Poeti contemporanei: Roberto Carifi

Il pathos del sublime. La poesia di Roberto Carifi

Nessun poeta più di Roberto Carifi può oggi vantare un universo simbolico e stilistico così identificato e coerente da trasformarsi in vera e propria koiné, con tanto di manifesti ideologici (il Mitomodernismo) e relativa kermesse, dotti trattati iniziatici [1], un lessico pronto all’uso [2], il pieno appoggio di serissime iniziative editoriali («I Quaderni del Battello Ebbro»), nonché un’appetibile rubrichetta, ben visibile a un invisibile ma folto pubblico della poesia [3]. Continua a leggere

Bello o brutto?

Qualche giorno fa, ho improvvidamente risposto a una domanda diretta e semplice di Salvatore Anfuso, che mi chiedeva come distinguere il bello dal brutto. Non sapevo che sarei stato coinvolto in un sondaggio, che vi invito a leggere per esteso.

La mia risposta al volo, comunque, è stata questa: Continua a leggere

Poeti contemporanei: Alessandro Carrera

La poesia di Carrera sembra far leva su una matrice espressiva spiccatamente orale, nel senso che ha la proprietà di garantirsi con naturalezza il passaggio, quasi inavvertito, fra diversi registri e toni, che vanno dalla narrazione piana a quella dal piglio epico, dalla confessione all’invettiva, dall’ironia al movimento lirico alla più alta visionarietà. Partendo da altra angolazione, potremmo forse dire che è come se si orientasse verso una pronuncia tanto personale quanto permeabile a diversi codici linguistici. La traducibilità cercata è un fatto che va ampiamente al di là della compresenza in taluni volumi di italiano e inglese, così come il dato sfugge a una connotazione puramente biografica: si tratta di uno spettro poetico ben più intimo all’officina dell’autore. Continua a leggere

La poesia è una marchetta

Buon lavoro, idiota!
Antonio Moresco

Uno (povero illuso!) pensa che in Italia ci siano, che so, almeno quattro o cinque individui che si occupino, per professione, di poesia. Gente pagata, insomma, per monitorare il panorama, per seguire in tempo reale le quotazioni letterarie, per tentare qualche proficuo investimento sulla base di una visione personale del frangente storico. Continua a leggere

Poeti contemporanei: Paolo Fabrizio Iacuzzi

[Un approfondimento su Magnificat è stato pubblicato qui]

La poesia di Iacuzzi rappresenta un punto di passaggio generazionale, un crocevia di tensioni che portano a termine e aprono questioni fondamentali e paradigmatiche, come una sorta di interfaccia che lavora su un complesso di istanze raccolte in verticale e in orizzontale all’interno della tradizione, dal momento che la sua opera si carica delle sollecitazioni tipiche della propria generazione («Questa / per noi è solo la nuova stagione dei quaranta»), ma guardando anche ai maestri (tanto quelli blasonati della cultura fiorentina quanto altri) e ai poeti più giovani. Continua a leggere

Poeti contemporanei: Edoardo Zuccato

Il secondo libro di Zuccato va a comporre con il primo un dittico che ben illustra le due principali modalità di proporsi del dialetto (in questo caso l’altomilanese fra Cassano Magnago e Fagnano Olona): quella vagamente idilliaca che pare descrivere il ripiegamento in un’enclave culturale (nella quale il poeta ha ancora o può supporre di avere una comunità di riferimento) mitica e minacciata dalla scomparsa, e quella più decisamente politica. Si può prendere ad esempio dalla prima raccolta la poesia Bacalén: «Du ch’i ur sa cöntan a bicer», per intendere quella sorta di tautologia che impone al dialetto di farsi portavoce di un mondo tutto suo, come appunto l’osteria, «dove le ore si contano a bicchieri». Continua a leggere

Scribacchini, scrittori, autori. E Fabio Greco

Ma che bello che bello che bello quando fra tanti scribacchini, che nulla sanno d’arte e stanno appiccicati al loro io, o tanti scrittori mestieranti, che molto sanno d’arte e curano la maschera del narcisismo producendo magari ottimi prodotti e persino di successo talvolta, s’incontra invece un autore, e quindi ci si immerge nella potenza schiumante (o scabra ed essenziale, la logica non cambia) di una lingua, e ci si perde in una narrazione che ha ritmo, visione, canto.

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Poeti contemporanei: Gian Mario Villalta

(La foto è di Dino Ignani.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)

La ricerca poetica di Villalta si muove sul doppio binario dell’italiano e del dialetto, equamente intesi come mezzi per avvicinare il quid esistenziale (la voce) che a entrambe, inevitabilmente, sfugge. Ogni lingua è, in altre parole, traduzione, e la vita è l’essenziale che sempre manchiamo. Per riprendere le parole con cui Gardini recensiva la raccolta Vose de Vose: «Il dialetto di questo poeta, nutrito di Heidegger e di Celan ed educato dalla pedagogia di un finitimo Zanzotto, è a un tempo idioma (lingua privata, impulso alla lingua, isolamento linguistico, infanzia) e metalinguaggio (anima e coscienza della Lingua), o metaidioletto: voce e canto, ovvero ferita e lama a un tempo». Continua a leggere

Scuola: il mio credo

Questa è la dichiarazione che ho voluto appendere nella mia aula. La rileggo quasi tutti i giorni, mentre attendo i miei alunni.

Credo che l’essere partecipi a una realtà al di fuori del tempo, dello spazio e del determinismo, pertanto riconosco in ogni individuo un mio simile per natura e per diritto. Provo questa convinzione nell’incontro quotidiano con la vita in tutte le sue manifestazioni, con gli altri, con me stesso.

Tuttavia, in quanto essere di carne, sono anche mortale, limitato, determinato a livello biologico, sociale e culturale. Tratto con comprensione lucida e benevola questo aspetto, nella convinzione che, più della tastiera che ci è data, conti la musica che si suonerà.

Questa comprensione si sviluppa nella misura in cui approfondisco giorno per giorno  la conoscenza del mio essere – corpo, anima e spirito. Ciò migliora la mia capacità di incontrare la storia comune e la mia propria esistenza nelle situazioni in cui divento responsabile, perché libero, per quanto mi è possibile esserlo in quel frangente.

Naturalmente, alcune mie azioni sono maldestre e inadeguate. Devo esaminare serenamente i miei errori per trarne profitto, a partire anzitutto da quelli che chiamano in causa la relazione con i giovani. Di fronte ai miei alunni non mi considero un professore, ma uno studente esperto, che ambisce semmai al ruolo di studente saggio. Riconosco che nella reciprocità del rapporto con gli altri, come in ogni relazione d’amore, riuscire a donare qualcosa di sé significa ricevere quantomeno altrettanto. Mi applico per mantenere desto il senso critico, affinché le mie convinzioni non si innalzino rigide davanti a me. I miei “sì” avranno slancio solo quando nasceranno come dei “no al no”, ovvero quando avrò considerato fino in fondo le ragioni opposte alle mie.

A ogni modo, tutto ciò che esprimo, compio, sento e penso in un certo momento sono veramente io e la realtà che m’include. Sono davvero io a disporre dei mezzi per dare un senso al mondo in me e attorno a me. Per questo intravedo spesso in fondo alle passioni che mi tormentano una promessa di pace e vigilo perché il mio ego non prevalga: limiterò il più possibile le parole, rafforzando l’ascolto e perfezionando il gesto. Ciononostante, mai esiterò a denunciare ciò che si presenterà contrario ai miei principi e offensivo per la vita.

Mi riconosco, in quanto essere umano, insolvente rispetto al dono immenso che ho ricevuto, per cui mi impegno a restituirlo a mia volta compiendo il mio destino. Poiché l’essere è essenzialmente relazione, cosciente dei diritti, dei doveri, dei doni e dei privilegi della mia condizione, ringrazio la vita, e accetto la mia esperienza passata, presente e futura.

 

Poeti contemporanei: Maria Angela Bedini

La poesia di Maria Angela Bedini si propone alla luce di una poetica che rischia di irretire il lettore, spesso diffidente nei confronti di un misticismo veicolato su una corporeità esibita che è diventata, ormai, il tema unico e quasi la condanna della ricerca femminile. Siamo per giunta ormai lontani dalle esperienze della Parola innamorata, per cui il tono alto di un poemetto suddiviso in canti e addirittura intitolato La lingua di Dio suscita, di primo acchito, molte perplessità.

Poi si apre il volume e si rimane presto abbagliati. Dalla fitta oscurità visionaria della poesia divampano versi di inusitata potenza. Ecco allora il rischio di una lettura per frammenti, che lascia cadere le astrattezze eccessive, gli irti analogismi, la struttura complessiva del poema. Continua a leggere