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L'immagine-manifesto della XIII edizione del Festival ParcoPoesia, 'Lavoro straordinario'

Moti di nostalgia nella de/generazione (1)

5 Settembre 2016/1 Commento/in ARTICOLI E SAGGI/da Andrea Temporelli

A seguito del mio coinvolgimento a Rimini, a ParcoPoesia, ho scritto al critico Roberto Galaverni la lettera aperta che propongo qui di seguito (dividendola in quattro parti, dal momento che è piuttosto lunga). Rappresenta per me una definitiva resa dei conti, su una stagione che interiormente avevo già chiuso da tempo, ma che l’occasione mi ha imposto di raccontare. Non esprimerò pensieri convenienti e garbati, sarò spietatamente sincero. Se qualcuno si sentisse offeso, intervenga tranquillamente nei commenti qui sotto. Non ho ovviamente alcuna pretesa di verità, anche se parlerò senza ipocrisia.

Moti di nostaglia nella de/generazione. Lettera aperta a Roberto Galaverni (1/4)

Invorio, 25-28 luglio e 4 settembre 2016

Caro Roberto,

sono rientrato da Rimini sfinito. Vorrei poter aggiungere ora, a mente fredda, anche altri aggettivi, ma non ne trovo. Pacificato? Ma io ero in pace già prima, anche se il mio atteggiamento sempre così sanguigno, quando prendo parola, avrà dato un’idea diversa. Rinfrancato? Macché, a svuotare lo zainetto le immagini e le sensazioni positive si accoppiano a quelle inquietanti. Deluso? No, non mi aspettavo nulla di particolare. Però, a fronte del molto tempo teoricamente a disposizione, la discussione intorno all’opera comune è stata frantumata, costretta a sbriciolarsi fra troppi interventi, con la voce di Andrea Ponso via Skype, i turni di battuta diligentemente da rispettare e i ritardi da recuperare. Quelle due-tre questioni appena abbozzate, quindi, non hanno potuto attecchire. Chissà che effetto otterranno il paio di sassate che ho lanciato, chissà quanti ulteriori fraintendimenti produrranno.

Anche per questo ho deciso di riprendere il filo del discorso con te e, in fondo, con tante altre persone implicate, a partire ovviamente dall’organizzatrice dell’evento, Isabella Leardini.

Ripartirei da una sensazione che origina alcune domande. Ti propongo subito le questioni: perché avete pensato a questo evento? Che cosa volevate ottenere? E siete rimasti soddisfatti? Uso il plurale, ma forse gli interrogativi rivolti a te pescherebbero in ben altro modo nel cuore di Isabella. La risposta sembrerebbe ovvia: “Per riguardare a una stagione importante e cominciare in qualche modo a storicizzarla, per renderne testimonianza davanti ai più giovani e posizionarne i protagonisti nel tempo attuale”. Risposta prevedibile = risposta desolante. E qui mi aggrappo alla sensazione che per un po’ ho covato. C’è forse un moto di nostalgia che si agita in qualcuno di noi? Io dovrei essere il più nostalgico, in quanto primo aizzatore di quel balzo, generativo più che generazionale; invece, mi dispiace, ho chiuso serenamente i conti con quell’epoca della mia vita. Il romanzo e la raccolta di testi di scorribanda militante che ti ho mostrato sono i sigilli dello scrigno abbandonato sull’isola della giovinezza. Questa sensazione, comunque, non nasce solo dall’improvviso invito che mi è stato porto, dopo dieci anni, a partecipare al “festival di poesia giovane” di Isabella. Ho raccolto in questi mesi diversi segnali, indizi sottili, ma che hanno depositato in me l’impressione di una voce: “Che peccato che tutto sia andato così… Dobbiamo recuperare qualcosa. I conti ancora non tornano”. (A dire la verità, certi segnali erano partiti da molto lontano, per esempio dalla lettura di Aspetta primavera, Lucky di Flavio Santi, nel quale anche lui ha steso un bilancio dell’opera comune). Ma i conti con la giovinezza non tornano mai, per questo occorre lasciare aperta la ferita e proseguire la strada. Anche altri hanno paventato l’ipotesi di ritrovi, cercando la formula giusta. Sì, perché questo tentativo di ricomposizione, era chiaro a tutti, sarebbe stato doloroso. Non si torna nei luoghi in cui si è stati felici senza sfondare un biglietto di muta sofferenza. Doloroso è stato per me, dal momento che sapevo di non poter far altro che pronunciare parole fuori dal coro che rischiano di risultare persino offensive o astiose, quando vorrebbero essere l’opposto; e doloroso è stato soprattutto per Andrea, che, come temevamo, non ha presenziato fisicamente.

Dentro questo ipotetico moto di nostalgia, anche se non mi appartiene, ci sentirei comunque più vitalità e verità che nella risposta che ti ho anticipato. Perché è davvero così, l’opera comune è una frattura aperta, che non si può e non si deve ricomporre. È uno scandalo fondativo. L’opera comune è inevitabile, come cercavo di spiegarti. Non si tratta, infatti, dell’esperienza di una generazione, ma della cellula staminale della letteratura stessa, quella che sta alla base di ogni possibile successiva differenziazione. Se non ci fosse opera comune, non ci sarebbe più letteratura. Questo spero di essere riuscito a chiarirlo bene, come un mio atto di fede (poi, ovviamente, sbertucciatemi senza indugi, se sono in fallo).

Suppongo che Isabella stia vivendo in parte, a suo modo, ciò che ho vissuto anch’io con la rivista. Lei ha un progetto che intende in modo cristallino, eppure intorno la sua iniziativa è facilmente stigmatizzabile come una maratona esasperante di giovani poeti, felici dei loro minuti di gloria davanti all’ipotetico maestro seduto in platea, ripagato dell’ascolto di quel ronzio costante di versi con gli onori e gli spazi, ben più circostanziati e degni, che gli vengono assegnati. Che cos’è diventato Parcopoesia? Un rito annuale, una cerimonia di baronetti e poetastri che mettono in piedi il balletto della letteratura? Uso espressioni crude e crudeli perché mi sforzo di andare al fondo delle questioni, mettendomi piuttosto nei panni del fesso che non sta al gioco, o del bambino capriccioso non ancora addomesticato dalla vita adulta, se preferisci questa immagine. Credo di sapere bene come tutte le vicende di questo mondo si prestino a essere rovesciate. No, Isabella non si figurava certamente questo: lei pensa a una festa in cui, molto semplicemente, varie generazioni si incontrano, si conoscono, si misurano con i maestri. Ma certamente anche lei si rende conto che il pericolo della de/generazione è reale, e io non posso negare di sentirmi d’accordo con Andrea Ponso, quando afferma che alla poesia si sta sostituendo la sua rappresentazione, alla quale tutti quanti accettiamo, in buona fede o per convenienza, di credere. Guarda, vado talmente in fondo al mio pensiero che tolgo Isabella dal patibolo e prendo il suo posto. Questo rischio era ben presente anche in Atelier. Credo, anzi, che Andrea si sia allontanato dalla rivista anche per questo, o soprattutto per questo. Il problema è che in ogni lavoro umano (così ripiglio il tema dato all’evento di quest’anno) tale ambivalenza è costitutiva. Fai una rivista per nobili ideali oppure avvii un discorso generazionale solo per autopromuoverti? L’opera comune è davvero un progetto lungimirante o è solo una gara che pretende un vincente (magari proprio l’inventore del gioco, tra l’altro)? Hai scritto un testo critico su quel Maestro perché sei sinceramente convinto di mettere il dito nella piaga oppure lo fai per motivi personali? Credi davvero che ci sia qualcosa di urgente da discutere in questo convegno, oppure lo organizzi solo per un tornaconto privato? E via di questo passo. In diciotto anni di rivista, di spilli appuntati sulla schiena ne ho a centinaia.

Capisco Isabella, allora; ma comprendo anche le ragioni di Andrea. Non è un caso che Atelier sia stato un perenne travaglio: tra me e le redazioni, tra me e Giuliano Ladolfi, tra me e me. Questo travaglio era il combattimento contro lo specchio di Narciso, contro la simulazione, contro l’assuefazione alla propria poetica. È stato logorante per tutti, per i redattori che man mano se ne sono andati; per Giuliano che subiva i miei smarcamenti continui, anche nei suoi confronti; per me stesso, infine. Credo che questa dinamica sia finita per diventare addirittura un mio elemento di poetica. Lo comprendo davvero solo ora. Quel doppiarsi della voce nella mia poesia, quella necessità di sporcarsi di retorica, tutti quegli elementi che appaiono come lirismo eccessivo o come esibizione di forze, per me (per quel che vale, cioè nulla: la mia poetica non rende giusti i miei testi) sono stati un reale campo di battaglia.

Non mi sorprende, perciò, che Isabella si stia arrovellando per rinnovare il festival. Io ho assillato i redattori in tempi non sospetti, quando Atelier era al massimo di vitalità e io invece alzavo ancor di più la posta; sono arrivato alla fine a rinunciare alla rivista stessa, a farne dono ad altri, pur di trovare, a mio modo, l’equilibrio. Perché non si può sempre stare nell’agone. Ci aspettiamo, a un certo punto, di superare le turbolenze della giovinezza per acquisire la forza della maturità. Arriva un giorno in cui si ha voglia (pensa alle parole di Massimo Gezzi) di smettere il confronto con chi è diverso per intrecciare relazioni con i propri simili. Che bello, dopo tanta fatica da giovane promessa, diventare venerati maestri… Ricordi la classificazione di Arbasino? Peccato che in mezzo ci si debba adeguare ad altro: smettere di leggere chi ti lasci alle spalle (o leggerlo solo di soppiatto, con un cortese cenno di riscontro), resistere ai soprassalti di nostalgia, forse persino incattivirti e intristirti. Il rischio di tutto questo produce quello che ho definito, senza fantasia, come “morte della poesia”. Che presunzione! Ma è ovvio che la poesia non muore, anzi è vivissima. Peccato che viaggi altrove, che non si lasci addomesticare dai ragionieri che concepiscono davvero la poesia come un lavoro.

 

Tags: LETTERE APERTE, POESIA CONTEMPORANEA, POLEMICHE E PROPOSTE
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1 commento
  1. Stelvio Di Spigno
    Stelvio Di Spigno dice:
    5 Settembre 2016 in 11:23

    Caro Andrea, confesso che tranne il tuo intervento, ho capito molto poco di quello che si è detto a Parcopoesia. Isabella poteva invitarmi, visto che della mitica antologia dovevo far parte anch’io, e sono del ’75, cioè proprio a metà di quella generazione-decennio che si pretendeva di circoscrivere. Ma forse ascoltare soltanto mi è stato molto più utile. La mia idea su tutto è che grazie alla tua purezza di progetti e di sguardo, l’opera comune era una culla vera, bella, piena di vita. Solo che poi è diventata una casa troppo ampia, e ci è capitato dentro anche il carrierista, il poetucolo a caccia di consensi, l’opportunista, mentre noi avremmo avuto bisogno di qualcuno che col suo talento si smarcasse, venisse fuori di prepotenza. Insomma, dal coro nessuna grande voce solista si è levata, diciamoci la verità. E se manca il gigante, tutti i nanetti mostrano le terga tra lustrini e lustroni, fanno la loro danza del gambero credendosi Nureyev, approfittano anche della purezza altrui per i loro giochi e sorrisi concessi a mani larghe, come ovunque quando si fa una kermesse di letteratura. Cosa ha a che fare questo con la poesia? Niente, naturalmente. E’ solo l’indice di una degradazione umana quale ci può essere in un’arte ormai solo per pochi interessati, in un paese in stagnazione culturale da decenni dove le conoscenze e le simpatie diventano una referenza, e il tutto prende la via di un declino inarrestabile. E’ una condizione nuova, questa? ma neanche per sogno. Sai che sono un leopardista assatanato, e i tempi di oggi e le ballerine che la danno via facile per un posto da primadonna c’erano anche allora, nell’Italia del primo trentennio dell’Ottocento. Solo che a differenza di allora, oggi non c’è nessun Leopardi pronto a barattare una vita di nichilismo e sofferenza atroce per una goccia di pura e potente poesia. Tutto qua, per modo di dire. Purtroppo penso che questa situazione non sia rimediabile. Penso che quando in Italia spunterà un nuovo Sereni o anche un semplice riformatore come Metastasio, esisteranno treni diretti per Marte. E questo è quanto. Grazie per la tua lettera e per il tuo contributo, fiero, onesto, a suo modo titanico, sempre e comunque eroico.

    Rispondi

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