Ammesso e non concesso

Mi sono imbattuto in questa segnalazione breve, ma incoraggiante, al mio romanzo. Non so a chi la devo, il pezzo non è firmato, ma è apparsa l’11 gennaio sul sito denominato “La Voce che stecca. Notizie, opinioni, interviste controcorrente” (precisamente, qui). Per comodità riporto comunque di seguito il testo, ringraziando l’anonimo redattore.

Ammesso e non concesso che esistano oggi dei nuovi Rimbaud o Dickinson, questi accetterebbero di farsi pubblicare? È l’interrogativo a cui tenta di fornire una risposta Andrea Temporelli in questo romanzo: un professore scopre un giovane poeta autore di versi straordinari che, se dipendesse da lui, non verrebbero mai pubblicati. Per convincerlo ad affidare i componimenti a un editore, il docente organizza un incontro di poesia così da mostrare al giovane l’essenza dell’ambiente di cui entrerebbe a far parte. Romanzo scritto con una maestria e una sensibilità difficili da trovare nei viventi senza andare a bussare ai mostri sacri, Tutte le voci di questo aldilà ci ricorda – soprattutto nella forma – i grandi classici del passato a partire dalla titolazione dei capitoli, volta a spiegare in poche righe il contenuto di quel che ci accingiamo a leggere: «IV: di come e perché l’illustre Zmorovic accetti di partecipare al progetto di Max». Contemporaneità e classicità, oggi e ieri, si fondono in un romanzo che, pagina dopo pagina, seguita a muoversi fra narrazione e riflessione, fra invenzione e realtà, fra intrattenimento e saggistica, rendendo così molto difficile affibbiargli un’etichetta. Non possiamo aggiungere altro, per non dare risposte che sarebbero riduttive di fronte alla ricchezza del testo, perciò vi consigliamo caldamente la lettura di Tutte le voci di questo aldilà.

(L’opera scelta come copertina – cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa – è di Emanuele Sartori)

 

“Tutte le voci di questo aldilà” ci chiamano a veglia (di Franco Acquaviva)

Andrea Temporelli non è uno scrittore di cui parlano le riviste, le radio, le televisioni. Non è un volto noto, le sue opere non finiscono sugli scaffali dei supermercati, o nelle edicole o nelle librerie-bar-enogastronomie;  nei titoli dei suoi libri la parola “vita” non la si trova; la sua raccolta di poesia più importante, pubblicata da Einaudi, s’intitola “Il cielo di Marte”; ed è difficile immaginare un sigillo più eloquente alla palese, voluta estraneità di questo Autore poco più che quarantenne alle dinamiche del sistema e del mercato editoriale italiano. Come se collocarsi al margine dell’establishment letterario italiano dovesse significare per forza dover subire lo stigma di una condizione di marginalità, residualità, emarginazione, isolamento, e non contribuire invece a delineare un luogo dove progettare, un luogo di trasformazione e di conoscenza, dove si può difendere una propria alterità creativa proprio perché si è meno soggetti alla spinta omologante che il Centro esercita a ogni livello. Difendere i margini per chi fa arte, poesia, allora può equivalere alla resistenza che i contadini del sud del mondo esercitano nei confronti delle multinazionali che vorrebbero imporre le loro sementi. Continua a leggere

Estrema serietà e irriverente ironia (di Andrea Rompianesi)

Andrea Temporelli è alter ego poetico del critico letterario Marco Merlin, per anni responsabile, con Giuliano Ladolfi, della rivista di poesia Atelier. Un’esperienza forte, militante, anche molto polemica nei confronti di una letteratura caratterizzata da certi aspetti peculiari del Secondo Novecento.

Qui Temporelli, allontanatosi ora dall’esperienza della rivista, si fa narratore; intraprende, nel senso pieno del termine, il robusto percorso del romanzo. “Tutte le voci di questo aldilà” (Guaraldi, 2015), già nel sommario iniziale che annuncia i capitoli, esplicita dei contenuti stessi, quasi si procedesse con un ritmo alla Cervantes. Estrema serietà e irriverente ironia si profilano da subito come correlativi atti a preparare il lettore ad un percorso che non farà sconti e non concederà condoni ad un mondo, quello letterario contemporaneo, che diviene bersaglio di una disamina feroce.

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Cari poeti, convertitevi alla prosa!

I poeti sono misconosciuti, sfigati, si persuadono della loro superiorità, si chiudono in combriccole, si consolano fra di loro, salvo poi scannarsi alla prima briciola caduta dal banchetto del mondo

  • Ho sempre avvertito la scrittura poetica e quella in prosa come due modalità espressive che hanno radici diverse. Essere scrittore non coincide necessariamente, per me, con l’essere poeta, anche se comprendo tutte le reciproche gradazioni, e contaminazioni, e influenze, fra i due generi. Nel passaggio dalla poesia alla prosa, o viceversa, c’è spazio per infinite sfumature e sovrapposizioni. Ma resto dell’idea che il pensiero poetico abbia un quid qualitativo specifico. Con ciò non intendo asserire che la poesia sia superiore, né che lo sia la prosa. Una buona prosa è indubbiamente superiore a una poesia mediocre.
    E un’ottima prosa, invece, è superiore o inferiore a un’ottima poesia? Il paragone non si pone, perché la loro qualità si gioca, appunto, su terreni diversi.
  • La prosa ha bisogno della poesia.
    La poesia ha bisogno della prosa? Continua a leggere

Uno sberleffo al mediocre mondo della cultura (di Davide Brullo)

Ho sulla scrivania, tra i libri da leggere in questi giorni, Il grande animale di Gabriele Di Fronzo. Domenica scorsa ho avuto la sorpresa di aprire “il Giornale” e di trovare, accanto a uno strillo di Davide Brullo sul mio romanzo, un analogo intervento di Paolo Sortino proprio sul libro in questione. Segnali?

Comunque, del Grande animale dirò io stesso qualcosa, presumo. Intanto, ecco le parole con cui Davide ha sintetizzato il mio esordio narrativo:

Davide Scardanelli ha vent’anni ed è un poeta geniale. Il professor Max Lipparini tenta di convincerlo a pubblicare. Di fronte al netto rifiuto di Davide (perché «non c’è una comunità letteraria autentica») Max architetta un tragicomico convegno con i big della letteratura. Al suo primo romanzo, Andrea Temporelli (poeta in catalogo Einaudi) squassa il mondo di cartongesso della letteratura odierna. Necessario l’Epilogo: due pagine e mezzo di istruzioni per scrittori in cerca di fama. Ferocissime.

(L’opera scelta come copertina – cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa – è di Angela Velleca, la riproduzione è vietata. Si ringrazia per la gentile concessione)

 

Questa non è una difesa

Qualche precisazione rapida, in merito al saggio di Giuliano Ladolfi pubblicato ieri, in forma di sequenza di pensieri forse un po’ criptici e disordinati, in attesa di raccogliere meglio diverse riflessioni che si annuvolano nella mia testa.

1) Questa non è una difesa del mio libro, per due buone ragioni:
a) l’intervento di Giuliano non esprime un giudizio negativo;
b) i miei libri devono sempre difendersi da soli, non mi permetterai mai di ritenermi il custode del loro valore; se talvolta intervengo, è per entrare nella logica dell’interpretazione, perché questa mi interessa sempre, anche per imparare a valutare meglio le mie stesse esperienze Continua a leggere

Leggere il mio romanzo nel verso sbagliato. Un saggio di Ladolfi

Andare in pellegrinaggio sull’ermo colle, serve all’interpretazione dell’Infinito?

Sul numero 80 di Atelier, dicembre 2015, Giuliano Ladolfi dedica diverse pagine al mio romanzo, in una lettura tanto generosa e appassionata quanto, a mio parere, incapace di oltrepassare quella soglia di sbarramento, quel limite iniziatico e protettivo che, me ne rendo sempre più conto, metto a recinzione delle mie opere.

Questo lavoro mi appare quindi, in definitiva, depistante, almeno per una certa tipologia di potenziali lettori, ancorché ovviamente rimanga una lettura del tutto legittima. Si sta sommando ad altre interpretazioni che mi giungono, anche in modo informale, che stanno generando in me una serie di riflessioni, che mi riprometto di formalizzare e pubblicare quanto prima. Intanto, basti questo spunto: il romanzo, afferma Ladolfi, è la “trasfigurazione” di eventi di cui egli stesso è stato testimone. Ebbene, possono l’aneddotica delle origini, il feticismo biografico, la storia spicciola spiegare il valore dell’opera? Grazie comunque a Giuliano per il suo amarcord, che ci ha permesso di incrociarci ancora, sebbene si andasse in direzioni opposte: lo rileggo con piacere, senza nostalgia, misurando anzi il senso di allontanamento, di crescita, di sviluppo del desiderio. Continua a leggere

Ballata del mese di maggio

Riprendiamo l’esperienza raccontata ieri. Dopo la prima lettura ci siamo limitati a riconoscere la struttura della ballata, qui con un ritornello che effettivamente si ripete dopo la prima stanza, per essere sostituito invece alla fine. Poi, per mettere a fuoco meglio le diverse impressioni, abbiamo riletto, senza fretta:

Pristina rosa, rosa dolorosa,
stelo ubriaco e vulva spappolata,
dei figli che tu spandi
ne farò marmellata. Continua a leggere

L’imbarazzo del prof

(L’immagine in evidenza di questo articolo è un disegno di Marta Ferro)

A scuola per anni non ho mai parlato apertamente della mia attività letteraria, né in classe né con i colleghi. Non che fosse un argomento tabù, ma di fatto non ho mai raccontato nulla. Qualcuno, ovviamente, finiva per intercettare qualche notizia, ma un’allusione di tanto in tanto scappava come una scintilla perdendosi nell’aria e tutto finiva lì. Qualcuno un giorno addirittura appese in bacheca in corridoio alcuni miei testi apparsi in rivista, con tanto di fotografia. Ci fu chi mi fece notare, perfettamente in buona fede, quanto mi assomigliasse, il poeta. Del resto il nome, a chiare lettere, non era il mio.
Con il tempo, però, almeno tra i colleghi di più lungo corso, la consapevolezza della mia attività e del mio nom de plume si è consolidata. Tuttavia, soltanto pochi, due o tre, in rare occasioni mi hanno chiesto qualcosa di più specifico. Con una persona soltanto sono entrato nel merito più spesso, a partire da riflessioni e da scambi di opinioni intorno alla letteratura contemporanea da affrontare agli ultimi anni del liceo. Forse qualcuno ha pensato che il mio riserbo fosse una buona ragione per frenare la curiosità. Trovo comunque abbastanza normale che i miei colleghi ignorino i miei libri o li abbiano, al più, sentiti nominare.
Comunque, negli ultimi anni mi è capitato in qualche classe di uscire allo scoperto. All’improvviso. Forse l’ho fatto per trovare un ultimo espediente buono per sorprenderli, per spezzare qualche momento eccessivamente inerte. Così è stato recentemente nell’attuale Quinta Ginnasio.

“Oggi, visto che dovremmo trattare la ballata, analizzeremo una mia poesia”. Continua a leggere

Bagnasco lo sciamano cita voci dell’aldilà

Ci sono molti modi di leggere e di recensire un libro. Claudio Bagnasco ha scelto di dialogare con il mio romanzo, di rimuginarne alcuni frammenti, in parte per lasciarsi da essi interrogare in parte per esprimere, per contrasto, il proprio pensiero, nei silenzi dei passaggi, nelle omissioni luminose.

Sceglie insomma la via della mimesi e si rintana egli stesso, cerca la delicatezza di una sospensione piuttosto che la frontalità di un giudizio. C’è dunque qualcosa che vuol suggerirmi senza entrare nel merito. Ma se fra la manciata di scrittori cui ho chiesto al mio editore di inviare il libro c’è anche lui è perché mi aspettavo esprimesse certe considerazioni che mi prefiguravo io stesso, mettendomi nei suoi panni. Gliele ho poi estorte per lettera, e me le tengo care. È possibile anzi che ci torni su, sto solo aspettando che sedimentino insieme ad altre considerazioni di qualche lettore generoso. Continua a leggere