La poesia non è mai in crisi
Quindici punti per chi è fuori dal Novecento (inteso ovviamente come categoria mentale, che vediamo ancora dominare la scena): Continua a leggere
Quindici punti per chi è fuori dal Novecento (inteso ovviamente come categoria mentale, che vediamo ancora dominare la scena): Continua a leggere
Sfondamento dei confini
Dunque, Milano e Roma sono termini di riferimento validi, ma non senza importanti precisazioni, come si dirà nei rispettivi capitoli. E le altre città? Al di là di questi nuclei, il criterio che ci ha comunque permesso, fin qui, qualche passo in avanti, perde subito efficacia. Malgrado Bologna sia stata probabilmente, in tempi recenti, il centro italiano culturalmente più attivo e innovativo, le individualità poetiche che vi gravitano attorno non stabiliscono solidarietà tali (dal punto di vista intrinsecamente letterario e non biografico, s’intende) da circoscrivere un’area di fermenti stilistici autonomi e capaci di imporsi. Sospesa tra Milano, Firenze e Roma (cui si rivolgono rispettivamente, in modo più o meno esplicito, poeti come Stefano Semeraro, Davide Rondoni o Andrea Gibellini, per rendere l’idea), Bologna non ha ancora assunto un’identità autosufficiente. Non che la situazione di Firenze sia migliore: com’è risaputo, essa vive cronicamente in una condizione museale, appagata del ricordo del proprio momento aureo primonovecentesco (ma nei più giovani, c’è da sospettare, la nostalgia non potrà che tramutarsi in un affrancamento, magari anche brusco, dagli auctores del periodo ermetico). Napoli invece appare, dai tempi delle sperimentazioni di Emilio Villa, come il terreno franco di un epigonismo avanguardistico che, al più, si volge a Roma. Di Torino sembra persino impossibile rintracciare qualche minimo segnale. Continua a leggere
Costellazioni di poeti
Al di là del problema generazionale, comunque, qualcosa si può aggiungere intorno al metodo con cui ci si è avventurati nella nostra analisi. Semplificando al massimo, annoteremo questi principi: a) rifiuto di mappe preconfezionate per orientarsi nella molteplicità delle esperienze poetiche e rifiuto dei metodi di lettura che non nascessero dal confronto diretto con il testo; b) primato del testo rispetto alla poetica da cui muove; c) irriducibilità di un’opera non soltanto a una linea poetica, ma allo stesso profilo critico del suo autore. L’idea fondamentale implicita in questi tre punti è la fiducia nella capacità della poesia di imporsi per forza intrinseca e di suggerire i procedimenti più idonei per la sua stessa decodifica. Continua a leggere
Un isolamento fiducioso, ma sofferto
Per rientrare definitivamente nel merito dei fatti letterari che ci interessano, è opportuno cedere la parola agli interessati. La questione si pone in questi termini: veramente il rifiuto di un’identificazione generazionale va assunto come elemento qualificante per gli autori abbracciati nella nostra indagine? «In sostanza», ricorro alle parole di Mauro Ferrari, «siamo di fronte alla prima generazione che, ormai giunta a maturità – fatto di cui ben pochi sembrano essersi resi conto, specie in ambiente accademico – non si è ancora organizzata come tale, diversamente a una tradizione tutta superficialmente ordinata in scuole, gruppi, manifesti eccetera» [1]. Quel «superficialmente» lascia trapelare i dubbi che la passata stagione politica e culturale ha sollevato, con il suo convulso e drammatico moto di aggregazione e contestazione, mentre nell’inciso v’è l’amara consapevolezza di appartenere a quella terra di nessuno disertata da ogni residua attenzione critica. Ma è forse ancor più importante osservare come, a un certo punto, il problema generazionale si sia posto prepotentemente, come ancor meglio testimoniano le vibranti riflessioni di Gian Mario Villalta: Continua a leggere
Una generazione di mezzo
In queste pagine sono stati presi in considerazione, a parte rare eccezioni, poeti nati fra il 1952 e il 1965. Si tratta di estremi anagrafici non assoluti che si sono determinati cammin facendo, nell’intenzione di compattare il più possibile, ma in modo sensato, il campo d’azione.
Non so se gli autori inclusi appartengano a una generazione definibile, nonostante la relativa ristrettezza dell’arco cronologico individuato. È certo però che si tratta di poeti in qualche modo interposti fra due fronti riconoscibili: quella che Raboni ha rubricato sotto la formula di «generazione del ’68» [1] e quella degli autori nati negli anni Settanta, emersa perentoriamente attraverso una sequenza inusitata di pubblicazioni e di manifestazioni varie [2]. Continua a leggere
Un limite all’enciclopedia
Quali sono, concretamente, i luoghi che hanno visto la gestazione e lo sviluppo della ricerca dell’ultima misconosciuta schiera di poeti del Novecento? E si tratta poi effettivamente dell’ultima del secolo passato o la prima di un nuovo canone ancora a venire? Se il secondo dilemma è sensato, ecco un altro deterrente per la loro comprensione. La risposta al primo quesito invece è ovvia: le palestre per la formazione degli scrittori sono rappresentate dall’innumerevole serie di riviste e di pubblicazioni, magari di precoce estinzione, che circola solitamente fra addetti ai lavori, molto spesso entro confini territoriali ristretti. Si tratta di un coacervo impressionante di esperienze che, in una società che ha subìto un bruciante passaggio da una cultura d’élite a una cultura di massa, confondono e smentiscono i più immediati criteri di valutazione e impongono questioni assai complesse e ampie, che dalla poesia si aprono alla sociologia e all’analisi storica. Continua a leggere
Il ciclo dedicato alla presentazione dei “Poeti contemporanei” è giunto al termine. Ormai quella che mi pare si debba considerare l’ultima generazione del Novecento, per quel che riguarda il sottoscritto, è stata ampiamente descritta. Prossimamente riporterò il quadro completo, che andrà inserito nel contesto di tanti altri poeti del secolo scorso.
Ma gli autori nati negli anni Cinquanta e Sessanta non potrebbero essere considerati anche i primi del Millennio? D’altronde, giungono a maturità e magari a qualche effettiva visibilità letteraria soltanto dopo il Duemila. La questione è aperta, ma le mie ragioni sono implicite in tutto l’impianto interpretativo riversato nel sito. La riassumo così: non è mera questione anagrafica, dipende dalla sostanza del lavoro poetico. Con questi autori, insomma, nasce qualche elemento che supera l’orizzonte letterario novecentesco, oppure si inseriscono nel solco già esplorato dalla tradizione? Io propendo per la seconda ipotesi. Qualcosa di nuovo è stato tentato con il progetto di Atelier, anche se poi tutto si è spento in un glorioso fallimento. Continua a leggere
(L’opera scelta come copertina è di Antonello Silverini.
Cliccare sull’immagine per la visualizzazione completa)
Che cosa rappresenta nell’universo kafkiano o, meglio, che cosa diventa, nell’immaginario del lettore, il medico di campagna del famoso racconto che dà il titolo al volume, edito nel 1919, dedicato significativamente al padre?
Fin dalla prima riga siamo costretti a lottare con l’identificazione fra autore e protagonista che si esprime in prima persona. Dico “lottare” perché l’identificazione è agonica. Si potrebbe forse parlare in modo meno errato di proiezione. Ma lo stile di Kafka si immette in una sfera di angoscia onirica, ove si percepisce che tutti i personaggi, perfino gli animali e gli oggetti, sono avvertiti come una proiezione agonica. Come se il racconto non fosse altro che l’incubo di un Io che si contorce incosciente, o semicosciente, nel proprio letto; ogni pulsione del proprio corpo si materializza così nel sogno, in modo dissociato, in tutti i particolari, i dettagli che emergono dalla scena e ci parlano, con una sfumatura dello stile o una percezione straniata. Continua a leggere
A presidio della poesia di Testa (docente universitario e critico) vi è una sorta di possibile equivoco, come una prova d’ingresso per la lettura. Prendiamo in esame anzitutto La sostituzione. L’involucro formale non ne rivela il carattere; le strutture metriche e retoriche non seguono la musica dei pensieri, profonda, che sovviene a questi versi. La poesia ci viene incontro, per parafrasare il titolo di una raccolta, in controtempo. Continua a leggere
A suo modo, la poesia è una forma di studio del mondo. E ogni volta si riparte da capo: questa è la sua povertà e la sua grandezza.
Se la pensate anche voi così, prendete lezioni sull’abbecedario che ha appena scritto il gran maestro di poesia Davide Brullo. Continua a leggere
Marco Merlin
MRLMRC73D04B019R
c/o Web’s River
Via Santa Maria 7
28010 Barengo [NO]
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