nei confronti del proprio padre, anche con la p maiuscola ( che non mi funziona) e che questa in un qualche modo ci spinge effettivamente più avanti nel deserto. il difetto, mi sembra, è che la pietà per quanto abbia un potere catartico, quasi sovrumano, riduce però la volontà di sopravvivere in senso stretto, riduce il ridicolo ma anche sacrosanto diritto di resistere alla morte. se è vero che attraverso la pietà si assorbe la figura dell’altro, se è vero che la inglobiamo, la introiettiamo, è anche vero che, realmente nei fatti, chi ne è sprovvisto e ci si para davanti, questi ci ingoierà.

    credo che sia necessario anche saper amputare nettamente il tronco dell’albero che non dà frutti. giusto per restare in tema. credo che il valore della spada che divide non sia stato buttato lì a caso. vado a memoria, da catechismo venni estromesso.

    Rispondi

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

L’amore e tutto il resto

Tag

ANEDDA ATELIER BUFFONI CAPRONI CRITICA LETTERARIA CUCCHI DE ANGELIS DIARIO ESORDI FIORI GIUDICI GRAMMATICA IL CIELO DI MARTE INTERVISTE L'AMORE E TUTTO IL RESTO LEOPARDI LETTERATURA LETTERE APERTE LUZI MAGRELLI MANZONI MAPPE CONCETTUALI MERLIN MONTALE NARRATIVA CONTEMPORANEA PASOLINI PENSIERO POESIA CONTEMPORANEA POETICA POLEMICHE E PROPOSTE PUSTERLA RABONI RICCARDI SCARPA SCRITTURA SCUOLA SERENI SMARCAMENTI TEMPORELLI TEORIE DELLA DIDATTICA TERRAMADRE TUTTE LE VOCI DI QUESTO ALDILA' VITA DA PROF VIVIANI ZANZOTTO

Download

AUTORE

Marco Merlin
MRLMRC73D04B019R
c/o Web’s River
Via Santa Maria 7
28010 Barengo [NO]

SCRITTURA

Pangea
Zibaldone
Il primo amore
Teatro delle Selve
Letteratura on-line

SCUOLA

Don Bosco Borgomanero
Life Skill's Italia
Rai Scuola
Educare.it
Nodemos
Istituto Luce

WEB AGENCY

© Copyright - Andrea Temporelli
  • Collegamento a Facebook
  • Collegamento a Youtube
  • Collegamento a X
  • Collegamento a Pinterest
  • Collegamento a Instagram
Collegamento a: Sulla poesia filosofica Collegamento a: Sulla poesia filosofica Sulla poesia filosoficaI sostenitori del nulla, di Michele Cara, 2015, pennarello pantone su tela 40x40 cm Collegamento a: Stare nello sguardo dei figli Collegamento a: Stare nello sguardo dei figli Ritratti - Valeria, di Vanessa Mineo (pittura, acrilico, 26x36 cm)Stare nello sguardo dei figli
Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto Scorrere verso l’alto

Questo sito utilizza i cookie. Continuando a navigare nel sito, accetti il l'utilizzo dei cookie.

LEGGIAPPROFONDISCIACCETTO

Cookie and Privacy Settings



Come usiamo i cookie

Ti chiediamo che i cookie siano accettati sul tuo dispositivo. Utilizziamo i cookie per sapere quali siano le interazioni col nostro Sito Web, per arricchire e valorizzare l’esperienza di navigazione e per personalizzare il tuo rapporto con il nostro sito web.

Clicca sui titoli delle categorie per saperne di più. Puoi anche modificare alcune delle tue preferenze. Tieni presente che il blocco di alcuni tipi di cookie potrebbe influire sulla tua esperienza nel nostro sito Web e sui servizi ad esso connessi.

Cookie essenziali del sito Web

Questi cookie sono strettamente necessari per fornirti i servizi disponibili nel nostro sito Web e per utilizzare alcune delle sue funzionalità.

Poiché questi cookie sono strettamente necessari per fornire il sito Web, non è possibile rifiutarli senza influire sul funzionamento del nostro sito. È possibile bloccarli o eliminarli modificando le impostazioni del browser e imporre il blocco di tutti i cookie su questo Sito Web.

Cookie di Google Analytics

Questi cookie raccolgono informazioni che vengono utilizzate in forma aggregata per aiutarci a capire come viene utilizzato il Sito Web o l’eventuale efficacia delle nostre campagne di marketing o per aiutarci a personalizzare il Sito e la tua applicazione al fine di migliorare la tua esperienza.

Se non vuoi che monitoriamo la tua visita sul nostro sito puoi disabilitare il monitoraggio nel browser qui:

Altri servizi esterni

Usiamo anche diversi servizi esterni come Google Webfonts, Google Maps e fornitori di video esterni. Poiché questi fornitori possono raccogliere dati personali come il tuo indirizzo IP, ti consentiamo di bloccarli qui. Tuttavia sii consapevole del fatto che questo potrebbe ridurre pesantemente la funzionalità e l'aspetto del nostro Sito. Le modifiche avranno effetto una volta ricaricata la pagina.

Impostazioni di Google Webfont:

Impostazioni di Google Map:

Video Vimeo e Youtube incorporati:

Privacy Policy

Per ulteriori informazioni e dettagli sulle impostazioni e in merito alla privacy leggi la nostra informativa estesa.

Privacy e Policy del sito di Andrea Temporelli

Accettare le impostazioniNascondi solo la notifica