La maglia juventina n.10, indossata da Tevez

Scuola: principi del cambiamento (3)

Uno dei capisaldi della nostra scuola sono i voti. E hai voglia di spiegare ad alunni e genitori che valutare non è misurare: i numeri non lasciano troppi margini di interpretazione. Se prendi 7 e ½ significa che quello è il tuo valore. Se il tuo compagno ha preso 9, vuol dire che è migliore di te. Continua a leggere

Cassettiera

Scuola: principi del cambiamento (2)

Se il primo principio è la libertà, vuol dire che non si potrà forzare il collega che non ha voglia di mettersi in gioco, nemmeno quando gli si prospetta la collaborazione come un favore.

Eppure la tanto sbandierata libertà d’insegnamento è una chimera. Nemmeno il voto sommativo che l’insegnante annota sulla scheda gli appartiene: lo propone secondo la sua logica, ma sarà il Consiglio di Classe ad approvarlo – e potrebbe anche decidere diversamente. Continua a leggere

Professori a Hogwarts

Scuola: principi del cambiamento (1)

Se in Italia esistesse davvero una forma di meritocrazia, e se gli istituti scolastici avessero fondi e una reale autonomia, ci potremmo immaginare una schiera di docenti qualificati e ambiti da tutti, pronti ad accettare le proposte professionali più allettanti. Continua a leggere

La scala dei voti

Il mio primo voto

Ho vivido ricordo (avete presente quei momenti, del tutto separati dal resto, che si incidono nella memoria come scene determinanti della storia?) della prima volta che presi un voto a scuola. In verità, come per tutte le prime volte, non me ne resi nemmeno conto, quando accadde. Continua a leggere

Progettazione didattica e improvvisazione

Progettazione e improvvisazione

Ottobre: è scaduto per noi insegnanti il tempo delle fatidiche programmazioni – anzi, “progettazioni didattiche”. Intendiamoci: non è che nelle prime settimane di scuola non si sapesse che fare e non è che soltanto a ottobre ci ingegniamo sul percorso scolastico che ci attende, ma è questo il periodo in cui ci tocca sbrigare una di quelle caratteristiche faccende burocratiche che risultano noiose e quasi prive di senso, se affrontate in un’ottica individualistica. Spesso le “programmazioni” sono moduli da riempire per un atto dovuto e non hanno una reale ricaduta sull’attività scolastica, per varie ragioni. Anzitutto, perché “progettare” bene è veramente difficile se non impossibile, per chi vuole agire in un’ottica non di contenuti ma di competenze, in relazione non a un percorso astratto ma a un concreto gruppo classe. E come si può sapere come i ragazzi risponderanno alle mie sollecitazioni tra un paio di mesi? Al di là, anzi, dello stesso impegno del docente, i ragazzi cambiano così rapidamente da soli… Continua a leggere

Platini e Maradona, storici numeri 10

Il dramma del 10

In certe prove, quelle meno strutturate o propriamente aperte, per giungere al 10 non basta essere corretti, esaustivi, precisi. Occorre anche essere brillanti, possedere uno stile personale, mostrare di aver inserito le conoscenze acquisite entro un sistema ampio di riferimenti, ovviamente non “scolastici”, ma originali e sensati: insomma, occorre dimostrare di avere, suppergiù, la stessa (o analoga o, ancor meglio, superiore) competenza dell’insegnante. Continua a leggere

da Zoff a Pelè, dall'1 al 10

La scala (sgangherata) dei voti

Sta tornando in auge l’idea del giudizio, al posto del voto. Mi sembra una buona occasione per riflettere sul nostro sistema di valutazione. Gli studenti hanno bisogno del riscontro valutativo. Hanno bisogno di conoscere il valore delle loro prove. Ma, ovviamente, spesso confondono la valutazione di un compito con una valutazione complessiva sulla persona.

Così, spesso leggono l’insufficienza come un fallimento esistenziale. Talvolta, questa percezione distorta (di cui sono responsabili anche gli insegnanti, molte volte) diventa per loro de-responsabilizzante, perché fa rientrare dalla finestra un certo fatalismo: “Non è colpa mia se sono fatto così”. Continua a leggere

Nizza, la Turchia e i programmi scolastici

Alcuni miei studenti erano a Nizza e hanno assistito agli eventi

Ogni tanto qualcuno storce il naso quando racconto che, come insegnante di storia, per me è fondamentale parlare dell’attualità e concludere il ciclo scolastico della scuola media studiando in modo approfondito i nostri decenni. Qualche volta, addirittura, provoco il mio interlocutore affermando che non è così importante nemmeno mantenere il percorso cronologico, per insegnare la storia, e che non ha senso perdere troppo tempo, tanto per proporre un esempio, sull’epoca giolittiana, quando non si analizzano con attenzione i processi entro cui siamo immersi. Credo fermamente che come insegnante sia mio dovere fornire un orientamento ai miei studenti. So già che il mio interlocutore, a quel punto, sosterrà che parlare della storia contemporanea è pericoloso, anche perché è impossibile offrire un punto di vista impersonale, politicamente imparziale, sui fatti contemporanei. Come se raccontare secoli di “civilizzazione” del mondo da parte dell’Occidente fosse un discorso neutro… Continua a leggere

Iraq

Il mio studente non sa dov’è l’Irak

Una poesia di Alessandro Carrera

Il mio studente non sa dov’è l’Irak

Il mio studente non sa dov’è l’Irak.
.                Gli mostro la cartina e sta perplesso,
ha un nome mezzo inglese messicano,
.                gli occhi stretti di un maya e il volto largo. Continua a leggere

Dante Alighieri

Didattica della poesia ovvero insegnare poeticamente

Schiudere i cuori dei fanciulli alla Somma Conoscenza, è inutile negarlo, è un bel casino. Quando poi si tratta di insegnare poesia…

Con tutte le difficoltà che si trovano per far capire la differenza tra un verbo transitivo (“no, andare non transita!”) e un verbo intransitivo, com’è possibile iniziare i giovani alle prelibatezze della Sapienza, introdurli nelle Segrete Cose?

Eppure, i ragazzi sono lì, già tutti pronti a sporgersi sugli abissi della loro anima, frementi e impauriti come uccellini al primo volo. Noi adulti, invece? Ci buttiamo nelle aule come soldati in trincea. Continua a leggere