Giovanni Giudici (3)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (3 di 3)

Siamo così allo snodo fra Autobiologia e O beatrice.

La raccolta si apre con un laconico ma divertito riconoscimento: «Non cerco la tragedia ma ne subisco la vocazione», clausola di una poesia intitolata altrettanto significativamente Mi piacerebbe ma non vorrei essere un poeta tragico. Può darsi che dietro l’ostentata conoscenza della propria natura poetica si celi una crisi d’identità, a suo modo giustificata all’interno di quel rovesciamento di prospettive di cui si diceva. Anche il fatto di portare a tema della poesia la stessa creazione poetica è sintomatico, e l’autore, consapevole di quale sia Il prezzo del sublime («Il niente // è il prezzo del sublime»), non può restarne indifferente. La strategia che comunque adotta coscientemente è la mescolanza dei generi, o meglio ancora l’infrazione dei generi, perché infine tragedia e commedia si intreccino. Continua a leggere

Giovanni Giudici (2)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (2 di 3)

Vanno sicuramente ascritte agli esiti più tipici di Giudici le sequenze affabili e colloquiali di Una casa a Milano, Se sia opportuno trasferirsi in campagna, Una sera come tante, Le ore migliori, Quindici stanze per un setter, poesie che sintomaticamente portano a tema l’abitare e chiudono entro uno spazio domestico tutte le tensioni sociali e biografiche che caratterizzano il personaggio, proprio come le strutture metriche e retoriche, l’understatement espressivo e la prossimità intima degli interlocutori determinano il margine di concentrazione della fantasia poetica. Si evitano in questo modo anche le pesanti cadute “realistiche” che potevano affiorare entro una condensazione simbolica più vaga, come per esempio in Tempo libero («la sveglia sulle sette, un rutto, un goccettino / – e tutto ricomincia – amaro di caffè»), Con lei («A pensarci, lei era poco più d’una sciocca, / oggi diresti che la mette giù dura, / e molto meno ti chiede colei che ripete: / cinquemila in albergo e in macchina due, con la bocca») o Le giornate bianche («Di altro più che realtà ci disturba il pensiero: / come l’uomo – non so – che all’aperto / costretto a defecare teme che arrivi / la guardia o l’impiegato esemplare / segue con batticuore la teppista puttana / nell’alberghetto trepido di sorprese»). Continua a leggere

Giovanni Giudici (1)

Recita a soggetto. Appunti su Giovanni Giudici (1 di 3)

La vita in versi [1], come risaputo, è il titolo programmatico della raccolta con la quale Giovanni Giudici era riuscito dopo le prime prove poetiche a ritagliarsi una propria riconoscibile fisionomia letteraria, a metà degli anni Sessanta, quando s’imponevano neoavanguardia da una parte ed esperienze alternative all’apice della maturità (Luzi con Nel magma e Sereni con Gli strumenti umani) dall’altra, tanto che ancora oggi rimbalza di presentazione in presentazione per introdurre a quella sorta di alter ego un po’ fantozziano messo sulla scena poetica dall’autore: un impiegato alle prese con tutte le difficoltà economiche che mettono a repentaglio il decoro sociale, animato da qualche velleità di ribellione immediatamente frustrata, vittima di complessi e sensi di colpa che gli derivano anche dalla giovanile e un po’ bigotta educazione cattolica ricevuta in collegio, desideroso di trasferirsi in campagna ma attratto dalle comodità che la città gli offre, tentato dalla sublime avventura della poesia ma radicato in un ruolo di adesione al destino delle classi subalterne, improvvisamente animato da fantasie erotiche e regressioni infantili, e così via. Ma, a ben vedere, adattandosi alla sigla del suo primo libro importante, si rischia di lasciarsi guidare da un fantasma di poetica tanto evidente ed emblematico da risultare in qualche modo addirittura prevaricante rispetto alle effettive prove testuali. Continua a leggere

La poesia non è strana, ma naturale

Ogni volta che spiego un po’ di metrica ai miei studenti e parlo di sinalefe, dialefe e compagnia bella, mi sento in dovere di rovesciare la loro prima percezione. Pensano infatti di trovarsi di fronte a qualcosa di strano, ad artifici poetici, a complicazioni inutili. “No, miei cari”, dico loro, “è la grammatica a essere strana”. E spiego come la metrica assecondi la naturale fluenza della lingua – anche se loro hanno imparato prima la sillabazione e, con l’imprinting dell’analisi grammaticale, fanno confusione.

L’aneddoto mi è tornato in mente riflettendo sul concetto di naturalezza, legato alla poesia, sulla scorta di questa lettera che John Keats scrisse al suo editore John Taylor: Continua a leggere

Contro l’arte decadente

Foss’anche vero che la cultura odierna, se appena avessimo la forza di rileggere la nostra esperienza compiendo quel minimo distacco dal presente che dovrebbe presiedere a ogni riflessione sulla propria epoca, risultasse ancora del tutto implicata nel movimento del Decadentismo, che rappresenta appunto l’appercezione drammatica della crisi dell’Occidente, sentita come irreversibile; e ammettendo anche che alla deriva nello sfaldamento delle nostre identità non si chiede più agli scrittori (ridotti peraltro essi stessi a figure residuali ai margini dei sistemi di sapere e di prefigurazione del domani) alcun conforto illusorio, ma semmai il coraggio di denunciare la nostra condizione reale  –  del resto, chi potrebbe negare la disaffezione verso qualsiasi conato di rinnovamento politico, la disillusione nei confronti di una scienza che serve solo a prolungare l’agonia, la strapotenza di tutti gli altri media che assoldati ai dettami dell’economia mirano solo a ottenebrare la vigilanza critica delle coscienze per propinarci la pace ottusa della narcosi, e via sullo stesso tono per ogni altra istituzione attuale  –  corrispondesse pure, tutto ciò, dicevamo, al nostro sentimento della verità, chi l’ha mai detto che all’arte, alla letteratura e alla poesia non sia concesso nessun’altra opportunità, oltre a quella di rispettare il tema e di conformarsi al senso del declino, della sconfitta, della fine inevitabile? Continua a leggere

La poesia è viva, vivissima, quasi morta

La sapete l’ultima? In barba alle prefiche che piangono da decenni la morte della poesia, i libri di poesia vendono più di quel che si crede, con una crescita negli ultimi anni da fare invidia al PIL. E poi c’è Lo Specchio che si rinnova, e il web che pullula di poeti, con il fenomeno degli instapoets. Con il crowdfounding, poi, è piuttosto semplice pubblicare in qualche casa editrice di nicchia. La poesia è uscita dalle conventicole che fondavano i vari -ismi in cui agonizzava la spocchiosa società letteraria e si è resa più popolare e libera. Io, poi, trovo tante belle esecuzioni anche su Youtube (come queste). C’è da rallegrarsi, non vi pare? Continua a leggere

La poesia surrogata

Quando annotavo i pensieri che riporto qui sotto, ancora non era esploso il web. Ora al crollo della Poesia Edita, sotto i colpi della Vanity Press, ha fatto seguito l’immensa nube intossicante del Self-Publishing, dentro la quale razzolate anche voi, miei amati, ipocriti fratelli:

Continua a leggere

Fake news sul critico-poeta

Ne circolano tante, di baggianate, intorno alla letteratura. C’è per esempio chi sostiene che di poeti, in un secolo, ne nascano tre o quattro. O che Carducci sia un grande poeta. O che uno scrittore sia un’anima bella e sensibile. O che Omero abbia fatto un giretto nel Baltico, per ispirarsi.

La mia preferita, però, è una certa idea sclerotizzata intorno alla figura del critico-poeta. “Un grande poeta”, si sostiene, “è inevitabilmente anche un grande critico”.  Continua a leggere

Rompere lo Specchio (in fraterna vigilanza). Lettera aperta a Davide Brullo

Caro Davide,

se scrivi qualcosa su di me, un dato è certo: non sei credibile. Lo stesso vale, ovviamente, per quello che io scrivo di te. Ci vogliamo bene e ci stimiamo e, purtroppo, a queste latitudini ciò si tramuta in una prova provata di partigianeria preconcetta. Peggio: siamo anche due irregolari, politicamente scorretti e tendenzialmente solitari, quindi apparteniamo alla razza peggiore: i cani sciolti che fanno pericolosamente branco, le rare volte che. Mi tocca pure ribadirlo in tutte le occasioni, per rovesciare il problema (ci pensi?, se in Italia le raccomandazioni fossero “pubbliche”, ovvero chi promuove qualcuno ci mettesse la faccia e si giocasse davvero la propria credibilità, il paese entro un paio di generazioni si sarebbe rigenerato). Continua a leggere

La poesia sapienziale di Pontiggia

I versi di Giancarlo Pontiggia, ancor più nell’ultima raccolta, Il moto delle cose, sono intrisi di sapienza. Ma c’è da intendersi: non si tratta di versi eruditi che si cristallizzano in massime (benché la tensione al motto sia in qualche modo congenita in un autore così nutrito di poesia classica, cui si aggiunge l’influenza di Montale, che lascia tracce sottili anche in quest’opera), ma di una poesia interrogante, che abbraccia interamente anche la propria ignoranza mentre indaga i fenomeni alla ricerca di un senso. Continua a leggere